CINEMA: Il tempo dei gitani Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO

Il tempo dei gitani

 

 (Dom za vešanje)

Regia: Emir Kusturica

Produzione: Jugoslavia  1989

Genere: Avventura socio-fiabesca

Durata: 136′ (120′)

Interpreti: Davor Dujmovic, Bora Todorovic, Ljubica Adzovic, Husnija Hasimovic, Sinolicka Trpkova, Zabit Memedov

Recensione di Biagio Giordano

Film reperibile in rete e in DVD

Il giovane rom Perhan (Davor Dujmovic) vive in un campo nomadi, alla periferia di Sarajevo, nel sud della Jugoslavia, insieme alla nonna, alla sorella storpia e a uno zio geloso e vizioso; il ragazzo è orfano della mamma  deceduta a seguito di una grave malattia, e non  ha mai conosciuto suo padre, soldato sloveno comparso in quei luoghi di Sarajevo per una battaglia e poi svanito nel nulla.

 

Perhan è innamorato  di Asdra, una bella ragazza rom che accetta il suo amore. Il ragazzo vorrebbe sposarla se nonché  incontra l’opposizione rigida della madre che vede in lui una persona incapace di mantenere sua figlia e di educare gli eventuali nipoti.

Un giorno, ritornano nel campo nomadi  due  rom malavitosi, divenuti  boss violenti: denominati lo Sceicco e suo fratello, emigrati all’estero tempi addietro e fattisi  ricchi vendendo bambini messi sul mercato da madri irresponsabili, donne per lo più vergognose della loro gravidanza che era spesso frutto di relazioni segrete. Con la loro venuta la famiglia di Perhan piomba nel caos perché lo zio, uomo facilmente suggestionabile, perde tutto quello che ha al gioco delle carte, manovrato dai due boss. L’uomo  fuori di sé  cerca di rifarsi sui beni della nonna. Quando la nonna riesce a guarire con la magia delle mani il figlio  moribondo dello Sceicco, si apre improvvisamente uno spiraglio di aiuto per la famiglia in crisi di Perhan.

Lo Sceicco accetta di far operare alla gamba la sorella storpia di Perhan, raccomandata dalla nonna, e parte insieme a Perhan  per l’ospedale di Lubiana. La ragazza viene consegnata al personale infermieristico dell’ospedale  con la promessa, poi non mantenuta, che un altro parente si sarebbe fatto vivo in pochi giorni con i soldi per l’operazione. Il boss poi incurante di tutto trascina con sé Perhan e fugge verso il campo nomadi di Milano, luogo che conosce bene, dove con la delinquenza comune e la prostituzione era riuscito in passato a   fare numerosi affari d’oro.


 Perhan però nel campo di Milano è male accolto, viene vessato in tutti i modi dagli aguzzini del boss per la sua riluttanza a diventare un nuovo delinquente del gruppo; la violenza su di lui  è metodica, scaturisce da un calcolo, è finalizzata al reclutamento, e arriva a un punto tale da sfinirlo.

Il giovane Perhan di fronte alla prospettiva di ritornare a mani vuoti nel  suo campo nativo di Sarajevo, che rappresenterebbe di fatto il fallimento dei suoi sogni, cede alle richieste dello Sceicco e inizia a Milano una attività di tipo malavitoso. Egli diventa in breve tempo un boss rispettato: abile, cinico, e sprezzante.

Arricchitosi, Perhan   rientra nel suo campo nomadi di Sarajevo, ma anziché veder realizzati finalmente  i suoi sogni, il ragazzo va incontro a cocenti delusioni: la sua ragazza è incinta di un altro uomo, e l’amata nonna rifiuta di vivere  con lui in una nuova casa, quella che Perhan comprerebbe; la vecchia infatti intuisce, dai modi insoliti del ragazzo, che suo nipote è diventato un delinquente.

Perhan allora riprende il suo sporco lavoro  a Milano, ma scoprirà altri inganni e mancate promesse dello Sceicco sugli aiuti alla sua famiglia, cose che lo indurranno alla disperazione e alla solitudine.

Come reagirà Perhan a queste numerose e cocenti disillusioni? Ritornerà sui suoi passi, rifiutando la malavita o sarà per lui ormai troppo tardi  riprovare a vivere onestamente e a riguadagnare la fiducia della nonna tanto amata?

  Opera n° 5 del bosniaco Emir Kusturica, che ricordiamo con  simpatia in film come Arrivano le spose (1978), Bar Titanic (1979), Ti ricordi di Dolly Bell? (1981), Papà è in viaggio d’affari (1985) e lo straordinario, bellissimo, pluripremiato Underground (1995) sulla guerra dei balcani. 

