CINEMA: Sangue del mio sangue Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO

SANGUE DEL MIO SANGUE

 

 Titolo Originale: SANGUE DEL MIO SANGUE

 

Regia: Marco Bellocchio
 
Interpreti: Roberto Herlitzka, Pier Giorgio Bellocchio, Alba Rohrwacher, Lidiya Liberman, Federica Fracassi, Alberto Cracco, Bruno Cariello, Toni Bertorelli, Filippo Timi, Elena Bellocchio, Alberto Bellocchio
Durata: h 1.47
Nazionalità: Italia 2015
Genere: drammatico
Al cinema nel Settembre 2015
Recensione di Biagio Giordano
In sala nella provincia di Savona

 Dopo una lunga pausa dal sapore meditativo, durata circa tre anni, Bellocchio si ripresenta al suo colto pubblico con un’opera enigmatica che avvince per la sua poliedricità significante: una struttura linguistica saggiamente indefinita per favorire al massimo nel pubblico un altro film: un’evocazione  inconscia  di immagini personali che entrano in relazione con la pellicola stando seduti in poltrona.


A giudicare da questo nuovo film, quella del regista emiliano è stata dunque una vera e propria pausa creativa, qualcosa di indubbiamente  fertile dal punto di vista artistico, che fa pensare a nuove scoperte di Bellocchio riguardanti il campo del linguaggio cinematografico.

 Marco Bellocchio si ripresenta in concorso alla settantaduesima edizione (2015) del Festival di Venezia con questo film, Sangue del mio sangue, di straordinario valore e vigore formale, un’opera di grande potenza figurativa che vince non a caso a Venezia il premio collaterale Fipresci (Federazione internazionale stampa cinematografica) per il miglior film.  

Ad una attenta disamina quest’opera rappresenta uno dei lavori più riusciti e provocatori di Bellocchio, in quanto  le sequenze di immagini, spesso non chiaramente distinte nella loro natura, ossia incapaci di dirci se appartenenti alla realtà o all’onirico, sono ben incastonate in una cornice espressiva a sfondo delirante.  Un delirio così ricco di radici biografiche, da dare alla narrazione un andamento sicuro, credibile, paradossalmente reale. La realtà interiorizzata dal passato con il suo linguaggio  aspro tipico dell’esperienza diretta che non dà tempo di pensare, trova qui con l’arte cinematografica una riscrittura potente, drammatica, poetica.


 

Il film sembra quasi tracciare  pagine di pensiero e sensazioni ancorate ad una sorta di inconscio aperto dell’autore, qualcosa che attraverso una misteriosa funzionalità psichica appare in grado di ricostruisce ricordi e retro pensieri  in una forma letteraria fortemente inventiva, che appare però essere sempre alimentata e garantita da un vero più profondo, un tempo percepito come carne e spirito.

Quanto alla comunicazione della propria interiorità più sanguinosa e spirituale così come appare nel film, sembrano esserci progressi nella maniera di scriverla, utilizzando ad esempio alcuni metodi di ripresa nuovi,  quali le inquadrature frutto di  prospettive create da combinazioni angolari inedite dal basso, o frequenti confronti serrati tra passato e presente senza flash back ma con storie parallele fortemente distanziate nel tempo.

 Tutto in Bellocchio sembra opportunamente sperimentale e nello stesso tempo ermetico; il suo stile, mai ancorato a una sceneggiatura esaustiva in quanto essa dove si realizza appare spesso  portatrice di un senso univoco considerato nel cinema un mortificatore di interesse, apre nuove prospettive di ricerca, in particolare su quel linguaggio cinematografico, ancora oggi troppo carente visivamente, che sembra non essere più in grado di svilupparsi nella direzione più opportuna, cioè quella di una maggiore  tecnicità espressiva in grado di  conferire  al cinema forme narrative di maggior scioltezza e complessità letteraria: non legate solo all’esasperato gioco degli intrecci ma a un pensiero in grado di ispessire i concetti cinematografici intesi come blocchi sequenza di immagini in movimento.


Il film è la storia di una monaca e un conte, un racconto che si svolge a frammenti,  intesi come brandelli scenici ricchi di effetti giocati sul filo del contrasto attrazione repulsione. E’ qualcosa capace di suggerire visioni allo spettatore sulla scia di emozioni particolari, più che  mostrare o definire un preciso pensiero giudicante o un filo logico ben determinato nel suo percorso.

