Cinema: Il posto delle fragole Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
Il posto delle fragole

 

 Di Ingmar Bergman

Anno: 1957

Nazionalità: Svezia

Con: Gunnar Bjornstrand, Ingrid Tulin, Bibi Anderson, Viktor Sjostrom

Genere: drammatico

Durata: 95 minuti

Recensione di: Biagio Giordano

Film reperibile in DVD su Amazon

 

 “La verità è che io vivo sempre nella mia infanzia, giro negli appartamenti in penombra, passeggio per le silenziose vie di Uppsala, mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l’enorme betulla a due tronchi. Mi sposto con la velocità di secondi. In verità, abito sempre nel mio sogno e di tanto in tanto faccio una visita alla realtà”. 
Ingmar Bergman, dalla biografia “Lanterna magica”

 

Questo capolavoro psicanalitico di Ingmar Bergman uscito nel 1957, e ambientato in Svezia, viene oggi riproposto da Ciak Cult Movie, nonché dalla Bim, e da Tartan, in DVD, acquistabili in rete su Amazon.

Il film esce anche ogni cinque o sei anni, abbinato a qualche collana editoriale di cinema,  nelle edicole e in alcune librerie.

Questa di Bergman è un’opera d’arte sulla memoria, intesa quest’ultima come capacità psichica e culturale di svelamento e ricostruzione di realtà vissute sotto il potere del desiderio, realtà rimaste misteriosamente accese nell’inconscio e che agiscono in certe circostanze come brace accesa di significanti.

 Bergman comunica alcune questioni esistenziali presenti  nella vita di un anziano professore medico svedese, Isak, protagonista principale del film.


 Lo fa con un linguaggio per lo più simbolico e metaforico, onirico e metonimico, a volte anche spiritualistico impregnato di cultura protestante. Il tutto è molto curato, anche dal punto di vista logico facilitando in chi osserva la configurazione nel proprio pensiero di un senso profondo delle cose accadono.

 Il regista svedese mette a fuoco alcuni disagi facenti parte del suo repertorio tematico avvalendosi di un’espressività dai contenuti  artistici e filosofici maturi, ben collaudati nella loro più corretta formulazione. Disagi in parte datati ma per certi aspetti ancora di grande interesse, perché messi in relazione con interrogativi teorici sulla conflittualità a cui porta la ricerca della verità inconscia.

Quest’ultima risulta protagonista delle scene del film e contribuisce a mettere in evidenza, attraverso i dialoghi dei personaggi, il contrasto tra teologia e scienza, e il conflitto tra sessualità sublimata e quella legata alla virilità aggressiva, nonché il disagio che si manifesta il più delle volte tra la flemma caratteriale e comportamentale dello studioso geniale e l’immediatezza istintuale, briosa e gioiosa della donna semplice con cui lui entra in relazione.


 Anche la morte, intesa come prossima, in Bergman ha un ruolo importante, qui appare come volto sconosciuto e senza tempo che, occupando con la sua forza l’io, ne fa crollare ogni difesa rimovente  accentuando l’oscillazione dell’identità di persona fin a quel momento costruita nella vita istituzionale.

La morte si fa sentire attraverso i sogni come prefigurazione tetra e paurosa del proprio cadavere. Orrore di se stesso, per un immediato futuro mortale già alle porte, angoscia per un corpo indebolito, ormai alla mercé di quella parte della natura più aggressiva e ostile. Corpo ormai privo di ogni difesa.

La morte diventa sempre più ossessiva fino al punto da rendere l’anziano Isak misteriosamente colpevole. Colpevole di aver trasmesso poco delle sue gioie agli altri? Di averle rese troppo sterili? La solitudine in Bergman è problematica. ma non è un problema in assoluto. E’ ambigua, ricca di fascino, anche creativo, artistico.

L’ormai sofferente Isak sembra l’effetto psicologico, professionale, inevitabile, di una vita dedicata alla scienza. Effetto, cupo, ossessivo, del dovere etico, idealistico, funzionale a servire solo la verità, a capire scientificamente e nel modo più esteso possibile i rapporti nei pazienti tra causa ed effetto del male  clinico e divulgarli senza remore, senza accettare compromessi, senza coperture di errori,  o mistificatorie rassicurazioni prossime alla corruzione. Dicendo quindi sempre la verità, in ogni circostanza.


 Una sorta di missione umanitaria, molto coinvolgente, fino al punto di portare l’anziano medico a trascurare il desiderio presente nelle donne interessate a lui, delle quali Isak non riesce a capire  l’enigmatica arte della seduzione.

