AL CINEMA E SU SKY Stampa
Scritto da Biagio Giordano   

 

RUBRICA SETTIMANALE DI BIAGIO GIORDANO
 SU SKY CINEMA  
Cose dell’altro mondo

Un film di Francesco Patierno.

 

Interpreti: Diego Abatantuono, Valerio Mastandrea, Valentina Lodovini, Renato Nuvoletti, Sandra Collodel.

 

Commedia, durata 90 min. - Italia 2011. –

Medusa

 

Uscita in sala settembre 2011

 

Uscito nel luglio 2012 anche su canali Sky di cinema

Recensione di Biagio Giordano

 Il film inizia con un incidente stradale,  un furgone  con dentro un toro, guidato da un ragazzo dall’aspetto di un minorenne finisce fuori strada nei pressi di un paesino del nord-est dell’Italia, il possente  animale ne approfitta per scappare. Giunto in paese il toro  semina il panico entrando nei grossi negozi e abbassando minacciosamente le corna tra i passanti increduli finché non incontra il fucile puntato sulla testa dell’industriale Golfetto ( Diego Abatantuono) che sembra intenzionato ad abbatterlo.

Dopo una lunga dissolvenza il film ci riporta indietro nel tempo come se volesse spiegarci il mistero racchiuso di quelle  prime scene.  Viene evidenziato  il super attivismo di Golfetto, nevrotico e xenofobo, il cui pensiero  dittatoriale trova spazio anche su  diverse tv locali. L’industriale Golfetto  è ossessionato dagli stranieri, propone insistentemente per  gli immigrati  nuove e più  severe regole valide in particolare  per coloro che pur facendo bene il loro lavoro non danno ai padroni chiari segni di reverenza e  sottomissione psicologica.

L’imprenditore Golfetto sa che il paese sta in piedi grazie al lavoro di numerosi immigrati stranieri, anche nella sua fabbrica e in casa, per i lavori domestici,  diversi extracomunitari gli prestano la loro opera, ma la cosa lo lascia indifferente perché in lui prevale, in modo compulsivo, l’odio  verso il diverso.

Nel paese la maggior parte degli immigrati sono persone per bene, in regola e sufficientemente  inseriti nel tessuto sociale, ma  nonostante ciò Golfetto, che ha una amante prostituta extracomunitaria a cui è molto affezionato,  interviene  nelle trasmissioni televisive  duramente verso di loro criticandoli, sia dal punto di vista etico-genetico che da quello antropologico, tanto che la sua sembra una forma espressiva di condanna simile  a una delle tante  leghiste. Golfetto è un razzista tutto di un pezzo, inequivocabile, in generale vuol togliere  diritti agli immigrati e ogni possibilità per loro di entrare nell’amministrazione del territorio salvo i casi dove può trarre vantaggi personali  dalla loro presenza .

La figlia di Golfetto, Laura (Valentina Lodovini), maestra elementare, con cui  ha avuto in passato grosse difficoltà di rapporti a causa dei suoi numerosi pregiudizi sociali, ha una relazione d’amore  con un dipendente extracomunitario della sua fabbrica, la storia è seria va avanti da tempo tanto  che lei decide, quando scopre di essere in stato interessante, di tenersi il bambino pur essendo di colore.

Il precedente fidanzato di Laura, un giovane commissario di nome Ariele (Valerio Mastandrea), venuto a conoscenzA che la donna  aspetta un bambino, tenta di riguadagnare il suo amore, ma appare spinto solo da un desiderio egoista, troppo particolare, maschilista, che ha tutto l’aspetto inconscio di una competizione fallica con l’ altro.

Anche Ariele è contradditorio, nonostante la sua diffidenza di tipo xenofobo verso gli immigrati, ha una badante straniera, pagata per accudire la madre affetta dal morbo di  Alzhaimer.

Una sera  in tv l’industriale Golfetto  supera ogni limite di decenza,  chiede che tutti gli extracomunitari vadano via dal paese, il messaggio è potente trasmette nell’immaginario della gente un pericoloso auspicio  di  pulizia etnica che se coltivato  porterebbe a conseguenze nefaste, la richiesta viene presentata  da Golfetto come  un atto politico necessario per la salvezza dell’occidente.

Una notte, dopo un suggestivo e pauroso temporale tutti gli extracomunitari si volatilizzano nel nulla appagando l’impulso xenofobo e nevrotico di Golfetto.

Il film poi  evidenzia le gravi conseguenze a cui va incontro quel  paese del nord-est  e tutta l’Italia per la scomparsa degli immigrati, comprese   le squadre di calcio le cui crisi di organico impediscono di svolgere  regolarmente i campionati.

