Cinema: Orizzonti di Gloria Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO

Orizzonti di gloria

 
(Paths Of Glory)
Regia: Stanley Kubrick
Usa 1957
Genere: Guerra
Durata: 86′
Fotografia: Bn
Attori: Kirk Douglas, Ralph Meeker, Adolphe Menjou, George Macready, Joseph Turkel, Richard Anderson
Autore Letterario: Humphrey Cobb
Recensione di Biagio Giordano
Reperibile in DVD e in rete

 1916. Un battaglione francese dislocato in una lunga linea di trincea al fronte, nel Nord della Francia, già stressato da numerosi scontri, viene costretto da un generale ambizioso e senza scrupoli, di nome Mireau, a tentare un assalto al Formicaio: un agglomerato di case sparse, un punto di fuoco importante situato in cima ad una collina e posseduto dai tedeschi.


Il colonnello del battaglione, Dax (Kirk Douglas), idealista, molto preoccupato per le difficoltà che potrebbe avere quell’assalto, contesta al generale Mireua due cose, primo, il cinismo della sua decisione, che non tiene conto delle perdite di uomini previste per centrare l’obiettivo: oltre il 50 % circa del reparto,  secondo,  la necessità di avere soldati più freschi, perché le  condizioni   fisiche e morali del battaglione sono ridotte ai minimi estremi.

Il generale Mireau ascolta il colonnello Dax ma non appare propenso a recedere dalle sue posizioni, e conferma quindi per il mattino successivo l’attacco. Le prime truppe d’assalto, comandate dallo stesso colonnello Dax, che non si risparmia rimanendo sempre a capo dello prima linea  al ritmo drammatico della corsa a baionetta, vengono dai tedeschi falcidiate spaventosamente, il secondo gruppo anziché uscire rimane in trincea perché il fuoco nemico nel frattempo è triplicato impedendo ogni sortita. Il colonnello Dax torna nella linea trincerata per stimolare l’uscita degli altri soldati, ma si rende conto che il fuoco nemico è troppo fitto per poter condurre gli uomini all’attacco.


Il generale Mireau, constatato il fallimento dell’impresa, attribuisce tutto il peso dell’insuccesso alla codardia del battaglione, cosa  che in seguito non riuscirà a certificare, e, afferrato da una rabbia furiosa tenta di far bombardare tutta la zona in cui si trovano i pochi soldati francesi scampati  al primo assalto. Il generale vuol punire i suoi uomini per l’oltraggio al suo onore avvenuto con la  disubbidienza della truppa agli ordini. Ricevuto, dal capitano responsabile  delle armi pesanti, un deciso  rifiuto a cannoneggiare  i soldati di stessa appartenenza,  il generale Mireau convoca per il giorno dopo la Corte marziale per giudicare quelli che lui ritiene essere stati dei codardi e tutti coloro che hanno  disubbidito agli ordini; l’idealista colonnello Dax, già ottimo avvocato nella vita civile, si propone di difendere i suoi uomini, soprattutto quelli più gravemente accusati.

Orizzonti di gloria è un capolavoro antimilitarista del 1957,  anni in cui la guerra fredda faceva ancora veramente paura suscitando timori di nuovi olocausti nucleari. Il film è ambientato, nella prima parte,  al fronte franco-tedesco, durante la guerra mondiale del 14-18. L’invasione tedesca,  nel primo periodo della guerra, era  giunta  alle porte di Parigi, a 30 kilometri circa dalla capitale,  ma nel settembre del 1916 i francesi avevano già  recuperato molte posizioni e trasformato il territorio, dalla Manica al confine Svizzero, in un interminabile zigzag di trincee.


Stanley Kubrick, 28 anni, sul set.

 

Il film, si svolge proprio nel 1916, e vede in gioco la conquista di un nuovo obiettivo strategico che è in mano ai tedeschi: il Formicaio, un punto chiave per la tenuta di alcuni battaglioni alemanni, in quanto tramite esso controllavano dall’alto un nodo di trincee francesi molto importante.  La seconda parte del film invece è ambientata in un sfarzoso palazzo,  sede  a Parigi degli alti ufficiali della divisione che operava in quel Nord Est della Francia dove si svolgevano le scene di guerra.

