CINEMA: Per un pugno di dollari Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
Per un pugno di dollari
Il film viene dato frequentemente in TV, nei canali digitali
 

Titolo Originale: Per un pugno di dollari

Regia: Sergio Leone
Interpreti: Clint Eastwood, Gian Maria Volontè, Marianne Koch, Bruno Carotenuto
Durata: h 1,35
Nazionalità: Italia, Spagna, Germania 1964
Genere: western
Al cinema nell'Ottobre 1964
Recensione di Biagio Giordano
Il film viene dato frequentemente in TV, nei canali digitali   

 Per un pugno di dollari è un film del 1964, il primo della cosiddetta trilogia del dollaro (insieme a Per qualche dollaro in più, 1965, e Il buono, il brutto, il cattivo, 1966).

 Questo western di Sergio Leone è un film di grande successo di pubblico ma molto meno di critica. Inoltre ha alle spalle  una storia  giudiziaria un po’ travagliata che  ha intaccato, soprattutto all’estero, l’immagine artistica dell’autore, in quanto accusato di mancanza di originalità nella sceneggiatura.


 L’opera si avvale sul piano dei contenuti etici  di alcuni tratti salienti del racconto evangelico, cosa leggibile interpretando alcune maschere dei personaggi in rapporto agli episodi di cui sono protagonisti.

Trama. Un pistolero solitario e taciturno (Clint Eastwood con voce di Enrico Maria Salerno)  fa la sua lenta e goffa comparsa, in sella sopra un mulo, in una piccola cittadina messicana di frontiera.

Il paese è in mano a due cinici affaristi dediti a un commercio poco pulito, il solitario si fa notare per la decisione, la velocità, e la mira con cui usa la pistola.  Dopo aver eliminato in un duello aperto e leale alcuni uomini di una banda  che lo avevano deriso sparandogli vicino al mulo senza poi chiedergli scusa, il pistolero vende i suoi servigi al migliore offerente, ma solo apparentemente, perché in realtà, affranto dalle sopraffazioni verso i più deboli a cui assiste frequentemente e dal commercio disonesto delle due famiglie dominanti, decide di portare il paese verso forme nuove di  comportamento sociale proponendosi come esempio eroico per le persone oneste e annichilite dai gravi  episodi di violenza. 


 

Egli allora cerca occasioni estreme per  mettere uno contro l'altro i due padroni della cittadina, e per coerenza etica rinuncia a tenere per se i soldi sporchi avuti inizialmente per impegni di killeraggio banditistico. Una volta scoperto nei suoi veri intenti giustizialisti, il solitario pistolero viene massacrato di botte da uno dei due boss del paese.

 Aiutato misericordiosamente  da alcune persone oneste, riesce a risorgere ed a eliminare il demone-padrone rimasto in gioco (Gianmaria Volentè), che poco prima aveva ucciso il rivale  boss compreso la sua famiglia pensando che avessero aiutato il pistolero solitario a rimettersi in piedi.

 Riportata la calma nel paese  il pistolero  scompare nel nulla lasciando nel cuore degli onesti un messaggio di speranza, l’uomo abbandona il paese con solo addosso le sue vesti danneggiate dagli scontri.

  Il film, per alcuni aspetti, voleva essere  un omaggio alla famosa pellicola La sfida del samurai (Yojimbo) di Akira Kurosawa, il quale però non ha per niente gradito il dono, anzi l’ha presa proprio a male, ritenendo il film western italiano una scopiazzatura a fini esclusivamente commerciali della sua più grande opera. 


 

Kurosawa fa causa a Leone per usurpazione dei diritti di autore e finisce per vincerla. Il 15% degli incassi verrà  devoluto a Kurosawa. Occorre sottolineare che nonostante la sconfitta, la strategia della equipe di difesa di Leone fu encomiabile per nazionalismo culturale ed esposizione di una questione  storicamente del tutto fondata. La difesa  tenne una linea d’attacco,  puntò  sul fatto che, a sua volta La sfida del samurai di Kurosawa aveva origini italiane perché derivava dall’opera di Carlo Goldoni Arlecchino servitore di due padroni, quindi all’origine i veri plagianti  erano due: Kurosawa e Leone. Idea geniale ma essendo per ovvii motivi assente al processo l’autore italiano defunto,  parte lesa, e i suoi possibili delegati incaricati di difendere i diritti dì autore di Goldoni, Leone perdette clamorosamente.

La cosa ebbe una grande risonanza mondiale, l’Italia tesoro dell’arte cinematografica e di una parte fondamentale della cultura letteraria, usciva fuori dal processo umiliata, con l’accusa più infamante che ci possa essere per un suo artista: plagio commerciale di un’altra grande opera.


L’apparato difensivo di Leone sollevò in realtà una questione  più che credibile, perché è noto come Kurosawa, pur essendo un grandissimo artista cinematografico, usasse volentieri  nei suoi film,  in particolare in quelli destinati a una distribuzione  promozionale anche in tutto l’occidente, codici espressivi legati alla cultura letteraria, teatrale, europea, ciò a fini sopratutto commerciali.

D’altra parte anche il nostro grande Michelangelo Buonarroti non era del tutto integro, è noto, anche attraverso alcuni libri d’arte, che falsificò un’opera nuova trasformandola in un pezzo antico. Evidentemente è molto difficile se non impossibile passare alla storia come uomini del tutto privi di debolezze truffaldine, soprattutto in rapporto alle grosse difficoltà economiche cui spesso la vita induce gli artisti.

Da un punto di vista un po’ più critico-analitico occorre dire che in questo film di Leone il regista dimostra una perfetta scelta di tempo  nel registrare a puntino i momenti cruciali in grado di espandere maggior emozioni, inoltre la musica linguaggio è splendida, essa non funziona quasi mai come semplice cornice estetica ma come una vera apportatrice di sintassi fonica significante: sempre ben inserita nella materia fotografica delle scene tanto da potenziarne gli effetti di senso.

Questo film nonostante le severe critiche ricevute, sfociate poi nelle denominazione di tutta la serie come  spaghetti western, è un esempio di pensiero innovativo, di una nuova filosofia cinematografica tesa a fondere  insieme spettacolo, diversivo, e spunti etici di buona valenza pedagogica.


Il film inaugura una violenza visiva  e verbale a tutto campo, molto esplicita, cruenta nei dettagli, cosa che fino a quel momento nel cinema era stata frenata perché si riteneva, forse da un certo punto in poi erroneamente, che essa non rientrasse nei gusti tradizionali dello spettatore medio e di una certa massa. 

L’apprezzamento del pubblico in realtà fu straordinario, e ciò fece si che in seguito anche altri grandi registi (lo stesso Kubrick) inaugurassero forme di violenza molto spinte con il solo scrupolo di inserirle in un contesto richiamante una seria e problematica condizione umana: autentica e non virtuale.

 

    Biagio Giordano 

 

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