Cinema: Sciuscià Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
Sciuscià
(Ragazzi lustrascarpe)
 

 It. 1946

Genere: Dramm.

Durata: 92′

Regia: Vittorio De Sica

Interpreti: Rinaldo Smordoni, Franco Interlenghi, Aniello Mele, Bruno Ortensi, Emilio Cigoli, Anna Pedoni

Pellicola: B.N.

Recensione di Biagio Giordano

Film reperibile in rete e DVD

 Sciuscià è una parola dialettale napoletana  derivante dall’inglese shoe-shine (lustrare le scarpe), si riferisce in particolare ai ragazzi che spolveravano e lucidavano le scarpe di numerosi soldati americani presenti a Napoli e a Roma verso la fine della guerra, cosa che ne spiega  l’origine inglese.

 Siamo a Roma nel 1945. Pasquale Maggi (Franco Interlenghi)  e Giuseppe Filippucci ( Rinaldo Smordoni), lavorano con alterni e poveri guadagni, come sciuscià sui marciapiedi di via Veneto. Il loro passatempo preferito consiste nel correre su un cavallo bianco chiamato Bersagliere, cavalcato in due, preso in affitto a Villa Borghese. Tale è la loro passione per lo stallone che vorrebbero comprarlo, accudirlo con amore,  ma il lavoro precario non glielo lo consente. La sorella piccola di Giuseppe chiede spesso dei soldi al fratello, per strada, per soddisfare i bisogni più urgenti della loro famiglia. I due un giorno decidono, con l’aiuto del fratello di Giuseppe, Attilio, di commerciare in nero, vendendo coperte americane.


Attilio consiglia ai due una possibile acquirente, un’anziana chiromante (Maria Campi); quando i sciuscià si presentano alla porta della signora proponendole l’acquisto lei mostra nei loro confronti qualche diffidenza che appare legittima in un contesto sociale così povero di mezzi di sostentamento, ma nella chiromante il desiderio di fare un affare prevale sulla propria sicurezza e dopo qualche esitazione si convince a farli entrare nell’appartamento; i tre dopo una breve trattativa riescono a mettersi d’accordo sul prezzo delle coperte. Ma dopo il pagamento, all’improvviso, irrompono nella casa, spacciandosi per uomini della polizia,  Attilio, l’ex possessore delle coperte e un altro losco compagno. I tre accusano la donna di aver compiuto un’azione disonesta, del tutto illegale,  perché ha comprato dai ragazzi della merce rubata;  i falsi poliziotti perquisiscono quindi l’appartamento con un documento fraudolento,  sottraendole di nascosto anche 7.000 lire.

 La donna dopo aver capito di essere stata derubata, e aver inteso come si è svolto il  raggiro, sporge denuncia alla polizia e aiuta poi i funzionari a trovare i due ragazzi che verranno incolpati di furto e interrogati dal commissario per scoprire i complici.

Per dare una svolta all’interrogatorio il commissario simula astutamente una punizione con la cinghia a Giuseppe, lasciando intravedere a Pasquale, dall’ingresso di un piccolo stanzino aperto, solo il movimento del braccio che colpisce e facendogli sentire simultaneamente l’urlo di dolore finto di un giovane  attore nascosto. Pasquale è impressionato dagli urli, crede davvero che il suo amico Giuseppe stia soffrendo e a un certo punto cede, facendo il nome di Attilio.


 

Il fratello di Giuseppe viene descritto come uno degli artefici del fatto malavitoso, identificabile come il più elegante dei tre uomini presentatisi dalla chiromante in veste di funzionari della polizia. I due ragazzi vengono rinchiusi nel carcere minorile con l’accusa di  complicità nel furto e poi condannati, la chiromante viene cacciata, in malo modo, fuori dal commissariato per aver comprato al mercato nero le due coperte probabilmente rubate.

Giuseppe si dispera per il tradimento, non capisce l’umanità del gesto di Pasquale, pensa che tirando in ballo il nome di suo fratello Attilio, Pasquale abbia voluto salvare soprattutto se stesso. La loro amicizia comincerà a barcollare, si macchierà di pulsioni d’odio sempre più intense, tali da  portarli a farsi scorrettezze di ogni genere fino al punto di vanificare il  difficile percorso rieducativo carcerario  e sconfinare nella tragedia.

