Cinema: Come uno specchio Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO

Come in uno specchio

 

 Titolo Originale: SÅSOM I EN SPEGEL

Regia: Ingmar Bergman
Interpreti: Harriet Andersson, Max von Sydow, Gunnar Björnstrand
Durata: h 1.29
Nazionalità:  Svezia 1961
Genere: drammatico
Al cinema nel Luglio 1961
Recensione di Biagio Giordano
Film reperibili in dvd, in rete  o in passaggi televisivi
Oscar nel 1961 per il miglior film straniero
 “Ora la nostra visione è confusa, come in un antico specchio; ma un giorno saremo faccia a faccia dinanzi a Dio. Ora  lo conosco  solo in parte, ma un giorno lo conoscerò pienamente come lui conosce me.” (Prima lettera ai Corinzi dell’Apostolo Paolo, L’inno all’amore, capitolo XIII, versetto 12)

Questo film di Ingmar Bergman, uscito nel 1962, è uno dei più autobiografici del grande regista svedese. Il tema riguarda la ricerca di Dio, ed è il primo film della trilogia sull’argomento, cui seguiranno Luci d’inverno, e Il silenzio. E’ una ricerca quella di Bergman che procede prendendo spunto da un disagio mentale, una condizione  che è da sempre fonte di  ispirazione letteraria, essa rappresenta in questo caso,  una porzione temporale dell’esistenza umana giunta agli estremi, che viene presa in considerazione dal film quando la mente umana di una donna risulta posseduta irrimediabilmente da un delirio d’angoscia dissociativo, ossia da sintomi schizofrenici che si manifestano attraverso potenti metafore visive di derivazione inconscia.


 

L’autore tenta una difficilissima lettura della follia, e proprio per le difficoltà che incontra la lascia per lo più solo abbozzata, non sono  infatti argomento del film le cause che la manifestano quanto il modo visionario, con tratti filosofici sparsi, con cui essa si manifesta.

E’ una lettura di tipo teologico - psicanalitico riguardante le varie rappresentazioni iconiche di Dio, dalle più belle alle più contraddittorie così come  possono apparire nell’ambito dell’esperienza soggettiva della follia.

E’ una follia, quella che appare in questo film di Bergman, che si sovrappone alla ragione, ma senza annullarne del tutto la voce, tanto da dar luogo nella protagonista a metafore visive dal senso comprensibile, seppur enigmatico:  è come se qualcosa in lei rimanesse ancora in stretta relazione con un  desiderio insistente, specifico, autentico, di cui però non si riesce più a intravederne gli aspetti sintomatici della logica inconscia che lo costituisce.


 

Un desiderio che nella donna attraversa una parete di carta da parati passando da una porta immaginaria (Carta da Parati è il titolo voluto da Bergman in un primo momento per il suo film), andando al di là del mondo comunemente percepito. Esso appare, a  una  lettura  più  psicanalitica, fertile  di contraddizioni illuminanti, che   pongono  allo spettatore interrogativi e domande importanti sulla propria ragion d’essere etica e desiderante: di fronte alla questione dell’esistenza o meno di Dio.

L'opera ha uno svolgimento visivo e verbale magistrale, la cura fotografica in bianco e nero degli sguardi dei personaggi è unica nella storia del cinema, sono sguardi rappresentati in primo piano e coniugati in modo significante per mezzo di  innumerevoli pieghe sfumate dei volti e da un sottile gioco di luci sul viso dei personaggi che  potenziano la drammaticità della situazione, immagini tutte altamente comunicative; sono sguardi silenziosi, ma loquaci,  in grado di esprimere sentimenti anche complessi che difficilmente una parola abbinata anche professionalmente alla modulazione del viso avrebbe potuto trasmettere nello stesso, intenso, modo.


 

I dialoghi verbali poi, semplici e profondi anche nelle situazioni più mondane e frivole, denotano la capacità di Bergman di trovare per il cinema modi di sintetizzare problematiche esistenziali, senza eccessiva difficoltà o perdita di spessore concettuale.

Il rapporto linguistico tra le parti visive e verbali del film non solo appare sempre ben equilibrato dal punto di vista dell’estetica cinematografica, ma addirittura riesce a  fondersi in un tutto armonico che testimonia la riuscita soppressione di ogni loro distinzione.

Inoltre le idee teologiche - psicanalitiche nell'insieme sono efficaci, felicemente scelte, e ricche di sottigliezze, tanto da suscitare nello spettatore pensieri critici ed esistenziali  di una profondità del tutto nuova rispetto a quella  derivante dalla stimolazione culturale che il cinema anche di impegno comunemente rilascia. Pensieri che, grazie alla bravura di Bergman,  sono in grado di rimanere accostati all’emotività corporea più diretta, suscitata dal film, senza una contaminazione dissociante.

Il film si avvale anche della splendida musica di Bach, Ur Suit NR2. D-moll För violoncell, Spelad au: Bentsson Erling Blöndal che svolge una parte di rinforzo sul tema di fondo con ulteriori notevoli risultati di suggestione e dilatazione dell’immaginario più ortodosso sperimentato fino a quel momento al cinema, cosa che porta a forme ipnotiche musicali di cattura  dell’inconscio anche nella sua parte più rimossa.

Trama. David è un romanziere svedese di successo. La figlia (Karin) è affetta da problemi di follia schizofrenica. L’avanzamento clinico della malattia è grave, ed è ritenuto pressoché irreversibile. La donna vive lunghe crisi psicotiche, ravvivate da raffinate e potenti allucinazioni che cercano di attenuare o trasformare l’angoscia dominante che la pervade.

Nei periodi di lucidità l’Io di Karin è sopraffatto da forti pulsioni distruttive e di odio, intervallate da slanci amorosi verso il fratello minore. Per quanto riguarda la causa dell’odio  di Karin, Bergman l’attribuirà all’assenza prolungata del padre.

Il padre David, scrittore famoso, dopo una lunga lontananza coglie l'occasione di rivedere la famiglia facendo delle vacanze estive in un’isola incantevole. La vacanza gli consente di ritessere  rapporti assai sfilacciati, manifestando apertamente il suo forte amore verso  la figlia malata Karin e il resto della famiglia. Il nucleo familiare è composto anche da Martin, marito di Karin di professione medico, e Minus fratello minore di Karin, affetto da una grave forma di misoginia.


 

Le scene, animate dai quattro personaggi, si svolgono nella piccola isola del mar Baltico: la Färo. Nel film alcuni elementi  culturali del pensiero di ciascuno dei componenti del gruppo, espressi per lo più in forma di sapienti interrogativi, si collegano per via  di risposta ad alcuni aspetti significanti delle metafore rilasciate dalle scene dominate dalla follia di Karin,  quasi a significare l’ineluttabile unità tra follia ed esistenza, malattia e problematicità del desiderare umano, infelicità e mancanza d’amore. La figura di Dio tanto attesa nelle allucinazioni di Karin, sarà alla fine una delusione: un gigantesco ragno che l’assale per stuprarla, un male orribile ma che protegge la visibilità  della grandezza di Dio da ogni peccaminoso sguardo  umano …

     Biagio Giordano

     
   

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