Cinema: The danish girl Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO

The Danish girl (La ragazza danese)

Titolo Originale: THE DANISH GIRL

Regia: Tom Hooper
Interpreti: Eddie Redmayne, Amber Heard, Alicia Vikander, Matthias Schoenaerts, Adrian Schiller
Durata: h 2.00
Nazionalità:  Gran Bretagna 2015
Genere: biografico
Al cinema nel Febbraio 2016
Recensione di Biagio Giordano
In sala nella Provincia di Savona

 Danimarca, inizio secolo, Gerda (Alicia Vikander) e Einar (Eddie Redmayne)vivono insieme, da  sposi,  entrambi lavorano come artisti. Lui predilige il paesaggio, lei il ritratto. Sono spiriti liberi, ma rispettosi delle tradizioni, amano il loro lavoro senza fanatismi, lontani dal far proprio  uno stile artistico preciso. Essi inoltre appaiono  esitanti nell’approvare i valori pittorici più convenzionali, artisticamente riconosciuti dalle gallerie che contano.


Un giorno Gerda propone a Einar di posare come danzatrice per un ritratto. Einar accetta, quasi per gioco, e indossa lunghe calze di nylon che stranamente, improvvisamente, finiscono per turbarlo. Stranamente la insolita posa da ritratto sarà  densa di conseguenze fantastiche, per lo più di origine inconscia, esse si presenteranno come nuove figurazioni operanti nel suo immaginario. Sorgerà in lui un misterioso e tenace desiderio, che conquisterà sempre più spazio nella sua coscienza portandolo a identificarsi con il sensuale, l’intellettivo, lo psicologico, del femminile.  

Col passare del tempo l’immaginario di Einar, praticamente invaso costantemente da rappresentazioni al femminile,  entrerà in conflitto con il suo ruolo sociale maschile e farà nascere in lui dolorosi sintomi ossessivi,  a tal punto che per liberarsi da essi deciderà un giorno di andare a una festa, con il bene placido della moglie, vestito da signorina per bene, con il nome di Lili.


 

Einar scoprirà via via  una parte di sé del tutto femminile, autentica, rimossa da chissà quanto tempo, e che forse prima, passando tra le maglie rigide della rimozione non si manifestava se non attraverso un potente disagio, oscuro, lasciando  le cose riemerse del tutto indecifrabili. Einar riuscirà a svestirsi del suo ruolo maschile, sciogliendo ogni sintomo legato alla dissociazione di genere patita, e affronterà con coraggio la vita in tutte le sue più difficili conseguenze, mantenendo l’unità psichica ritrovata, lontana da ogni compromesso.

Questo film è molto coinvolgente, forse perché bello e credibile, nonché assai raffinato. Da sottolineare la fotografia, indubbiamente di buon valore artistico, sopratutto per quanto riguarda la sua composizione, che appare  ben dinamizzata, variata nel linguaggio grazie all’arguzia delle messe a fuoco con teleobiettivo, su piani intermedi, o a grandangoli per scene di interni particolarmente luminose, aspetti questi di tecnica ottica che appaiono subito di grande eleganza, resi possibili grazie all’ingegno con cui sono state usate le varie  lunghezze focali messe in campo.


 

Inoltre  notevole è il lavoro di preparazione delle riprese fotografiche, molto intelligente, finalizzato a combinare esteticamente  al meglio intensità e direzioni di luce, secondo l’ordine di gusto estetico voluto dare alla scena.

Molte  inquadrature  sono ricche anche di colori a grandi contrasti cromatici, che in più punti riescono a confondersi mirabilmente con le composizioni estetiche tipiche della miglior pittura romantica.

Il film  con i suoi temi pregnanti giunge nel nostro paese in un momento particolare, di grande atmosfera riformatrice, sia politica che culturale, nonché istituzionale e legislativa, che ha per oggetto quelle che sono le più comuni tematiche e questioni del mondo gender e trans gender.


 

L’impatto di questo film sul mercato cinematografico italiano potrebbe avere un certo significativo rilievo, e questo si spera non  solo sul piano estetico-spettacolare o artistico, come giustamente il film  meriterebbe, ma anche su un piano più culturale-politico, quest’ultimo aspetto  potrebbe infatti arricchire il dibattito in corso.

Il nostro ritardo politico sulle questioni gender e trans gender è evidente, questa deficienza è sotto gli occhi di tutti, anche degli altri paesi europei, esso ha origini storiche legate alla presenza da lungo tempo nel nostro paese di una subcultura di massa autoritaria, che è ancora oggi assai estesa, seppur in forme diverse da un tempo.

In Italia intorno a quelle che sono le principali problematiche del mondo gender e trans gender, c’è stato per troppo tempo, inspiegabilmente, assenza di ascolto e diffidenza. Perché? Il problema risiede sopratutto nelle caratteristiche delle nostre culture di massa dal dopoguerra in poi. Culture che erano troppo segnate da fedi e ideologie partitiche, ecclesiastiche, a sfondo integralista, autoritario, statalistico, o in parte vistosamente illiberali, tanto che tutto ciò ha portato a considerare i diversi, sul piano politico, come un disturbo, un intralcio all’omogeneizzazione elettorale di idee, valori, e concetti di riforma della famiglia.


 

Affermatesi in ogni istituzione nuova, queste culture consideravano i diversi  come degli  anomali biologici, dunque degli impossibilitati all’integrazione, degli inaffidabili in quanto fuggitivi per colpa da ogni responsabilità, amanti dei piaceri facili e viziosi, persone prive di una autentica identità a sfondo etico. Cosa quest’ultima che li destinava, ad esempio nel campo sentimentale, a maturare affetti d’amore scissi, incapaci di diventare più profondi.

Tutto ciò ha avuto forti riflessi anche sui contenuti della nostra nascente Costituzione, una Carta di principi etici che è tuttora giustamente osannata per alcuni aspetti, ma che è indubbiamente assai criticabile per altri, come ad esempio su quanto riguarda l’istituto del matrimonio, che risulta non paritario nei diritti tra generi sessuali diversi, in quanto i gay non possono contrarre un matrimonio, e ciò li porta a perdere nella comune convivenza tutti i diritti di cui una coppia etero invece nel matrimonio usufruisce.

   Biagio Giordano

    
      

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