AL CINEMA, NELLE SALE DELLA PROVINCIA Stampa
Scritto da Biagio Giordano   

 

RUBRICA SETTIMANALE DI BIAGIO GIORDANO
AL CINEMA, NELLE SALE DELLA PROVINCIA 
L'amore dura tre anni

Regia: Frédéric Beigbeder

Titolo originale: L'amour dure trois ans

Nazione e Anno: Francia, 2012

Genere: Commedia

Interpreti: Gaspard Proust, Louise Bourgoin, Joey Starr, Jonathan Lambert, Fre´dérique Bel, Nicolas Bedos, Elisa Sednaoui, Bernard Menez, Anny Duperey, Thomas Jouannet

Durata: 98 minuti

Distribuzione: Moviemax

Produzione: The Film, AKN Productions, France 2 Cinèma

Recensione di Biagio Giordano

 Marc Marronnier (Gaspa Proust)  appartiene ad  una giovane borghesia parigina un po’ istriona  ma  colta, ha trent'anni, una bella moglie e due attività di rilievo simbolicamente contrastanti: di giorno è critico letterario, di notte semplice cronista mondano trasgressivo e amante dell’alcool. La moglie Anne (Elisa Sednaoui), dopo tre anni vissuti con Marc si sente arrivata a capolinea e gli chiede insistentemente il divorzio che lui a un certo punto concede,  ma con riluttanza  perché si sente ancora, oscuramente, legato a lei. Anne gli preferisce uno scrittore di fama.

 

Disperato, Marc tenta il suicidio, ma invano, la corda che mette al collo rimane maldestramente avvolta sulla trave di legno che lo sostiene. Rimasto tramortito sul pavimento Marc verrà risvegliato dopo 36 ore circa dalla sua sveglia robot, che scorrendo sul pavimento si  porta velocemente in prossimità del suo udito comunicandogli l’ora.

Dopo essere scampato a una morte dal sapore autopunitivo, una sorta di effetto catartico purificatore di un oscuro senso di colpa,  Marc scopre di non essere più disperato,  sente un forte bisogno di aggredire il mondo, di farlo con stile comunicando, da testimone oculare, cose importanti sull’amore.

Scrive un romanzo autobiografico di 200 pagine, intitolato L’amore dura tre anni, che rappresenta un po’ l’interpretazione, in una forma letteraria, delle sue vicende matrimoniali più intriganti. Il libro viene pubblicato con il nome di un soldato francese caduto nella campagna di Russia, Feodor Belvedere, scelto da Marc per sfuggire alle critiche feroci che i suoi colleghi, critici letterari, avrebbero messo in atto per stroncare il  libro.  

Nel frattempo Marc, al funerale della nonna,  rimane incantato dalla bellezza di  Alice (Louise Bourgoin),  moglie di un suo cugino di primo grado.

Marc, nell’arte della  seduzione non ha remore moralistiche, non si lascia condizionare dai pregiudizi di moda, cerca perciò di conquistare con una chiarezza diretta il cuore  della moglie del cugino. Il corteggiamento avviene con uno stile risolutamente maschilista ma punteggiato qua e là da battute autoironiche e raffinatezze umoristiche che  rendono la sua figura anche divertente.

Le lusinghe amorose di Marc avvengono in un contesto scenico musicale di grande suggestione, dominato da alcuni brani di Michel Legrand (Parigi 24 febbraio 1932), celebre compositore francese di colonne sonore cinematografiche. Alice dopo aver sottilmente ben contrastato il gioco maschilista di Marc  afferma con  scaltrezza la propria  identità  di donna, e solo a quel punto cede al  desiderio di Marc e al proprio. Alice intuisce però che per ravvivare l’amore  occorre tenere  Marc sulle spine, togliendoli ogni certezza di possesso e controllo su di lei.

 

Il libro di Marc L’amore dura tre anni, ottiene subito un grosso successo commerciale e di critica, tanto che viene letto anche da Alice la quale rimane del tutto all’oscuro del fatto che l’autore sia  proprio Marc. Essa trova il romanzo molto brutto scritto in modo presuntuoso, e dai contenuti non veri, cosa che, per l’estrema sincerità con cui avviene il giudizio, umilia Marc.

 

Quando a una delle numerose cerimonie mondane sulla presentazione del libro Alice scoprirà che l’autore è Marc fuggirà da lui indignata e delusa.

 

Riuscirà Marc a riconquistare l’amore della donna e a vivere felicemente con lei, magari proprio chiarendo gli aspetti più problematici  del  libro, quelli relativi alla durata dell’amore?

