CINEMA: Colpa delle stelle Stampa
Scritto da Biagio Giordano   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
Colpa delle stelle
In sala nella provincia di Savona

 Titolo Originale: THE FAULT IN OUR STARS

Regia: Josh Boone

Interpreti: Shailene Woodley, Willem Dafoe, Ansel Elgort, Nat Wolff, Laura Dern, Lotte Verbeek, Sam Trammell, Mike Birbiglia, Emily Peachey, Johanna McGinley, David Whalen

Durata: h 2.06

Nazionalità: USA 2014

Genere: drammatico

Al cinema nel Settembre 2014

Recensione di Biagio Giordano

In sala nella provincia di Savona   

 Colpa delle stelle è un film che sta avendo un grande e meritato successo di pubblico. La pellicola nelle sale è un vero e proprio trionfo, dalle dimensioni territoriali molto estese, prossime ad assumere una configurazione planetaria.

E’ un’affermazione insperata che sta avvenendo soprattutto grazie alla qualità dell’opera, che è appassionante,   con una trama che convince, e una narrazione ben riuscita nell’armonia compositiva delle scene, mai banale, e del tutto originale.


 Pur avendo al centro una storia triste, dominata, ma solo in apparenza, dalle commozioni che la vicinanza della morte sembra normalmente in potere di dare, il buon risultato al botteghino non è  riconducibile alla presenza di una morte attiva, cioè a un tipo di narrazione basata sul patetico e il poetico che fanno spettacolo con emozioni malinconiche già sperimentate in altri film, questa pellicola infatti appare lontana dal già collaudato, da codici visivi  strappalacrime più o meno attinti da quel patrimonio storico del cinema industrialmente noto per dare garanzia di buoni incassi.

Questo film di Josh Boone ha uno spessore altro,innesca con la sua storia processi suggestivi di grande effetto, mai disgiunti da chiare questioni filosofiche esistenziali comunicate con rara efficacia cinematografica.

 L’affermazione planetaria di questo film è  quindi esclusivamente  comprensibile calandosi  in una chiave interpretativa precisa: quella che tiene conto della presenza nella narrazione della dirompente suggestione, anche musicale, e dello spessore comunicativo dei dialoghi e della fotografia.

La pellicola infatti sembra in grado di trasmettere emozioni e turbamenti potenti, avvalendosi di forme visive e letterarie poste al limite delle cose temporali abitudinarie, alludendo a una imminente caduta straordinaria dei personaggi nel baratro della fine.


 Emozioni quindi intese come segni di ferite profonde riflesse dallo specchio del vicino prossimo che ci riguarda. Trepidazioni provenienti da un reale che si combina con le pulsioni legate all’attività onirica, inaugurando un misterioso gioco di frontiera tra le due istanze,  una sorta di confine impossibile che  non distingue, né divide, e neanche confonde realtà e fantasmagoria desiderante, bensì le apre a un dialogo con terzi situato in alto sopra la frontiera,  le apre a un rapporto immaginifico, di impossibile risoluzione pulsionale, con la morte, quest’ultima muta ma col potere di convogliare  l’occhio di chi la guarda verso un orizzonte infinito di nuove emozioni.

Il film porta quindi le persone più sensibili a meditare, almeno per un certo tempo, sulla vita e la morte, su come gli altri a noi prossimi o lontani le affrontano, e a filosofeggiare su di sé in rapporto ai limiti del tempo vitale che ci riguarda, limiti che possono accelerare un’attività creativa in ciascuno di noi senza l’ossessione con la morte.


 E’ un’opera questa del regista Boone costruita in una forma narrativa che va fuori da regole consuetudinarie di grande successo anche per quanto riguarda lo stile, qui il melodramma infatti si accende con forte intensità e sembra effettivamente poi avviarsi a una buona incorporazione nello spettatore, quando improvvisamente si dilegua lasciando dominare il campo narrativo a un vero crudo, asettico che anestetizza da ogni dolore con il torpore, lungo uno   stordimento graduale che trova come supporto il piacere masochistico e che prende inesorabilmente il sopravvento nel tempo preannunciando nel succedersi del racconto l’assenza di ogni piega drammatica spettacolare.

 Il film è caratterizzato quindi da una sdrammatizzazione di fondo del  male corporeo, quello lento e mortale, come se la morte non fosse qualcosa che in assoluto annichilisce, ma un significato paradossalmente ancora vivo, importante, vero, in stretto contatto con la vita stessa, che tiene desti i sensi fino alla fine. Un significato che entrando in conflitto con le pulsioni di vita crea vitalità di movimento, forme infinite di cultura, di spirito narrativo, energia artistica, esaltando il tempo a termine di ciascuno come preziosità in sé, assoluta non legata alla mercificazione ma al riconoscimento simbolico dell’altro come parte di sè.

Nel messaggio che rilascia questo film, il significato della morte non va quindi  disperso o trascurato, perché è tra i più potenti nella vita, esso dice il film ci accompagna fin quasi dalla nascita contribuendo a rendere più passionali i piaceri dell’esistenza, perciò va riconosciuto in tutta la sua ricchezza, condizione quest’ultima necessaria per morire serenamente.


La storia, scritta da John Green, ha saputo coinvolgere in virtù di una trama molto attenta a non rendere improduttiva e scontata la depressione che costella la morte.  Shailene Woodley e Ansel Elgort, la coppia protagonista appare inoltre ben calata nel proprio ruolo dimostrando tutto il suo felice funzionamento nei personaggi di Hazel Grace Lancaster e Augustus Waters, due giovani ragazzi innamorati che condividono con spirito aperto e a volte ironico la loro grave condizione di salute.

Entrambi sono malati di cancro. Cercano di affrontare la loro situazione vivendo fino all’ultimo una condizione giornaliera di pensiero,  affrontando angosce e deliri come l’ultima avventura terrena.

Sofferenze inevitabili in quelle condizioni, ma prese in un contesto pulsionale ancora creativo tale da far loro compiere un viaggio onirico speciale ricco di contrasti vita e morte  senza più precisi confini immaginifici.

 Biagio Giordano 

 

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