La cifra della vita di Isak riguarda una solitudine particolare, di lavoro, una vita che avrebbe potuto essere anche serena, lontana com’era dai patimenti dovuti alle sue passioni sensuali e simboliche della prima adolescenza in gran parte sfociate nella delusione, se in Isak non fosse intervenuto, a riaprire vecchie ferite della sua storia, l’annuncio dell’assegnazione di un premio importante alla carriera, da ritirare a Lund.

Nasce infatti un’inquietudine. Da quel momento il suo immaginario si mette in tensione: i contenuti delle rimozioni avvenute in Isak si dispiegano verso la coscienza in forme inedite di ricordi, rese poetiche dal lavoro indulgente del lungo tempo passato. Bergman le ha elaborate scenicamente con grande credibilità, riuscendo a darle una buona comunicazione visivo-simbolica.


Isak ritesse l’immaginario della sua storia, con desiderio, ma un po’ paradossalmente spinto com’è dal bisogno di trovare pace da essa. Lo fa durante il viaggio in automobile con tre ragazzi che lo porterà a ritirare l’importante riconoscimento professionale a Lund.

La notizia del premio che andrà a ritirare a Lund fa sorgere in lui anche un sogno con protagonista la morte.

Il professore esce da un torpore esistenziale che durava da tempo. La sua memoria più profonda si risveglia, ma con un impeto pulsionale dalle caratteristiche binarie: vita-morte.

Travolto dall’inconscio perde completamente il controllo unitario della sua identità, il suo ruolo di personaggio di genio evapora lentamente nel nulla. Diventa umile e infantile e vaga alla ricerca di quel perdono che egli non ha saputo dare ai suoi pazienti. Perdono che era doveroso per la soddisfazione che egli traeva dalla loro cura.


 Le pulsioni di vita destate dal “premio” si accostano, lungo un tragico contatto, alle pulsioni di morte che avevano agito fino a quel momento. Un contatto che fa  ridestare  vari sensi di colpa, in particolare quello per non essere riuscito a rendere felici le donne con cui è vissuto. Si forma un impasto pulsionale nuovo, vita e morte, conforme alla teoria freudiana, che diventa svelamento di alcune configurazioni più strutturali del suo inconscio.

 Inconscio che è insorto  per alcuni legami associativi creati dalla realtà stessa, riflettendo in forma visiva il senso degli episodi depressivi della sua storia. Inconscio che in precedenza giaceva assopito nella forza ammaliante di un isolamento aristocratico: saldo custode dei contenuti professionali più elevati riconosciuti a Isak.

Gli episodi storici che pesano sul professore si ripresentano alla sua coscienza con dolore e rammarico ma sempre osservati da un Io distaccato, razionale, intento a comprenderne le logiche di cui non riconosceva più da tempo l’importanza.


Attraverso il modo di raccontare, egli episodi divengono per lo spettatore  letteratura visiva  emozioni da identificazione con i personaggi, empatia con il desiderio degli altri piegati nella meditazione.

I ricordi più dolorosi riguardano vicende in cui Isak constatava l’impossibilità di avere la fedeltà tutta della donna, in particolare rispetto alle esigenze di un maschilismo inconscio.

La donna rimaneva per Isak, lungo un doloroso equivoco, solo una madre virtuosa e comprensiva, idealizzata poeticamente. Su questo la delusione diventa cocente, la memoria è ora  impietosa, rendendogli tutto chiaro, richiamandolo ad eventi traumatici e umilianti verso terzi le cui logiche appaiono definite, mostrando ogni crudele sfaccettatura della verità che racchiudono.

La rielaborazione della sua storia, avvenuta grazie al premio professionale assegnatogli, riporta in seguito la serenità al professore, che ritrova attraverso il dialogo con tre giovani intelligenti e colti compagni di viaggio il piacere per l’accettazione di un anziano qualunque.

L’intelligenza del lavoro onirico del  dolore vissuto gli ha dato una nuova identità, l’ultima, forse la più vera. Umile per le sue delusioni, empatico come non mai  Isak alla fine comunica al massimo con i giovani, capisce con soddisfazione  che nonostante tutto è diventato per loro un punto di riferimento di affetto e autorevolezza di pensiero probabilmente un rapporto estendibile anche ai molti  giovani della sua più ampia comunità in cui vive.

Isak capisce quanto può essere aristocratica l’autorevolezza concessagli dal sociale istituzionale per meriti, quanto essa possa estraniare dal mondo più vivo, impoverendo lo spirito.

Biagio Giordano

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