Cinema: La guerra dei mondi Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
La guerra dei mondi (1953)
(Warf of the Worlds)
Regia: Byron Haskin
Interpreti: Gene Barry, Les Tremayne, Ann Robinson, Robert Cornthwaite, Henry Brandon, Jack Cruschen
Genere: Fantascienza
Durata: 85’
Produzione: USA 1953
Effetti speciali: Gordon Jennings (Oscar per gli effetti speciali)
Pellicola: Colore
Fotografia: George Barnes
Recensione di Biagio Giordano
Film reperibile in rete e in DVD
   In una incantevole serata  estiva, agli inizi degli anni ’50, a Los Angeles, alcune persone  appena uscite dal cinema osservano  stupite il cielo imbrunito:  uno strano corpo circolare, completamente avvolto dalle fiamme, sta precipitando,  la sua  traiettoria traccia una diagonale molto inclinata, si dirige verso la campagna circostante rilasciando  nell’impatto un boato pauroso.

  I vigili del fuoco  si precipitano immediatamente sul luogo della caduta,  il corpo giace semi interrato avvolto dalle fiamme; dopo aver spento l’incendio i vigili del fuoco, insieme alle autorità  e ad alcuni scienziati, osservano con attenzione l’oggetto   che ha l’aspetto di un meteorite.

  Un particolare sulla dinamica dell’urto fa  però dubitare che possa essere un meteorite. Il cratere creato  dalla collisione del corpo con il terreno è poco profondo, difficile  poterlo attribuire a una massa compatta come quella di un  meteorite, e la traiettoria della caduta  è sembrata ai più calcolata, come se il corpo fosse   controllato all’interno da qualcuno.

   Nella notte, tre cittadini di Los Angeles, rimasti sul posto per desiderio di sapere di più sull’oggetto caduto,  notano che una grossa botola situata sopra l’oggetto, rimasta fino a quel momento  mimetizzata dal terriccio, si sta rumorosamente svitando  scivolando  alla fine  su un fianco del corpo, come  mossa da una mano invisibile.


 Dall’interno luminoso fuoriesce poi, lentamente, un lungo braccio meccanico, dai movimenti sciolti resi possibili da una misteriosa tecnologia di snodi.  All’estremità compare un luminoso occhio elettronico che scruta, destando inquietudine sui presenti, il terreno circostante.

  Sorpresi e un po’ impauriti le tre persone osservano  incredule quanto sta accadendo, finché a un certo punto, dopo essersi fatta l’idea di essere in presenza di  veri e propri marziani per via del fatto che in quei giorni il nostro pianeta  era alla  minima distanza da Marte cosa che  avrebbe agevolato  un   viaggio degli abitanti di Marte verso il pianeta Terra, pensano, dominati dall’euforia subentrata nel frattempo alla paura, che forse era il caso di tentare un  amichevole approccio con l’equipaggio.

  I tre immaginano che potrebbero  diventare famosi e ciò li porta a rompere ogni indugio. Essi si avviano,  tenendo alzata una occasionale bandiera bianca, verso lo strano oggetto. Ad alta voce lanciano messaggi di accoglienza e di pace.


   L’occhio elettronico del braccio meccanico, pare incuriosito da tutto ciò, ma  dopo essersi allungato verso i tre e averli osservati  per lunghi interminabili istanti, l’occhio emette un fortissimo raggio di luce che in pochi attimi li dissolve, sul terreno rimarranno solo delle superficiali tracce bianche dei loro corpi.

  Nel frattempo  sul posto si presentano lo scienziato Clayton Forrester (Gene Barry), Sylvia Van Buren (Ann Robinson) sua ammiratrice e imminente fidanzata, il pastore Collins, il maggiore dell’esercito Mann, i quali subito dopo aver scoperto le tracce dei  corpi vengono  presi di mira da potenti raggi provenienti da piccoli veicoli alzatisi in volo.

  Le autorità competenti capiscono la estrema pericolosità degli extraterrestri, e decidono  quindi di impegnare contro i marziani  l’esercito di terra,  usando se necessario anche la bomba atomica.

  Protetti da una cupola magnetica in grado di  respingere  sia i colpi d’arma da fuoco che gli effetti della bomba atomica,  il contributo dell’esercito  alla scacciata dei marziani risulterà  nullo e i marziani   continueranno decisamente a sbarcare, in ogni parte del globo, mettendo in pratica  un piano preciso, ben prestabilito, che prevede la graduale conquista del nostro pianeta e l’inserimento definitivo nella vita terrestre degli abitanti del pianeta rosso.


 Marte è diventato un pianeta morente, freddo e con poca luce, l’evoluzione della vita segue un processo inverso a quello della terra che risulta  per vari aspetti molto più confortevole di Marte.

  I marziani distruggono molti edifici delle città e dissolvono nel nulla anche i giganteschi  strumenti di guerra inventati dall’uomo, usando a proposito raggi in grado di spezzare alcuni legami atomici tenuti insieme dai mesoni.

 Quando ormai alle folle disperate non rimangono che i rifugi nelle chiese,  dove trovano conforto e qualche speranza nel miracolo finale, accade qualcosa di strano, di  sorprendente, le piccole navi spaziali dei marziani sembrano diventare sempre meno efficaci.

