CINEMA: PSYCO Stampa
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA SETTIMANALE DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
Prossimamente in TV
  PSYCHO
 

Titolo Originale: PSYCHO

Regia: Alfred Hitchcock
Interpreti: Anthony Perkins, Janet Leigh, Vera Miles, John Gravin, Martin Balsam
Durata: h 1.48
Nazionalità: USA 1960
Genere: thriller
Tratto dal libro "Psycho" di Robert Bloch
Al cinema nel dicembre 1960
Recensore Biagio Giordano
Prossimamente in TV

 Trama del film. Phoenix (Arizona). Una bella  e giovane impiegata, Marion Crane (Janet Leigt), ruba quarantamila dollari dalla agenzia immobiliare in cui lavora, denaro versato da un petroliere per l’acquisto di un appartamento destinato alla figlia convogliante a liete nozze, e fugge verso la  città di Fairvale in California in cui vive  il suo amante divorziato bisognoso di soldi.


Marion, che per raggiungere quella città deve affrontare un lungo viaggio, si ferma dopo qualche ora al volante per riposare,  viene svegliata all’alba da un  poliziotto della stradale, il cui sguardo dominato da occhiali scuri  suscita apprensione, allarme,  l’uomo in divisa,   che durante il dialogo con la donna era rimasto sorpreso dalla sua fretta e da una certa  misteriosa preoccupazione, le controlla i documenti lasciandola poi libera di ripartire.

Marion, per rendersi meno rintracciabile, cambia, dopo qualche chilometro, la sua automobile, presso un rivenditore di auto usate che rimarrà anche lui stupito per la  fretta della donna.

Proseguendo il viaggio, Marion incontra verso sera un forte temporale che la costringe a passare la notte in un motel dall’aria sinistra situato nei dintorni della città  di Fairvale, sua destinazione. Il motel ha le stanze tutte libere, Marion ha visto l’insegna accesa per caso dopo aver imboccato in un bivio una strada sbagliata; l’albergo per automobilisti è vuoto perché, da quando è stata costruita una deviazione per l’ingresso nell’autostrada, la sua insegna rimane per lo più invisibile agli automobilisti  diretti a Fairvale.

   Il proprietario del motel è Norman Bates (Anthony Perckins), un ragazzo gentile e discreto con una madre anziana invalida, molto gelosa del figlio e autoritaria, spesso seduta tristemente in una sedia ad osservare il mondo dalla finestra che dà verso il motel. Norman è anche un impagliatore di uccelli, un’attività, la tassidermia, che lui non considera un hobby ma una vera e propria difficile arte. Il ragazzo è anche affetto da voyeurismo.

 

Conversando in salotto con Marion, Norman si dimostra persona colta e brillante, ascolta con garbo la donna e dialoga volentieri sulla propria situazione familiare ed esistenziale, non rinunciando alla fine ad esprimere  alcune idee forti sulla vita che gli stanno molto a cuore. Marion impressiona particolarmente  la donna per il contenuto drammatico  delle sue parole, a stento trattenuto dallo sguardo, che descrivono i problemi più ossessivi della sua esistenza.

Quando Norman Bates, posseduto da un impulso di pensiero filosofico  irrefrenabile, fa un quadro più generale dell’esistenza umana, sottolineando come ciascuno di noi finisce a un ceto punto della propria esistenza per costruirsi masochisticamente delle vere e proprie trappole in cui vivere, Marion, facilmente suggestionabile perché resa psichicamente fragile dalla stanchezza, non può non pensare più ai guai in cui si sta mettendo con il furto dei 40.000 dollari, e prende in considerazione l’idea di ritornare, al mattino,  indietro a Phoenix per restituire il denaro rubato.


  La donna ritornata  in camera per trascorrervi la  notte, e avvolti i soldi in un giornale per evitare eventuali furti, si spoglia e si prepara ad andare a dormire,  ma decide  di fare prima una doccia rilassante. Sotto l'acqua viene improvvisamente aggredita e uccisa a coltellate da una persona alta, indistinta, che tra le tende della doccia si intravvede appena, forse una donna.

A questo punto lo spettatore si pone due interrogativi. Primo, chi è che ha ucciso l’impiegata Marion Crane? Secondo, riusciranno la sorella e l’amante della donna, magari con l’aiuto di un investigatore privato e  dello sceriffo di Fairvale, a scoprire l’assassino ricostruendo il movente del crimine?

