CINEMA: La teoria del tutto Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
La teoria del tutto

 Titolo Originale: THE THEORY OF EVERYTHING

Regia: James Marsh

Interpreti: Eddie Redmayne, Felicity Jones, Harry Lloyd, David Thewlis, Emily Watson, Simon McBurney, Lucy Chappell, Charlotte Hope, Abigail Cruttenden, Christian McKay, Adam Godley, Charlie Cox, Maxine Peake, Tom Prior, Sophie Perry, Finlay Wright-Stephens

Durata: h 2.03

Nazionalità: Gran Bretagna 2014

Genere: biografico

Al cinema nel Gennaio 2015

Recensore Biagio Giordano

In sala nella Provincia di Savona

 1963. Università inglese di Cambridge, nell’omonima città dell’Anglia orientale. In una festa tra studenti universitari, molto rumorosa e dall’atmosfera ambigua, macchiata qua e là da sfumature sadiche, Stephen Hawking  (Eddie Redmayne),  allievo assai dotato in fisica-matematica, prossimo scienziato di fama mondiale, esperto in cosmologia e astrofisica, fa conoscenza con la giovane Jane Wilde (Felicity Jones), studentessa di lettere ed amante della cultura spagnola. Entrambi manifestano subito un reciproco interesse, un’attrazione di origine culturale frammista di erotico, cosa che  non fa perdere loro l’occasione per approfondire meglio le conoscenze di sé.

 In breve tempo matura nei due un’amabile famigliarità che prenderà il sopravvento su ogni residuo di retro  pensiero, fonte quest’ultimo della diffidenza iniziale inconscia tipica in certe situazioni desideranti; il loro rapporto diventa via via sempre più stretto, accompagnato dalla nascita di una gioia reciproca che, come spesso accade  nell’età  adolescenziale, li trasporterà in breve tempo in uno stato di benessere privo di ogni paura.

La felicità  inattesa, scoperta per vie fortunose, si rivelerà una grande risorsa per entrambi, donerà  loro maggior forza nella realizzazione di quei progetti di vita costruiti insieme o ideati separatamente.

All’età di 21 anni, Stephen Hawking scoprirà però di avere una malattia grave, denominata del motoneurone, una patologia tristemente nota per come riesca a togliere gradualmente ogni funzionalità alle cellule addette al movimento dei muscoli, con la conseguenza di procurare  all’organismo  una  vasta disfunzionalità del tessuto muscolare.

I medici, di formazione prevalentemente tecnico-scientifica, gli daranno solo due anni di vita, ignorando quanto gli aspetti psicologici, sia affettivi che motivazionali di una persona, se positivi, possano contrastare efficacemente certi mali che lo colpiscono, frenando per lungo tempo il tasso della crescita patologica. Mali diagnosticati per di più come molto gravi.


Il professor Stephen Hawking è ancora in vita, ha 73 anni, e si sposta da un luogo all’altro delle sue zone di lavoro con una  sedia a rotelle tecnologicamente molto sofisticata.

Al professore sono stati messi a disposizione  strumenti elettronici avanzati, montati nella carrozzella, che gli permettono di interloquire  foneticamente nelle conferenze, di scrivere libri, e di tener lontano  nel suo profondo più inconscio le forme di depressione estreme potenzialmente presenti, pronte a scatenarsi nel caso si modificassero le sue condizioni di vita.

L’aiuto portato a Stephen Hawking  dal grande amore dimostratogli da Jane Wilde, la ragazza conosciuta da giovane alla festa universitaria, e che  diventerà sua moglie, risulterà decisivo per quella che sarà poi la sua vittoriosa resistenza al male e l’affermazione definitiva come scienziato e insegnante di fama mondiale.

  La pellicola è tratta dal memoir “Travelling to Infinity: My Life with Stephen”, scritto da Jane Hawking, ed è diretta dal regista James Marsh seguito da un cast di tutto rispetto comprendente David Thewlis (il Remus Lupin di Harry Potter), Emily Watson (Le onde del destino di Lars Von Triar) e Charlie Cox (Boardwalk Empire).


