CINEMA: La strada Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO  
La strada
 

Regia: Federico Fellini

Produzione:  Italia 1954

Genere: dramm.

Durata: 104′

Fotografia: B.N.

Interpreti: Giulietta Masina, Anthony Quinn, Richard Basehart, Aldo Silvani, Marcella Rovere, Lidia Venturini

Recensione di Biagio Giordano

Film reperibile in DVD

   In un sobborgo di case sparse, a pochi metri dalla  riva del mare, in un paesino della toscana degli anni ‘50, una donna anziana e disperata, madre di Gelsomina (Giulietta Masina),  è caduta in disgrazia, sia psicologica che  economica,  dopo la morte del marito. La vecchia  per sopravvivere si vede costretta a vendere la figlia per diecimila lire e un po’ di vivande, lo scambio avviene con il  saltimbanco girovago Zampanò (Antony Quinn),  rimasto senza aiuto nei suoi spettacoli di strada dopo la morte di Sara, che era sorella di Gelsomina.

Zampanò è un uomo forte e rozzo, con una psicologia fuori dal branco, probabilmente non proprio cattivo, ma molto egoista, di origini  oscure che non ama svelare. Desidera  esibirsi,  forse in modo un po’ truffaldino, in diversi paesini della toscana, lo fa con giochi suggestivi che prevedono l’utilizzo ad effetto della sua forza toracica. Zampanò  usa la sua potenza muscolare per spezzare con i pettorali l’anello più debole di una solida catena in acciaio.

Per i suoi spostamenti tra un paese e l’altro usa una vecchia motocicletta americana che traina  un carrozzone coperto in grado di svolgere diverse funzioni utili tra cui quelle di dormire e di ripararsi dalla pioggia.

Gelsomina è una ragazza chiusa, sensibile, insicura, ha sofferto molto, anche la fame, non può permettersi di andare alla ricerca  di un lavoro, anche se solo vagamente desiderato, perché professionalmente e psicologicamente non ha niente da offrire, neanche un sogno.

Con Zampanò  i problemi esistenziali di Gelsomina  si aggravano, essi la trascinano inesorabilmente verso  un’estrema  delusione della vita creandole una fobia verso le persone sempre più grave.  Lui la fustiga sui piedi finché non impara a fare bene la sua parte negli spettacoli, inoltre  Zampanò ha incontri erotici con altre donne, e quando essi avvengono  lascia sola Gelsomina per diverse  ore, su strade che non conosce.


 Zampanò rifiuta, pensando sia un suo diritto in quanto padrone, ogni genere di gentilezza e comunicazione da lei proposte,  cosa che getta la donna nello sconforto più nero. Eppure Zampanò sa quanto essa sia  provata per aver dovuto lasciare la madre e i numerosi fratelli in grave difficoltà economica.

Gelsomina lavora vestita da clown, stile circo anni ’50,  con dei modi espressivi che ricordano per certi aspetti Chaplin e il comico Groucho Marx. Il suo compito è di aprire al pubblico lo spettacolo di Zampanò e di far ridere ogni tanto la platea facendo da spalla ad alcune battute dell’uomo sapientemente distribuite lungo lo spettacolo.


 Durante un periodo di  lavoro presso il circo Saltanò, a Roma, i due incontrano un personaggio un po’ eccentrico, un  equilibrista  chiamato il Matto (Richard Basehart), un filosofo di vita, che forse per essere affetto da una certa dose di xenofobia, provoca ripetutamente Zampanò,  una figura quest’ultima che appare seriosa e molto diversa dalla norma.  Quando il Matto scopre che Gelsomina è subalterna all’autoritario Zampanò, interviene con la parola, conforta la donna con delle dichiarazioni  piene di saggezza  che si soffermano per lo più intorno al senso più profondo che caratterizza certe relazioni umane come la sua.  Questo dialogo se da una parte getterà una nuova luce nella coscienza  della donna creandole una sorta di abbozzo a un’identità esistenziale nuova, dall’altra faranno prendere alla  sua vita una piega ancora più drammatica.

 Il Matto, esile equilibrista un po’ paranoico, ma di una intelligenza acuta,  vede in Zampanò  una figura del tutto negativa, incivile, e lo deride ripetutamente senza scrupoli, né paure, tanto da portarlo all’esasperazione.  Zampanò reagisce, scoppia una furiosa lite tra i due  che obbliga  la polizia ad intervenire.   Il proprietario del circo Saltanò indignato e furioso per quanto accaduto li licenzia entrambi.