Lo scenario principale nasce inizialmente nell’antico convento di San Colombano, nei pressi di Bobbio, paese natale del regista.

 La scenografia suscita principalmente timori misteriosi, suggestioni sacrali e rispetto della potenza della legge divina, che sembrano rappresentare al meglio non tanto un’atmosfera storico e culturale vissuta o immaginata, quanto un anelito a una spiritualità futura più intensa immaginata come: risacralizzata e posta in una nuova frontiera con la scienza, lungo un confine preciso che li separa e li confonde, ma in tempi diversi tali da consentire ad entrambi, in certe situazioni chiave, il mantenimento delle rispettive identità di senso, tutto ciò  rispetto a un presente considerato eticamente contradditorio, confuso, o inesistente, quindi inaccettabile.


Il film narra di alcuni aspetti salienti della vita nel convento di Bobbio, nel diciasettesimo secolo,  un’epoca storica ancora caratterizzata da densi oscurantismi e superstizioni di ogni genere, dovute quest’ultime alla spaventosa repressione in Italia attuata dalla Chiesa cattolica nei confronti dei cristiani appartenenti alle chiese protestanti.  Una riforma quella protestante che in Italia è stata soffocata sul nascere con imponenti mezzi messi a disposizione dal Vaticano, ritardando la diffusione e l’affermazione  della modernità. Il pensiero racchiuso nella nascente modernità era considerato ben presente nella riforma protestante, con tracce anche in Lutero. Negli altri paesi dell’Europa la riforma protestante, nonostante la controriforma cattolica, avanzava invece spedita.

Nel convento di Bobbio, una confraternita di frati domenicani, autorizzata dal  cardinale con potestà giudiziale di quel luogo, mette sotto accusa suor Benedetta (Lidiya Liberman), una bella monaca, rea di aver vissuto un’autentica storia d’amore con il prelato Fabrizio, poi suicidatosi per le conseguenze, per una insopportabile scissione patita nella sua personalità. Quello del prelato è stato un suicidio favorito dall’impossibilità a quei tempi, dominati dal cattolicesimo, di mantenere un amore sia verso Dio sia verso una donna suora.


 

Lo scandalo tra suor Benedetta e il prelato Fabrizio aveva inoltre assunto forme smisurate di disapprovazione da parte delle gerarchie ecclesiastiche, a causa  dell’appartenenza di Fabrizio ad una famiglia di alta discendenza.  

Suor Benedetta, traumatizzata dal suicidio di Fabrizio, viene colpita da una forma di afasia, il suo mutismo sembra non scalfibile dai numerosi pregnanti interrogatori;  la suora viene anche sottoposta dagli inquisitori a umilianti prove per capire se  è posseduta dal demonio, la donna supera questi esami, ma la sua sorte, per le gerarchie ecclesiastiche, appare lo stesso segnata, per via del venir meno di quell’impegno morale preso a suo tempo con i voti dalla suora.

Un giorno al convento si presenta il soldato Federico (Pier Giorgio Bellocchio), gemello del defunto Fabrizio. Il suo volto è tirato, triste, sconvolto dalla morte del fratello. Il soldato vuol capire come è potuta accadere una cosa simile ed  individuare eventuali responsabilità.

Un altro Federico (sempre Bellocchio) si presenta invece alla porta dello stesso convento molti secoli più tardi, nei giorni nostri, accompagnando Rikalkov (Ivan Franek), un ambiguo miliardario russo interessato ad acquistare l'edificio, ormai fatiscente.


 

Il convento del terzo millennio, stranamente, funge da ricovero per l’anziano Conte (Roberto Herlitzka), figura sfuggente ma dotata nel paese di misteriosi poteri relazionali. L’uomo di giorno ama la solitudine, rimanendo chiuso nel convento, cosa che gli consente di sfuggire a una  violenta moglie (Patrizia Bettini) ancora molto coinvolta dalla sua persona, nonostante la separazione. Egli esce dal convento solo di notte,  animato da una curiosità irrefrenabile verso cose e persone e dal desiderio di poter riavviare, nuovi, stimolanti, sublimati rapporti con le donne.

Verso il finale il film ritorna nel diciassettesimo secolo, per andare poi ad una conclusione di forte impatto emotivo, del tutto sorprendente,  con una grande potenza poetica trasmessa dalle meravigliose immagini in movimento.

Biagio Giordano

    
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