Cosa sta accadendo e perché?

  A differenza del racconto di H. G. Welles ambientato alla fine del XIX secolo, la storia presente nel film, per volere dello stesso produttore George Pal, è ambientata negli stessi anni in cui la pellicola è stata girata, 1953.

  Il regista Byron Haskin è famoso per film come L’isola del Tesoro(1950),  Dalla terra alla luna (1958),  Tarzan sul sentiero di Guerra (1951),  SOS Naufragio nello spazio (1964),  con questo film conferma  sia le sue grandi capacità di regia sia la bravura nel saper trasporre in immagini, riccamente espressive e ben sceneggiate, gli aspetti più salienti del libro.


 Byron Haskin  riesce a fare un film d’intrattenimento che è nello stesso tempo divertente e filosofico, d’azione e meditativo, dimostrando inoltre come un film può seguire le vicende del libro aggiungendo qualcosa, non togliendo, trasponendo cioè nel film in immagini in movimento ciò che la scrittura del libro ha suscitato nella sua immaginazione.

  A differenza dei  famosi film hollywoodiani in bianco e nero degli anni ’50, come Ultimatum alla terra, La cosa da un altro mondo, Il mostro della laguna nera, pellicole di fantascienza caratterizzate da pregnanti  questioni etiche umane, La guerra dei mondi gioca le  carte del coinvolgimento emotivo esclusivamente sul terreno dello spettacolo  e del senso di colpa religioso, dando sfoggio di un montaggio sopra le righe che esalta la splendida fotografia a colori  ricca di scene dense di composizioni originali, e  ponendo questioni teologiche strettamente legate al rapporto Dio-uomo, lontane cioè da ogni giudizio tra uomo e uomo.

  L’invasione è intesa come  una sorta di punizione  per il genere  umano,  colpevole di essersi  allontanato troppo da Dio; una punizione totale che sembra però revocata, all’ultimo istante, da una preghiera assidua, sincera delle folle nelle chiese superstiti, intente ad ammettere,  attraverso le prediche dei  pastori, le proprie colpe.

  Da sottolineare le numerose invenzioni che animano le scene, con figure e trucchi  di alto valore artigianale  capaci di competere tuttora con l’estetica cinematografica più moderna, ne sono un esempio la brevissima apparizione dell’extraterrestre nella casa rifugio della coppia Forrester e Silvia, una figura tonda e bassa con tre lunghe dita, tre occhi, tre cervelli,  che mette una mano sulla spalla della donna terrorizzandola per un attimo e poi fugge per la violenta reazione dello scienziato Forrester.


   Il regista Spielberg renderà poi omaggio a Gordon Jennings responsabile degli effetti speciali di questo film (di cui ha preso l’Oscar) portando sulle scene ET, film del 1992, una figura di extraterrestre paragonabile a quella che appare per un attimo in questo film di Haskin.

  Le forme dei piccoli veicoli guidati dai marziani e sospesi in aria, che distruggono cinicamente le città sono sorprendentemente moderne, lasciando stupefatti per la verosimiglianza del loro design con alcune forme della postmodernità di oggi.

 La disperazione delle famiglie divise dagli eventi catastrofici e che cercano affannosamente  notizie dei parenti, sono di un’emozione straordinaria per via di un realismo riuscito, ben recitato, tale da dare al film un tono di naturalismo che si fa  apprezzare per riproducibilità di un reale popolaresco molto familiaristico, specchio fedele di una fetta di realtà di quei tempi, godibile in ogni piega e che porterà col tempo l’opera di Haskin a divenire un cult.

   Il realismo delle riprese eseguite con la pellicola analogica è eccellente,  la luminosità, frutto infatti di una reale incisione della luce sulla sostanza chimica supportata dalla pellicola, appare più vera, producendo colori vivi e ben contrastati, e ammonendo, in un certo senso, sui pericoli del film digitale, sulla eccessiva manipolazione dell’immagine tramite computer, sulla necessità di porsi interrogativi intorno a  quegli aspetti tecnici fondamentali del film che rimangono la luce e il colore, in grado se riprodotti  con maestria, di  mantenere la verosimiglianza fotografica delle scene con la realtà, ad alta fedeltà.

  Ottima anche l’idea di Haskin di far vedere le immagini degli sguardi umani dal punto di vista delle telecamere  dei marziani. Grazie a un occhio elettronico preso agli invasori durante uno scontro,  di cui uno scienziato riesce a ricostruirne la funzionalità, vengono proiettati  su uno schermo i volti di alcuni personaggi terrestri così come sono stati visti dai marziani, personaggi che appaiono animati da colori non ben conosciuti, lontani dalla realtà luminosa terrestre maggiormente nota e un po’ deformati, quasi mostruosi, probabilmente per confermare  la relatività delle cose, l’impossibilità a volte di definire la bellezza, dimostrando con un punto di vista  nuovo, quello dei marziani, l’importanza  della soggettività nell’apprezzare o  meno certi effetti di sguardi emananti dal viso.

   

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