CINEMA: The Shining Stampa
Scritto da Trucioli Savonesi   
RUBRICA SETTIMANALE DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
The Shining
 

Titolo Originale: The Shining

Regia: Stanley Kubrick

Interpreti: Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Philip Stone

Durata: h 2.00

Nazionalità: USA 1980

Genere: horror Tratto dal libro "Shining" di Stephen King 

Al cinema nel Febbraio 1980

Recensione per Trucioli savonesi di Biagio Giordano

Prossimamente in TV

  Il film inizia con una lunga e suggestiva ripresa dall’alto, in elicottero, dell’ auto di Jack Torrance (Jack Nicholson)  diretto all’ Overlook Hotel (Timberline Lodget) ai piedi del monte vulcano Hood nell’Oregon, sulle montagne rocciose, per un colloquio di lavoro riguardante la custodia manutentiva  dei locali dell’Albergo nel periodo della chiusura invernale .

La strada è lunga, semi deserta, costeggia il famoso lago Saint Mary nel Montana, e il ghiacciaio del Nazional Park, chi dirige la telecamera  sembra voler  affascinare dall’alto lo spettatore, catturarne l’attenzione dirigendolo verso una luccicante lama psicologica dal doppio taglio invisibile.


 L’operatore vuol sedurre lo spettatore in negativo,  col noir, attraverso immagini di una bellezza primitiva e una  musica mesta preannunciante un dramma funebre che sta per accadere; è una seduzione che vuole aprire le porte che immettono nel gioco del mistero.   

Lo spettatore, con la lunga sequenza iniziale, viene introdotto,  quasi stordito, nell’atmosfera principale del film, che è fatta di enigmi inconsci, horror, follia, tragedia edipica, paranormale doc.  

Lo spettatore viene trascinato, senza che possa opporre alcuna resistenza, in uno spazio naturale altro, dall’aspetto incontaminato ma dinamico, del quale  la velocità dell’elicottero accentua la forza attraente facendo scorrere le scene naturaliste in una dimensione già artistica capace cioè di suscitare stupore misto a inquietudine, quel tanto da dischiudere  l’inconscio, di chi siede in poltrona, nella sua parte primaria.  In quest’ultima tutto sembra ancora puro, primitivo, arcaico,  e l’uomo è dominato da  pulsioni violente, predatrici, simili a quelle degli animali feroci, ma con un’etica già in formazione destinata a suscitare il tragico tipico del parricidio e del figlicidio: eterni ritorni mascherati, nel presente, dal sintomo nevrotico misconosciuto dai più.

Jack sostiene alla grande il colloquio in Albergo, richiestogli per la selezione, sarà  una conversazione basata soprattutto su accertamenti psicologici.

Egli supererà la prova non tanto per aver dimostrato di possedere quella professionalità tecnica indispensabile ad effettuare le piccole riparazioni di manutenzione o per aver convinto il direttore di un suo serio interessamento al lavoro, che gli è indispensabile per il mantenimento della famiglia, quanto per non essersi scomposto alla notizia, datagli dal direttore dell’albergo Stuart  Ullman, che l’anno prima il guardiano scelto con le stesse  funzioni richieste nel colloquio di Jack, aveva fatto a pezzi la famiglia perché sofferente di crisi folli-depressive accentuate  dall’isolamento in Albergo.

Gli effetti  di un isolamento invernale di cinque mesi non spaventavano Jack in quanto come disse al direttore era  impegnato  a scrivere un romanzo, e poi a sua moglie Wendy (Shelley Duvall) piacevano le storie con misteri e omicidi.


Jack, e la moglie Wendy, prendono possesso dell’Albergo con un entusiasmo fuori dal comune, allettati dall’idea di trascorrere cinque mesi retribuiti e liberi di muoversi, in un posto incantevole, storicamente epico, che ha visto nel 1907 durante la costruzione dell’Hotel addirittura un attacco degli indiani (forse indignati per l’edificazione di una così  grande struttura da divertimento vacanziero sopra un sacro cimitero di loro appartenenza). Il piccolo Danny (Danny Lloyd) invece, loro figlio, che ha il dono dello shining (la luccicanza, tra i cui  suoi poteri c’è da ascrivergli anche la preveggenza) appare turbato, una voce interiore con cui dialoga spesso, di nome Tony, gli ha detto di non andare in quell’Albergo.

Dopo alcuni giorni trascorsi nell’Hotel in una assoluta normalità, Jack comincia a diventare strano, ciò nonostante le cure e le attenzioni amorevoli della moglie nei suoi confronti.