Per Alice  le considerazioni sull’amore fatte da Marc scaturiscono  prevalentemente dai suoi risentimenti matrimoniali, quelli più legati al difficile rapporto con la  moglie Anne, Alice  reputa le affermazioni di Marc troppo soggettive, lontane  da quell’ approccio analitico che per essere obiettivo esige di essere compiuto con spirito sereno.

Occorre che Marc si sblocchi da uno scacco subito e colga  in modo imparziale il senso delle complesse varianti passionali cui può andare incontro l’amore?

 

Con questa brillante e frizzante commedia Frédéric Beigbeder compie un assemblaggio stilistico complesso, animato da diverse forme espressive cinematografiche che ben si amalgamano tra loro dando un risultato d’insieme di un certo valore,  indubbiamente di buon intrattenimento, intelligente e fine.

 Il film racchiude stilemi tipici della Nouvelle vague (Nuova onda), di fine anni ’50 e inizio anni ’60, in particolare per quanto riguarda l’andamento confessionale del protagonista che si racconta in profondità come accadeva in numerosi film di Francois Truffaut, Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Eric Rohmer, all’epoca. Inoltre il film inventa un finale ingannatore, un falso lieto fine, che non fa cadere il racconto nel banale, pur trattandosi di una commedia brillante in cui è facile scivolare su una conclusione ordinaria. Beigbeder  tiene  in piedi nei personaggi, fino all’ultimo, tutta una complessità psicologica e anche comportamentale irrorata di ironia sagace che lascia molto divertito il pubblico. Il film ricorda  per certi aspetti la commedia italiana d’autore  ad impronta parodistica tipica degli anni ‘70.

Lo stile fotografico delle inquadrature e la ricerca  estetica in diagonale con grandi movimenti angolari della macchina da presa fanno invece venire in mente il miglior Bernardo Bertolucci.

 

Frédéric Beigbeder ha aggiunto di suo in questo film un umorismo delicato, ben comunicato per immagini, che si tiene sempre lontano da ogni comicità grossolana o  grottesca tipica del film da commedia  spensierata, quelli che sono il prodotto  inesorabile di compromessi con il mercato facile.

 

Questo film segna, per chiarezza di contrasti,  il distacco più evidente della commedia francese dalla commedia all’italiana, in particolare quella più recente dal 1990 in poi. La differenza consiste nelle dosi e tipi  di humour, sempre leggero e soave quello francese  a volte anche paradossale e nevrotico ma espressi nelle loro forme più sublimi, labile e stanco quello italiano a causa di un contesto emozionale ridondante che si ripete sempre negli stessi incerti toni d’insieme: sempre in bilico tra seriosità e grossolanità, due caratteristiche quest’ultime che imbalsamano i ritmi non consentendo ad esempio credibili divagazioni umoristiche.

Forse per l’Italia la questione sta nella brusca scomparsa storica di una grande tradizione, come quella del neorealismo e post realismo d’autore, un dileguamento catastrofico che non ha lasciato alcune impronta stilistica nei film più recenti? Probabilmente si.

 

Si può allora sostenere che in Francia la Nouvelle vague fruttifica ancora donando al presente cinematografico francese idee, stile, brillantezza umoristica, registi raffinati di grandi capacità, e che da noi invece il neorealismo e la commedia d’autore post neorealismo oltre ad essersi esauriti del tutto non hanno culturalmente lievitato stili nuovi, quelli che si sarebbe auspicato fossero in qualche modo supportati nei linguaggi e nei codici scenici più difficili dai pensieri visivi dei capolavori precedenti.

 

I film italiani prodotti negli ultimi 22 anni, sono spesso  legati strutturalmente alle regole espressive  dei telefilm televisivi, cosa che contribuisce a rendere più scadente l’impianto fotografico che diventa inesorabilmente il prodotto di un minore budget.

 

Con L’amore dura tre anni di Frédéric Beigbeder  si può intendere bene come la Francia sia oggi uno di quei paesi al mondo che può ancora fare, nel genere della commedia brillante, scuola cinematografica ed essere quindi un esempio di stile e di come si rispetta culturalmente  quella parte del  passato più gloriosa con cui è necessario, per lo sviluppo dell’arte, ricercare una continuità espressiva.

 

Solo il mantenimento critico e di stima con una grande tradizione  può essere in grado di garantire un futuro cinematografico d’autore al proprio paese, incrementando della settima arte il suo spessore culturale, artistico, inventivo e perché no anche spettacolare.

 

Ma che cos’è l’amore, per l’autore di questo film, Frédéric Beigbeder ? Un enigma. Forse per comprenderlo meglio, egli suggerisce con questa opera, di esplorarne  il  lato più oscuro cercando le sue  radici psichiche e culturali più profonde, cosa che però non si ha mai il tempo di fare, forse proprio per timore che  esso si dissolva improvvisamente.

BIAGIO GIORDANO
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