 Il tempo dei gitani  è un film del 1989 ed è stato scritto dal regista insieme a  Gordan Mihic, la pellicola ha uno stile romanzato che poggia su basi realistiche frutto di una notevole conoscenza degli ambienti illustrati. L’opera tratta di un costume di vita particolare, quello dei rom, di cui in genere si sa poco. La pellicola costruisce un affresco sui miti e la cruda realtà  quotidiana dei gitani rom, di grande efficacia, sopratutto per quanto riguarda l’impatto visivo che è altamente suggestivo. Il regista si avvale di strumenti tecnici e modi comunicativi a lungo studiati,  in grado di favorire  un’intensa espressività, egli riesce infatti a dare allo spettatore  un senso di realtà percepita di straordinaria verosimiglianza.

Il film brilla  nei contenuti e nella forma per originalità e bellezza delle scene sopratutto fiabesche, quest’ultime molto  incantevoli, appaiono ben fuse  in un’armonia  di fondo, con lo sfondo  naturalistico. Il contrasto narrativo tra gli aspetti oggettivi del quotidiano  e gli intrecci sintattici più significativi della storia  appare subito di una portata estetica ed emozionale fuori dal comune. 

 

A tratti  il film si carica dei simbolismi tipici di Kusturika, a cui il regista-autore usa dare formulazioni visive oniriche anche complesse che lasciano intravedere qualcosa di più riguardo ai sottili meccanismi inconsci che animano i personaggi.

Il film  mostra mirabilmente, in chiave di avventura e d’amore, di sogni e illusioni, la vita più sconosciuta dei rom, quella raramente oggetto dell’attenzione culturale dei media; quest’ultimi  infatti per fedeltà a una sorta di ideologia della normalità   sostenuta dal gioco della disinformazione sistematica, sono ormai del tutto incapaci di indagare  con raffinato pudore nell’intimo delle relazioni sociali degli emarginati più estremi, soprattutto se quelle relazioni si pongono agli antipodi degli usi e costumi più diffusi in occidente. Sembra quasi che i media più legati alla commerciabilità delle cose  non possano che spettacolarizzare il male, dando delle immagini degli emarginati separate da ogni contesto più significativo in grado di stemperarne la violenza, ossia  sembra quasi che essi rifiutino di urtare  il gusto e l’etica degli integrati di lunga data nel sistema sociale vigente, timorosi forse di una perdita di potere nel mercato economico dell’immagine. Questo film pur appartenendo anch’esso al sistema mediatico più noto, va in direzione opposta, riportando nella narrazione con grande impegno aspetti della cultura e sottocultura rom.

  Il tempo dei gitani è perciò un film  importante dal punto di vista della conoscenza e diffusione più di massa delle verità etniche delle minoranze del mondo occidentale, è un’opera che contribuisce  a tenere in piedi il vecchio genere di cinema verità.


Per questo film si potrebbe però inventare una sua collocazione in un genere nuovo, inseribile in una classificazione più raffinata che  rispetti comunque la sua qualità di verità, come potrebbe essere il termine socio-fiabesco, perché alla credibilità  sociologica l’opera di Kusturica congiunge  una forma estetica-letteraria  del narrare gradevole fatta di  metafore e simboli scelti con estrema cura dalla immensa cultura rom. Gli intrecci e  le situazioni visive più armoniose, sono rese anche particolarmente melodiose dalle splendide musiche di Goran Bregovic.   

Splendida per verismo visivo e un po’ più paradossalmente per soggettività espressionista la Milano decritta dalle telecamere di Kusturica, nebbiosa, grigia, con riprese dal basso in una Piazza Duomo semideserta che fanno risaltare, in una gelida freddezza di colori,  i bambini rom che chiedono l’elemosina; i piccoli hanno uno sguardo smarrito, terrorizzati sia dalla

stranianza della città sia dai loro boss che non esitano a punirli pesantemente al primo cenno di ribellione o di fuga anche momentanea.

 

E’ la Milano che tutto sommato  i bambini rom non possono non vedere col cuore in gola, senza alcuna speranza  di poter entrare in una relazione verbale, anche solo  fugace, con gli abitanti. La Milano quella vera, civile e gioiosa, ricca e luminosa,  è a loro preclusa. Ma nonostante ciò la comunità rom di Milano dimostra di essere viva, passionale, aiutata da una follia dell’immagine onirica che non accenna a spegnersi. Numerose sono infatti le simbologie fantastiche che compaiono in modo surreale in diverse inquadrature il film.

Il mito della madre e del padre rappresentati in una donna ideale e in uomo integerrimo moralmente che cerca con ardore di affrontare la vita e farsi una famiglia, sono evidenti in numerosi punti del racconto, essi danno una notevole spinta narrativa proprio grazie alla collusione tra pulsioni di vita e pulsioni di morte in cui i personaggi sono presi in quanto inseriti in un contesto sociale di sopravvivenza molto precario.

Biagio Giordano

    
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