CINEMA: The judge Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
 The judge
 

  Titolo Originale: THE JUDGE

Regia: David Dobkin

Interpreti: Robert Downey Jr., Robert Duvall, Leighton Meester, Billy Bob Thornton, David Krumholtz, Vera Farmiga, Melissa Leo, Vincent D'Onofrio, Sarah Lancaster, Dax Shepard, Balthazar Getty, Emma Tremblay, Jeremy Strong, Grace Zabriskie, Ian Nelson, Ken Howard

Durata: h 2.21

Nazionalità: USA 2014

Genere: drammatico

Al cinema nell'Ottobre 2014

Recensione di Biagio Giordano

Film in sala nella provincia di Savona

 Trama. Hank Palmer è un giovane avvocato di successo, noto per la sua geniale capacità difensiva, grazie alla quale riesce ad ottenere spesso il miglior risultato possibile, soprattutto in quelle cause che riguardano i criminali  più abitudinari di Chicago.


 

Egli per diversi motivi lavora da tempo fuori dalla sua città nativa, denominata Carlinville, nell'Indiana,  mantenendo con la famiglia di origine solo un tenue  contatto, sopratutto con la mamma.

Un giorno, sgomento per aver saputo della  improvvisa morte della madre, Hank  si reca urgentemente a Carlinville per il funerale. Sebbene nel lutto i familiari non si fanno scrupolo di manifestare animatamente i propri rancori. 

La presenza di Hank nel paese natio lo costringe  a riprendere un turbinoso, seppur provvisorio, rapporto con il padre Joseph, un uomo noto per la severità del suo comportamento  nella comunità e per l’integerrima professionalità con cui svolge il ruolo di giudice della contea.

Joseph è un padre difficile che Hank non ama, in quanto ha sempre preteso da lui una rettifica di alcuni aspetti della  personalità e dello stile di vita, considerati dal genitore troppo eccentrici. Hank è un tipo che non accetta da nessuno, per principio e carattere, di dover stravolgere  il suo naturale modo di essere.


 

Terminata la cerimonia del  funerale della madre e respinti i soliti burberi attacchi del padre fatti di rimproveri moralisti, Hank decide di tornare a Chicago. L’avvocato appare desideroso di allontanarsi di nuovo dal resto della sua famiglia di origine, ma improvvisamente riceve dal fratello Glen una notizia drammatica che lo costringe a restare ancora per lungo tempo a Carlinville, con inaspettati assunzioni di doveri di grande responsabilità.

Hank viene informato dal fratello che il padre anziano Joseph deve sottoporsi a un processo, la magistratura competente lo ha  messo sotto accusa per omicidio volontario.

Hank è orgoglioso per il cognome che lo lega con così tanta forza simbolica  alla famiglia, sa che esso gli ha reso la vita più facile. L’avvocato  nonostante i conflitti in corso crede fermamente nell’istituzione familiare, seppur in un modo molto libero. Hank intende la famiglia come valore di rilevante profondità storica e sociale, qualcosa da cui non si può prescindere per vivere bene in quanto essa  è divenuta  una solida forma culturale, talmente potente da assumere ormai nell’inconscio forme archetipiche.


 

Pertanto l’offesa che Hank patisce con l’infamante accusa formalizzata al suo genitore giudice, lo porta alla importante decisione  di difendere lui stesso al processo il padre Joseph.

Il gesto decisionale del giovane Hank è ammirevole, perché accetta anche tutti i rischi di verità che dovrà correre al processo, magari verità anche violente, riguardanti soprattutto la sua famiglia di cui ammira e condivide il simbolo aristocratico e borghese che rappresenta.

Egli percepisce che qualcosa della famiglia gli è stato tenuto nascosto, ne fiuta  ormai la oscura presenza, ed è pronto a  spronarne  lo svelamento per dare nella complessa procedura giudiziaria attivata dall’accusa il meglio di sé.

Hank non ha paura, pur sapendo che sta  per andare incontro a qualche tentativo di umiliazione da parte dell’accusa, quest’ultima infatti farà l’impossibile per far  esplodere le verità nella forma  più annichilente per l’imputato e la difesa.

Hank è anche pronto, nel caso il padre decida di confessargli la propria  colpa, a dare quella battaglia tecnica giudiziaria in grado di  creare un ragionevole dubbio, necessario per favorire un’assoluzione.  Un modo di precedere che lo ha reso famoso.

 

Quali misteri  svelerà  agli spettatori del film il clamoroso processo al giudice Joseph?

Questo film di ambiguo successo di David Dobkin, attualmente in sala, è la  prima pellicola di genere drammatico del regista, indubbiamente è un’opera di grosso impegno che viene dopo varie e divertenti commedie nonché film d’azione.

Il film pur avendo ottimi ingredienti, come l’alto valore recitativo degli attori, la splendida fotografia spesso puro linguaggio a sostegno di una miglior chiarezza degli intrecci, e  pur avendo idee sceniche di un certo spessore, non funziona proprio sul piano della sceneggiatura intesa nel suo complesso, essa appare infatti poco attenta a stimolare nello spettatore lineamenti di curiosità ad alta emozione, sopratutto inconscia: cioè manca qualcosa di pulsionale, cinematograficamente noto, che si forma nel Es e che la coscienza avverte come proprio in quanto la pulsione aggira per qualche istante la censura preconscia facendo sentire tutta la sua passionale presenza.

Mancano quelle emozioni indotte da una sceneggiatura in grado di saper come intervenire sulle corde musicali dell’inconscio, qualcosa che per convenzione e tradizione professionale,  si può riscontrare  ad esempio in altri film nelle sequenze sceniche costruite in modo efficacemente enigmatico,  soprattutto in quelle che sveleranno, contro ogni aspettativa, soluzioni verosimili, cioè riconoscibili a posteriori, in quanto confrontabili  con ciò che la realtà quotidiana o di cronaca mostra con più insistenza.


 

Il film finisce per essere prevedibile, dando ai nodi di questioni, che aggroviglia nella prima parte, una trasparenza eccessiva, una visibilità del come essi poi si scioglieranno,  che non potrà non lasciare del tutto deluse le attese dello spettatore.

Perché questi clamorosi errori? Da tempo nella lavorazione di film americani che hanno attori illustri come protagonisti, non si dà, per esigenze di profitto degli industriali produttori, il tempo giusto per la loro realizzazione, finendo per mettere fretta alla compilazione delle sceneggiature e alle loro applicazioni realizzative.

Il tempo è denaro si dice ancora in America, e mancano i registi autori di una volta che preparavano le sceneggiature, con la stretta collaborazione di scrittori, in tempi anche lunghissimi, garantendo soprattutto l’effetto emozione e non la facile intellettualità del messaggio comunicabile, tra l’altro, meglio con un libro.

        Biagio Giordano

 

   

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