CINEMA: Still Alice Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO  
STILL ALICE

 Titolo Originale: STILL ALICE

Regia: Richard Glatzer, Wash Westmoreland

Interpreti: Julianne Moore, Alec Baldwin, Kristen Stewart, Kate Bosworth, Hunter Parrish, Victoria Cartagena, Erin Darke, Shane McRae, Stephen Kunken, Eha Urbsalu, Cat Lynch

Durata: h 1.39

Nazionalità: USA 2014

Genere: drammatico

Al cinema nel Gennaio 2015

Recensione di Biagio Giordano

In sala nella provincia di Savona
 Alice Howland (Julianne Moore) è una donna matura sulla soglia dei cinquant'anni,  orgogliosa e soddisfatta degli obiettivi raggiunti nella vita. Ha una professione prestigiosa in cui riesce molto bene,  ottenendo importanti riconoscimenti dalle migliori università statunitensi. E’ un’instancabile ricercatrice  di linguistica, assai dotata sul piano dell’intelligenza e  capace di organizzare al meglio il suo lavoro, tanto da  riuscire a raggiungere una fama mondiale.

La donna insegna alla Columbia University, e ha scritto libri sull’argomento  linguistico che hanno innovato profondamente i criteri di ricerca di questa disciplina portando a nuove ed eccezionali scoperte.

Alice ha una felice famiglia composta dal marito, esperto di chimica (Alec Baldwing),  e  dai tre figli tutti ben educati e dal carattere dolce, Anna, Tom e Lydia, tutti con una posizione professionale e sociale solida.

Un giorno, grazie alla fama conquistatasi nella comunità scientifica mondiale, le viene offerto di tenere una conferenza  in un prestigioso centro di ricerca di un'altra importante città, Alice accetta entusiasta ma durante la relazione introduttiva viene colpita da un vuoto di memoria violento, particolare,  straordinario, che le fa apparire l’ambiente in cui si trova completamente sconosciuto, come se fosse assolutamente nuovo ai suoi occhi.

E’ un black out, quello di Alice, della memoria, ma con una psiche che  rimane emotivamente accesa,  funzionante. Appena ripresasi, da buona professionista Alice vince l’imbarazzo di fronte al pubblico con una battuta di spirito, attribuendo quanto appena accadutole allo champagne di troppo della sera prima.


Dopo qualche giorno, durante una delle sue programmate corse  in città per tonificare il fisico, Alice ha nuovamente un vuoto di memoria, ed è costretta a fermarsi, improvvisamente, in mezzo a un largo marciapiede, rimanendo per lunghi istanti impaurita, insicura, smarrita, guardandosi intorno sempre più spaventata senza intendere  in quale città si stava trovando.

Fatti gli opportuni accertamenti medici, con tanto di visita neurologica, risonanza magnetica e pet, ad Alice viene diagnosticata una forma presenile del morbo di Alzheimer, un male, nel suo caso, in grado di svilupparsi velocemente per due motivi, primo perché Alice è  ancora  abbastanza giovane e secondo per il fatto che con il suo lavoro è costretta a ragionare tantissimo accentuando i contrasti tra coscienza e inconscio che sembrano misteriosamente favorire la degenerazione delle cellule dei neuroni.

A questo punto la  vita affettiva di Alice cambia, i rapporti con i membri della famiglia si modificano, nascono forme di sentimento nuove. Gli affetti, a causa  della sua condizioni precarie di salute,  perdono il vecchio supporto costituito dallo stato di serenità familiare, ma stranamente la  forma affettiva trasformandosi acquista a un certo punto valenze passionali superiori a prima, a tal punto che ogni attimo di vita pare diventare per Alice prezioso e maggiormente godibile, in altre parole sembrerebbe afferrabile in tutte le sue più innumerevoli sfaccettature.

 

Per uno bizzarro paradosso, di cui è difficile intendere a fondo le cause, le sue emozioni si moltiplicano e, rispetto allo  stato di piena salute di cui godeva prima,  le possibilità  percettive della sua mente paiono sconfinare in un inconscio sconosciuto che ne allarga le funzioni.

Che ulteriori sviluppi si avranno nelle relazioni tra Alice e la sua famiglia, soprattutto negli stadi più invalidanti della malattia?

Il film sembra voler affrontare il tema della sofferenza, per malattie, in alcune sue profondità, sottolineando certe errate fantasie che ruotano intorno a patologie viste solo come portatrici imminenti di  incontrollabili disperazioni. Ciò accade, secondo il film, perché troppo spesso si immagina sulla malattia da un’angolazione che ci vede condizionati dai propri  fantasmi inconsci.


Nella realtà del male Alice infatti trova si la sofferenza, ma anche qualcosa di insperato, ossia, intense comunicazioni di origine inconscia, propaggini di un passato che non comunica più con i ricordi ma con emozioni silenti facenti parte di affascinanti e infiniti orizzonti visivi, simili alla grande fotografia, fino ad allora sconosciuti, aspetti inconsci che la paracadutano verso la propria fine in un modo  attenuato, essendo la sua vita  ancora ricca di immagini, senso e umanità.

Film ben giudicato dalla critica, effettivamente destinato, per spessore della sceneggiatura, regia e interpretazione,  a ricevere numerosi premi internazionali.

Biagio Giordano 

   

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