Psycho è tratto da un romanzo di Robert Bloch ispirato a sua volta da fatti di sangue realmente accaduti  nel 1957 nello Stato federato del  Wisconsin negli Stati Uniti, dove un uomo  dalle apparenze normali aveva in realtà condotto per lungo tempo una doppia vita che nascondeva varie mostruosità psichiche dalle conseguenze di tipo  omicida.

Il film agli spettatori propone, e suscita loro in modo geniale, nuove trepidazioni per lo più legate allo spettacolo cinematografico di genere misto thrilller-horror, inventando regole narrative del tutto inedite,  alternative a quelle classiche del genere, facendo ad esempio morire in modo spaventoso la protagonista Marion dopo soli 40 minuti di proiezione.


 

 Il film è ricco di  trasgressioni al pudore dei tempi, quello in cui il noto buon gusto degli spettatori anni ’50 era in esso ben presente,  ma che veniva sempre più incalzato da un sociale in forte evoluzione economica-consumista, che portava a nuovi modi di desiderare, di godere le cose, la vita, il sesso,  delineando scenari urbani del tutto innovativi.

L’aver avvertito questo forte cambiamento di costume e averne ideato i modi di rappresentarlo costruendo con questo film nuovi codici cinematografici, portò il film Psyco di Hitchcock ad uno strepitoso successo di incassi e di critica. Il film  batté  negli anni ’60 tutti i record di affluenza nelle sale.

Questa opera di Hitchcock,  a dimostrazione del suo alto valore di impressionabilità, tale che fece dimenticare negli spettatori, con un gioco regressivo di meccanismi inconsci di essere di fronte a una finzione, riuscì a ripetere in molte sale di proiezione l’effetto suggestivo di spavento suscitato nel 1895 dal film dei fratelli Lumiere L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat,  quando gli spettatori impressionati dalle immagini in movimento erano tentati di darsi alla fuga e forse qualcuno fuggì davvero. 


 

La famosissima scena della doccia in cui Marion viene uccisa, è un raro esempio di ulteriore complessità tecnica a cui è chiamato a volte il lavoro della regia per rispettare il costume di un’epoca. Alla fine degli anni sessanta non era ancora permesso al cinema prodotto in alcune nazioni, di far vedere i seni nudi delle attrici o le coltellate sulla carne umana di una aggressione, per cui Hitchcock fu costretto a girare l’intera scena prima al rallentatore, da 72 punti diversi di ripresa, per poi fare un montaggio accelerato che non dava tempo allo spettatore di distinguere i seni e il grosso coltello che lacera ripetutamente la carne nuda della donna.

Le riprese della doccia durarono una settimana, con risultati di insieme straordinari, alludere visivamente a ciò che stava accadendo, sostenendo lo sguardo della donna, registrando i suoi urli, mettendo in campo la musica dal ritmo che richiama un dramma, mostrando il grande coltello in movimento spesso in primo piano, senza soffermarsi sui dettagli più raccapriccianti, si dimostrò una scelta, seppur condizionata, del tutto felice, perché essa creò nello spettatore una potente emozione da sublimazione del cruento, che consentiva alla rappresentazione di rimanere più a lungo impressa nel’inconscio. L’inconscio infatti non aveva l’alibi di doverla respingere per il  disgusto da essa suscitato, e quindi poteva rimanere a far parte della coscienza con più equilibrio del complesso delle emozioni del racconto.

Come dire in altre parole che con Hitchcock  l’horror filmico si stempera divenendo suspense: l’energia dell’horror diventa  risorsa per il suspense.

Anche in questo film Hitchcock crea il suo cammeo scenico (nel linguaggio cinematografico, breve apparizione, particolare, di un attore che non partecipa alla trama del film) lasciandosi intravedere di profilo per un attimo, in un marciapiede, da una porta finestra dello studio della agenzia immobiliare dove lavorava  Marion Crane a Phoenix, con una lobbia in testa.

Il film sembra riproporre diversi argomenti sulla la famiglia nevrotica, problemi di convivenza osservati in tutta la loro portata psichiatrica e sociale di sicurezza affettiva-economica. La famiglia appare sullo sfondo come un grande valore sociale di impossibile rinuncia, luogo e tempo in cui si inventa una felicità che è tale se rimane sempre in equilibrio tra il desiderio incestuoso e  il desiderio edipico omicida, tra la trasgressione e la colpa... 

 BIAGIO GIORDANO
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