Egli appare sempre più scontroso, chiuso, con in primo piano uno sguardo a volte che fissa immobile il vuoto. Jack è  attratto ossessivamente dal verde labirinto esterno in cui vede con doti paranormali, nella sua fedele riproduzione in miniatura nel salone del  palazzo,  i movimenti giocosi  eseguiti al suo interno da sua moglie Wendy e il piccolo  Danny nel cercare l’uscita.


 

Un giorno Danny, che nel frattempo ha già avuto visioni di onde di sangue umano riferite all’Overlook Hotel,  durante una delle sue numerose e emozionanti  ispezioni col triciclo nei labirintici corridoi dell’ Albergo,  si imbatte in una porta appena socchiusa che immette nella stanza numero 237, sconsigliata a suo tempo  a Danny, perché pericolosa, dal capocuoco stesso dell’Albergo, anche lui dotato del dono della luccicanza.

Danny preso da una forza  irrefrenabile entra lo stesso nella stanza numero 237, e una volta dentro gli accade qualcosa.  Dopo esserne uscito si reca rabbuiato dalla madre a cui mostra vistosi lividi sul collo. La madre Wendy, convinta che nell’Albergo non poteva esserci nessuno, dà la colpa del malefatto  al marito Jack che era diventato da giorni, sempre più strano, assente, aggressivo nei confronti suoi e del figlio.

C’è qualcun altro nell’Albergo? E la stranezza violenta di Jack è dovuta solo all’ isolamento prolungato in cui si trova da giorni o a problemi psichiatrici che il conflitto edipico col figlio potrebbe accentuare portandolo alla follia?

Shining è uno dei migliori film di Kubrick, sia per le emozioni da suspense che suscita, correlate a una  storia che appare del tutto originale, che per la ricchezza metaforica della narrazione che rappresenta il messaggio sulla vita di Kubrick come autore artista dedito alla meditazione analitica più profonda spesso in relazione con il senso mediano e ultimo dell’esistenza umana.

Del film esistono tre diverse copie, tutte originali, rispettivamente di 120, 144, 154 minuti, è consigliabile la visione della versione di 154 minuti presente oggi sui siti internet perché riporta dei dettagli molto importanti per capire meglio il film nel suo insieme. La copia più diffusa in Italia fino a qualche anno fa, approvata dallo stesso Kubrick, era quella di 120 minuti.

In questo film il grande regista americano scomparso nel 1999 si cimenta per la prima volta nell’horror, lo fa  con grande originalità, senza incontrare alcuna difficoltà nel risultato finale, a testimonianza che chi è regista autore, del tutto  libero nella produzione dei suoi film, può andare disinvoltamente contro corrente innovando i codici tradizionali, in questo caso di un genere ritenuto a quei tempi quasi giunto a capolinea.

Kubrick nei suoi film mette tutto se stesso, lo fa sia rilasciando negli spettatori emozioni di un certa profondità di cui lui stesso ha provato l’esistenza vera per identificazione sperimentata  nelle sue numerose letture scelte qua e là con cura, sia manifestando nel film tracce del suo pensiero filosofico più vivo in virtù di dialoghi intelligenti  e  metafore visive ben strutturate, inserite  in una narrazione che funziona bene, scorrevole, che non trascura lo spettacolo legato al suspense bensì lo migliora allontanandolo da ogni facile banalità di contorno, evitando quindi di farlo cadere nella pancia divoratrice del culturalmente asettico.

Eppure la genialità di Kubrick sta proprio nel far apparire i suoi film del tutto impersonali,  assenti cioè di ogni traccia del suo pensiero più interpretativo, soggettivo, di avvolgerli in un realismo che appare costantemente dominato da un accadere ineluttabile di fatti veri.

Paradossalmente, è  come se Kubrick volesse chiedere allo spettatore sopratutto di credere all’esistenza del sociale  oggettivo proposto dal film, e di farlo abbandonando la propria funzione critica a vantaggio di una maggiore apertura dell’inconscio, di non immaginare quindi che dietro a ciò che appare nel film possa esserci un’interpretazione soggettiva, perché essenziale nel cinema è l’impressione di realtà, cioè una suggestione  di cui non si ha piena coscienza ma che agisce con un certo spessore artistico sull’inconscio, ed è  in grado di produrre sopratutto cultura, in quanto può portare con l’effettualità di certe emozioni inedite che ne derivano, a sperimentare parti di sé  di cui non si conosceva l’esistenza.

 

 BIAGIO GIORDANO
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