Anche la fabbrica di cui è padrone Golfetto si ritrova con un numero di operai insufficiente,  una situazione che porta alla paralisi dell’azienda, e a casa sua lui stesso deve aiutare la moglie a stirare, lavare, sparecchiare, inoltre Golfetto rimane angosciato per la perdita dell’amante immigrata.

I servizi ospedalieri entrano in crisi a causa dell’assenza di molti infermieri immigrati. Benzinai, pizzaioli, ristoranti, diversi Bar, rimangono chiusi per l’assenza del titolare straniero. Nei campi coltivati il raccolto rischia di saltare  per l’assenza di braccia forestiere.

Riusciranno Ariele e Golfetto, ormai stremati e forse ricredutisi sui loro inauditi pensieri razzisti, a capire cosa fare per ritrovare  le persone scomparse?

 

Questo film di Patierno riconosciuto da alcune istituzioni governative come opera culturale, riesce a comunicare agli spettatori un messaggio importante che è nello stesso tempo etico ed analitico perché la scelta di una giusta valorizzazione dell’immigrato  coincide con una corretta analisi interpretativa delle sue condizioni sociali che sono indubbiamente positive per la crescita sociale ed economica del territorio.

 

La questione di fondo del film riguarda la costante e grave sconfessione di tipo nevrotico attuata dall’italiano medio sui reali meriti dell’immigrato, sul riconoscimento dell’utilità sociale del suo lavoro. E’ un aspetto questo che grosso modo nasce già con il miracolo economico degli anni ’60, seppur all’epoca si era in presenza di una immigrazione inferiore. Da quel periodo la sconfessione dei meriti degli immigrati è andata  via via accentuandosi fino a raggiungere il massimo livello negativo con la crisi economica degli ultimi anni.

 

Francesco Patierno contribuisce con questa sua opera  filmica a facilitare, pur con il suo spazio mediatico non certo grande, l’integrazione in Italia degli immigrati. Lo fa toccando l’inconscio dello spettatore, anche di  quello più diffidente, agganciandolo con arguzia al problema dell’immigrazione in tutta la sua più vasta portata sociale e istituzionale. Egli sa che non è un compito facile attirare le persone in sala su una tematica come questa, e perciò usa l’esca del divertimento, dello svago voyeuristico.

 

Viene messa su una macchina da Luna Park con scene forti che delineano ad arte accesi  contrasti visivi e verbali, soprattutto nel campo dei  costumi  più culturalizzati tra immigrati e gente del posto. Contrasti che animano il film di differenze contrappositive a lungo campo: nei pregiudizi, nelle credenze, nelle usanze. Il tutto sempre portato con bravura alle estreme conseguenze relazionali tanto da suscitare riso e verità nello stesso tempo.

 

Patierno  riesce nel difficile compito di trasmettere agli spettatori l’idea di una convivenza possibile,  di una prospettiva di integrazione vera con gli immigrati, alla luce di interessi che convergono, in ciò si avvale degli strumenti della commedia demenziale e dello show,  senza drammatizzare,  sollazzando lo spettatore con delle freddure ironiche ed sarcastiche  qua e là inserite nella   vita di gruppo di  ogni giorno degli abitanti del paese multietnico.

 

Il film   denuda  i personaggi più tradizionalmente  razzisti del paese  del loro abituale, reale pudore, trasfigurandoli nettamente, tracciandone solo un profilo negativo che diventa nitidezza  comportamentale, pulsione diretta del male senza più all’opera la coscienza e il super io inconscio giudicante.  Il risultato per lo spettatore è sorprendente, porta ad un effetto di comicità irresistibile.

 

L’opera di Paternio nel suo insieme svela quanto il sotterraneo mondo della cultura italiana del lavoro sia ancora intaccato dagli egoismi, dall’imborghesimento mentale  e dalle illusioni del miracolo economico  che ha spento la grande cultura di massa della solidarietà dell’immediato dopoguerra.

 

Patierno a volte  appare troppo paradossale e grossolano ma è sempre bravo, efficace nel delineare un vivace  conflitto-contesa tra le due parti sociali principali, un conflitto  che non è mai assurdo, anche se appare a volte demenziale ma è un demenziale verità, ossia qualcosa che consiste solo in una scomparsa del pudore più ovvio e tradizionale. Come dire che il demenziale toglie ogni ipocrisia  a vantaggio del vero scomodo, inchioda lo spettatore ammirato alla poltrona mostrandone anche le sue ombre, quelle zone del pensiero più profondo che per paure ataviche ereditate non sempre sono apertamente solidali con la sofferenza dell’immigrato.

BIAGIO GIORDANO



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