CINEMA: Mia madre Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO  
MIA MADRE
 

 Titolo Originale: MIA MADRE

Regia: Nanni Moretti
Interpreti: Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Stefano Abbati, Beatrice Mancini, Enrico Ianniello, Anna Bellato, Toni Laudadio, Pietro Ragusa, Tatiana Lepore, Lorenzo Gioielli
Durata: h 1.46
Nazionalità: Italia 2015
Genere: drammatico
Al cinema nell'Aprile 20
Recensione di Biagio Giordano
Al cinema nella Provincia di Savona

 Margherita (Margherita Buy) è una regista molto nervosa ma in grado di imprimere al film  toni artistici elevati. E’ colta e grintosa, perfezionista nel dirigere gli attori ed estremamente attenta alle angolazioni di ripresa attuate dal cameraman. Alla regista-autrice  non piacciono le pellicole di intrattenimento, essa ambisce a dare un senso più profondo ai profili dei personaggi e alle logiche stesse delle scene, perché desidera riuscire a fondere di più, nei film, vita e racconto, vero e finzione.


 Margherita, volendo leggere un po’ tra le righe,  sembra intenzionata a sensibilizzare lo spettatore al gusto del realismo, ai suoi aspetti più legati al postmoderno tra le cui caratteristiche spicca un’assenza fondamentale: quella delle ideologie.

E’ come se Margherita (nel film è un alter ego di Metti?) fosse posseduta da un’idea di fondo del tutto innovativa:  voler favorire negli spettatori una presa di coscienza sulle diverse possibilità che si ha con il nuovo realismo di creare nella narrazione forme estetiche del tutto originali. Niente di già visto dunque, a differenza di quanto si potrebbe pensare in un primo momento se si rimane ancorati con la mente al passato neorealista e se si rinuncia a vedere film come questi  che  dimostrano le innumerevoli e nuove possibilità espressive del cinema.

Il racconto inizia con Margherita che sta girando un film sulla crisi del mondo del lavoro, in particolare sulle regole violate e sui gravi problemi occupazionali del nostro paese: come i licenziamenti immotivati causati dal mancato rispetto degli impegni degli investitori nei settori che tirano.


 Margherita ha ottenuto il consenso, per svolgere la parte del  padrone di una fabbrica in ristrutturazione, nientemeno che di John Turturro famoso e bravo attore americano affetto da diversi turbamenti tra cui  quello legato a una  identità dell’Io divenuta sempre più debole, l’attore con lo scorrere inesorabile del tempo  non è riuscito a mantenere una forte unità psichica di fondo, forse per una particolarità etica che lo contraddistingue e che tende al dissenso generale nelle relazioni senza osare manifestarsi in misura sufficiente.  John è sempre in bilico tra attore-personaggio-uomo reale nel suo vivere più specifico.

John è un attore in crisi, per vari motivi soprattutto esistenziali e costituzionali, un uomo però brillante che cerca di non far pesare i suoi problemi sugli altri, egli non disdegna l’umorismo, il sarcasmo, e la provocazione mondana,  vantandosi  con il cast in alcuni casi in modo eclatante, senza pudore, probabilmente addirittura mentendo, come quando in certi dialoghi del film afferma di aver lavorato con il grande Stanley Kubrick.

 Margherita ha anche una madre ultra ottanenne, ricoverata in ospedale, che accudisce insieme a Giovanni (Nanni Moretti), fratello dalla figura dominante.

Giovanni è meditativo, ossessionato dal desiderio di chiarire ogni cosa che accade fuori da un certo ordine abitudinario: sia nel lavoro, sia con gli amici e i parenti. E’ come se in qualche modo Giovanni volesse dimostrare a se stesso la capacità di  saper affrontare nel migliore dei modi,  da buon borghese agiato e pensatore instancabile, tutto ciò che sopraggiunge di inaspettato, e che si presenta quindi a volte nelle vesti di una minaccia.


 Giovanni mostra spesso un ottimismo ironico ma mai disgiunto da un senso del reale valutato  per quello che effettivamente è.

La madre di Margherita e di Giovanni è malata, dicono i medici che ha problemi nell’apparato respiratorio, tali da impedire al cuore, che lavora in coordinazione con i polmoni, di svolgere la sua normale attività. Il cuore infatti della madre si autosottopone a sforzi di compensazione per il mancato lavoro  dei polmoni; è una fatica molto pericolosa tanto da  divenire col tempo patologica, gli sforzi prolungati alterano le funzioni della delicata struttura interna dell’organo.

Per l’anziana dunque, secondo i medici,  esistono poche speranze di vita.

Margherita è alle prese con diverse questioni, da una parte le riprese di un film  di cui vuole essere decisionista su tutto creando difficoltà di rapporti tra il cast, dall’altra una figlia 13enne con problemi a scuola in alcune materie,  c’è poi il dolore per un lutto della madre che sta per sopraggiungere da un momento all’altro, e per finire  i turbamenti dovuti agli strascichi psicologici legati alla separazione dal marito.

Tutto ciò rende Margherita assai stressata, ma la donna mantiene un senso di responsabilità molto alto, e lo stress alquanto tormentoso la porterà, seppur può sembrare un po’  paradossale, a riflettere sul senso nuovo e triste che la vita acquista quando scompaiono i genitori.


 Il racconto del film, per lo più, non si svolge  in un tempo lineare, Margherita assiste sua madre in una dimensione temporale altra, impregnata di forme oniriche, è come se Margherita fosse posseduta dagli effetti ricordo- sogno  tipici della condizione del lutto, le scene che riguardano l’assistenza alla madre si svolgono infatti con lei  già morta, sono raccontate. Questo è un vero e proprio dispositivo narrativo con finalità estetiche, esso porta lo spettatore dentro il lutto vissuto dai protagonisti: realtà, ricordo, flash back, sogno, allora si fondono ma non confondono lo spettatore, anzi lo portano a percepire il lavoro inconscio del lutto in tutta la sua portata, anche anestetizzante il dolore puro, favorendo emozioni da drammatizzazione, identificazione, coinvolgimento proiettivo del proprio inconscio, al riparo da ogni angoscia vera. In altre parole è come se il sintomo del lutto di Margherita venisse rappresentato visivamente da Moretti con la migliore efficacia comunicativa, in questo caso in chiave psicanalitica, proprio per essere dato in dono allo spettatore, che può percepirlo  e viverlo al meglio con il suo inconscio e lo strumento psichico dell’identificazione.

Inoltre è necessario aggiungere che un rilievo impressionante della storia, misterioso, che ruota intorno alla particolare intimità della famiglia percepibile in quasi tutti i film di Moretti, desta nello spettatore un’attenzione e  una curiosità particolari coinvolgendolo in una atmosfera di piacevoli  e incestuosi contrasti.

Il film per il suo modo di raccontare è senz’altro destinato a vincere importanti premi cinematografici.

  Biagio Giordano 

  

   

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