Zampanò irritato per aver perso il lavoro  per causa altrui, appena incontra occasionalmente il Matto lo riempie di pugni,  uccidendolo,  ma non intenzionalmente.


 Gelsomina  che ha assistito alla scena rimane angosciata, delirante, e sembra non riprendersi più, Zampanò allora è tentato di abbandonarla tra i resti di un casolare perduto dove si erano fermati per consumare un pasto.  

Come proseguirà il rapporto tra Gelsomina e Zampanò dopo l’ennesimo sconvolgimento psichico della donna?

La strada è il film capolavoro che lanciò Fellini nell’olimpo internazionale del cinema: Leone d'argento a Venezia, 2 Nastri d'argento (produzione e regia), Oscar nel 1956 per il miglior film straniero, assegnato in quell'anno per la prima volta.

La sceneggiatura  e il suo svolgimento fotografico non sono invenzioni esclusivamente felliniane, cioè non sono del tutto astratte dalla storia del cinema e di una certa letteratura, esse rappresentano una riuscita confluenza di modalità espressive apprese con lo studio delle teorie di Zavattini e di alcuni grandi registi francesi e americani anni 30’ e ’40.


 Le influenze vanno dal naturalismo letterario di Zolà all’espressionismo tedesco, dal noir americano al neorealismo italiano, per finire con il realismo poetico francese di Carnè, tutte con, sovente, al centro  la vita degradata delle classi umili e la ricostruzione di ambienti fatiscenti di origine popolare.

Fellini dimostra tutta la sua genialità nel saper narrare per immagini con una trama di fondo che emoziona sulla base della sua capacità di suscitare orrore e pietà. Fellini dirige anche in modo magistrale due grandi attori come Antony Quin e Giulietta Masina.

Il regista emiliano descrive delle situazioni drammatiche ad alto contenuto sociale ma ricche anche di implicazioni filosofiche, estetiche, metaforiche, unendo inoltre al coinvolgimento emotivo creato da situazioni sociali di per sé disperate, aspetti più legati alle dinamiche pulsionali inconsce reattive universalmente al male esistenziale più ostico e capaci di formare una  varietà di sintomi.

 Ciò è evidente nei rapporti più interpersonali tra le classi umili, le cui logiche psicanalitiche tolgono a un certo punto al dolore, dovuto alla condizione sociale estremamente negativa, il primato del protagonismo narrativo, a favore di un richiamo filosofico, a un dialogo oggettivo sulle coscienze, sull’etica, che ridà dignità ai personaggi.

Nessun piagnisteo fine a se stesso quindi, ma sfumate dinamiche pulsionali che partendo dal dolore risvegliano l’inconscio archetipico della storia dell’uomo, i suoi simboli esistenziali più prossimi al senso di colpa per un male oscuro che si perde nella notte del tempo.


Il male in Fellini perde la banalità e la piattezza che lo costituisce nella storia, ciò  accade precisamente quando l’umanità incontra nell’inconscio, dopo la nefandezza compiuta alle origini, la propria angoscia esistenziale, la propria solitudine dal mondo, l’estraneità dal sociale in cui vive, la consapevolezza di ritornare nella miseria della polvere,  per questo che le figure degli emarginati, dei solitari, dei diversi per Fellini sono figure estremamente interessanti; esse hanno l’attitudine artistica che porta alla coscienza del bene mancante in contrapposizione al male, al di là di ogni religione-madre consolatrice, assurda e fantasiosa, radicandosi nel laicità più pura, giungendo ad apprezzare i valori di una vita non violenta, dedita all’amore aperto, finalmente privo di pensieri delittuosi o escludenti nei confronti di  terzi-altri, un sentimento non chiuso in un clan o in una famiglia.

Perché La strada è da considerare un film capolavoro?  Probabilmente perché il pensiero filosofico di Fellini non si appaga per niente nel raccontare, rimane laico, del tutto privo di picchetti etici consolatori: capaci di avvolgere nella certezza alcuni dubbi immortali.

La sensibilità di Fellini è tutt’una con il film, la sua coscienza soffre con esso nell’umiltà più autentica, facendogli dimenticare per chi sa quanto tempo la sua indole mondana, i suoi privilegi sociali di artista, i suoi sogni più insistenti.

  Biagio Giordano 

   

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