Occorre dire che la sceneggiatura del film, per quanto riguarda gli argomenti da trattare, ha fatto delle scelte sagge preferendo gli aspetti relativi ai profili soggettivi dei personaggi .  Infatti per ovvii motivi di brevità di tempo tipico delle opere  cinematografiche, essa avrebbe avuto grosse difficoltà nel far scorrere fluidamente la narrazione se avesse deciso di trasmettere in modo chiaro e articolato i  geniali concetti scientifici elaborati dal professor  Stephen Hawking, per cui, saggiamente, l’autore  non si è mai soffermato molto sulle scoperte che stanno alla base della grande notorietà di Stephen Hawking come uomo di scienza.

In questo racconto filmico, delle doti scientifiche del professore vengono solo evidenziati, per sommi capi, gli effetti di stupore provocati nel mondo scientifico  da alcuni geniali suoi concetti di fisica-matematica che pur espressi nel film in forma molto approssimativa, paiono agli spettatori, al primo impatto, ben sostenuti, convincenti, fonte di immaginazione superiore, pur senza quella accurata dimostrazione che il film fa capire che il professore ha dato ripetutamente e con successo nella sua comunità scientifica. 


  Fra tutto ciò spicca la tesi secondo cui il tempo ha un inizio che lo si può mettere logicamente in relazione con la creazione  dell’universo. Inoltre  le  nuove teorie  sull’astrofisica e il cosmo elaborate da Stephen Hawking, ritenute molto interessanti da gran parte della comunità scientifica,  affascinano nella loro forma divulgativa, lo spettatore, che sente di appartenere, in qualche modo misterioso, per lo meno in quanto materia, alle dinamiche delle forze gravitazionali interagenti con le evoluzioni spettacolari della  vita e della morte riguardanti stelle, galassie e  buchi neri.

 La sceneggiatura del film mette prevalentemente a fuoco il personaggio di Stephen non tanto su quanto riguarda le sue pubbliche relazioni sociali e istituzionali di scienziato, bensì come paziente fenomeno, malato straordinario, in grado di affrontare la grave malattia con coraggio, ironia e autoironia, organizzando al meglio, per la scienza, la società, e le istituzioni dell’insegnamento, i tempi del suo lavoro, tra una recrudescenza e  l’altra del  male.

Quando i risultati e  i riconoscimenti scientifici continueranno a giungere nonostante l’avanzamento del suo male motorio ai muscoli, il professor Stephen Hawking ritroverà anche il miglior umorismo, capirà di essere ormai preso in un vortice di stima e ammirazione che gli avrebbe consentito una vita ancora ricca di soddisfazioni.


Stephen Hawking intratterrà il pubblico nelle sue conferenze, alternando al rigore delle formule giochi di parole ironiche e autoironiche sul senso dell’esistenza, di grande intelligenza e divertimento. La sua brillantezza non poteva non tradire i piaceri psicologici che aveva raggiunto attraverso la soddisfazione trovata nella ricerca scientifica.

Nel vita reale i 147 muscoli costituenti il viso del professor Stephen Hawking, non sembra siano stati del tutto atrofizzati dal male, e il regista allora ne ha approfittato mettendo spesso in primo piano nelle inquadrature i suoi sguardi, facendogli esprimere, con l’aiuto degli occhi, una varietà di stati d’animo sbalorditiva. Stephen Nel film il personaggio riferito a Stephen Hawking, è qui sta tutta la grandezza di questa opera cinematografica, nonostante il  grave stato motorio di handicap con cui viene rappresentato, riesce a comunicare agli spettatori dolcezza, gioia, desideri erotici, raffinato amore per la moglie, altre innumerevoli diverse emozioni espresse con gli occhi e provenienti dalle soddisfazioni scientifiche; non trascurando il negativo, come quando il personaggio riesce a comunicare qualche momento di sconforto e smarrimento, che però si piegano più volte in  ironia e sarcasmo.


 Questi aspetti espressivi del volto, ben colti con la fotografia e studiati e messi in pratica attraverso la grande prova recitativa sostenuta da Eddie Redmayne, hanno mantenuto alto il tono del film, stemperando il  dramma, in esso potenzialmente presente, aprendolo a  una piacevole e credibile storia dei sentimenti maturi, rafforzati dal senso del dovere, che risultano nel professore Stephen Hawking tutt’ora vincenti su uno dei  mali più ostici conosciuti dall’uomo. 

   

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