Il film è considerato da molti critici il primo capolavoro neorealista di De Sica già autore all’epoca di sei lungometraggi non tutti in stile neorealista. La pellicola però al botteghino italiano ha subito inizialmente un fiasco (solo 56 milioni di lire di incasso, secondo il dizionario del cinema Mereghetti); il film venne aspramente criticato nelle sale dal pubblico colto e meno colto, soprattutto da  coloro appartenenti a culture nazionaliste aristocratiche un po’ ipocrite, ancora di derivazione fascista, che professavano la necessità di mostrare sempre, all’estero, un Italia altra, all’altezza sociale e istituzionale delle migliori nazioni europee, come l’Italia non era nel ’45 né lo era mai stata prima e né forse lo sarà mai.


Il film è passato quasi inosservato sulla stampa italiana finché non ha raggiunto un sorprendente successo di pubblico e di critica negli Stati Uniti, vincendo addirittura un Oscar, il più importante: quello per il miglior film straniero.

Anche numerosi e  influenti esponenti della cultura politica di sinistra, hanno criticato polemicamente il film di De Sica, non tanto per l’immagine negativa dell’Italia, data dal film al mondo, riferita al nostro sociale fine guerra, cosa che  la sinistra italiana non si è mai preoccupata di nascondere in altre circostanze, quanto per l’abbinamento letterario fantasia - realtà della narrazione, che appare subito troppo squilibrato, indubbiamente dalla parte del primo termine.

Un abbinamento che slega i personaggi neorealisti della pellicola dal duro reale quotidiano così ben rappresentato in numerose scene, a vantaggio di un virtuale evanescente, legato a un sogno ambizioso, impossibile, che ha rilasciato negli spettatori il sospetto che i sciuscià  volessero solo fuggire dalla realtà, come se la reattività degli italiani ai problemi sociali e politici più veri di quel momento fosse del tutto insufficiente.


Secondo alcuni critici, nel film l’atteggiamento generale della popolazione appare troppo refrattario e rassegnato rispetto a quel che di storico stava accadendo,  in realtà la reattività ai fatti di quel periodo fu notevole.

Da una parte quindi il film è  una splendida rappresentazione della vita italiana più intima di quel periodo, rappresentata in modo altamente drammatico, riuscito, con scene di disperazione crude e vere, dall’altra   una denuncia delle durezze istituzionali italiane di quel periodo che suscitarono indignazione e sgomento in tutto il mondo occidentale, soprattutto quella carceraria.

  In questo film l’attenzione di De Sica è per i ragazzi, un tema molto a cuore nel regista che aveva già girato I bambini ci guardano. Successivamente con Ladri di biciclette, De Sica completava alla grande la sua trilogia sui ragazzi-uomo, quelli che per sopravvivere crescevano in fretta perché immersi in un sociale difficile.

Con un budget di poco meno di un milione di lire, il film fu venduto, secondo alcune notizie apparse su internet, per quattromila lire, precisamente  al distributore americano Ilya Lopert, che ci guadagnò poi moltissimo.

Cesare Zavattini, dotato scrittore  e innovativo sceneggiatore, è l’ideatore della parte più discutibile del film, quella che fa entrare in gioco un meccanismo letterario di impronta surreale – fiabesca in un contesto forse poco adatto a coglierne e ad apprezzarne l’estetica filmica.


In tono minore, ma comunque rilevante ha collaborato alla sceneggiatura anche Sergio Amidei.

La presenza di Cesare Zavattini nei migliori film di De Sica ha comunque sempre garantito uno stile narrativo di portata innovativa, particolarmente originale, di forza universale, sprovincializzando un po’  i linguaggi chiusi e campanilistici delle diverse zone d’Italia.

Da sottolineare infine in questo film anche la tecnica delle riprese a pedinamento, mediante la quali i personaggi vengono seguiti nei loro diversi spostamenti mostrando spesso le loro gambe in primo piano.  Inoltre i numerosi e brevi piani sequenza mostrano gli spazi dei luoghi del film  in tutte le  loro  profondità e dimensioni più reali, in modo superlativo, chiaro, da angolazioni diverse molto ricercate, accentuando fotograficamente l’effetto uscita dallo schermo dell’immagine tridimensionalmente allusa, tipico del neorealismo cinematografico. 

 Biagio Giordano

 

   

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