Orizzonti di gloria è un film bellico di forte coinvolgimento etico più che spettacolare,  anche se Kubrick  non trascura mai lo spettacolo ma semplicemente trova modi sempre nuovi di esibirlo, tra cui  invenzioni letterarie  di pregio, funzionali ad una fotografia filmica di grande prospettiva comunicativa cui Kubrick nei suoi film ci ha abituato da sempre.

 Lo spettacolo letterario abbinato a questioni esistenziali di un certo peso drammatico sono sovente la caratteristica dei film di grande successo di Kubrick. Basti osservare ad esempio  in questo film l’effetto, simile ad alcune forme soft di suspense,  che scaturisce dal non sapere, finché non si giunge verso la parte finale del film, lo sbocco a cui portano  alcuni dialoghi pregnanti  tra i protagonisti: parole-immagini prese in un rapporto  polemico  dai contenuti  di alto impatto moralistico, uno sbocco troppo precoce avrebbe svelato in anticipo  da che parte stava  Kubrick nelle polemiche etiche in gioco.  

Il colonnello Dax,  superlativa la recitazione di Kirk Douglas, metterà sotto accusa il modo con cui la Corte marziale giudica i sospettati di codardia; i pensieri idealisti di Dax risuoneranno in tutta la  loro potenza spirituale  influenzando fulmineamente alcune coscienze, e incidendo in quel reale della vita militare che lui sta vivendo, muovendosi  tra diverse sconfitte, umiliazioni, ingiuste fucilazioni. Ma la vittoria di Dax arriverà verso il finale, inaspettata, e consisterà soprattutto nell’aprire, anche nelle coscienze  dei  generali, brecce di sensibilità etica superiore che porteranno al processo l’alto ufficiale francese Mireau che aveva dato l’ordine assurdo di sparare sulle proprie truppe.


  Film molto coinvolgente  anche per l’empatia  trasmessa dagli attori al pubblico, in virtù di una recitazione che sembra riuscire a cancellare i tradizionali confini tra finzione e vero.

Il film non si può considerare datato,  grazie all’atemporalità delle questioni morali ed etiche che ne sono protagoniste. Quest’ultime sono tuttora  teatro di scontri in ogni cultura occidentale.

Da sottolineare alcuni modi di ripresa diretti da Kubrick, come la scena che vede il colonnello francese  a passi decisi, avanzare severamente tra i suoi soldati posti ai lati interni della trincea mentre lo osservano con  sguardi  disperati che sembrano cercare ancora  una speranza  e un incoraggiamento tra le pieghe scure del  volto  di Dax  come per  dimenticare  il dolore che procura la quasi sicura morte cui vanno incontro. E’ una scena di alta drammaticità  bellica, indimenticabile, struggente.  E’ una sorta di pathos tragico d’attesa, emotivamente moltiplicato  dal numero di sguardi  che si succedono velocemente davanti alla macchina da ripresa, e via via sempre più vicini al viso del colonnello Dax divenuto una maschera senza più alcun tratto umano.

Il tutto ha un effetto di precipitazione visiva di ogni senso umano,  un annullamento di ogni sensazione familiare, l’entrata violenta in una follia glaciale sostenuta visivamente  dalle angolazioni fotografiche sempre più strette di Kubrick che danno una sensazione di panico, evocando il terrore della   roulette russa,  un gioco al massacro che incombe su tutti.


Con questo film di Kubrick, la vecchia questione posta da alcuni filosofi, tra cui Adorno,  se considerare il cinema una forma d’arte o meno, viene  a cadere, per evidenza di cose.

Il grande regista americano dimostrerà, anche con questo film, che nel cinema il confine tra intrattenimento e arte può essere annullato, se l’arte della fotografia narrativa del film eccelle diventando  una rigorosa applicazione sul campo del set di una sceneggiatura di buon spessore letterario ed etico. 

    Biagio Giordano

     
   

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