AL CINEMA, NELLE SALE DELLA PROVINCIA Stampa
Scritto da Biagio Giordano   

 

RUBRICA SETTIMANALE DI BIAGIO GIORDANO
AL CINEMA
 NELLE SALE DELLA PROVINCIA
Cosmopolis

Titolo originale: Cosmopolis

Regia: David Cronenberg

 

Nazione e Anno: Italia, Francia, Canada, Portogallo, 2012

Genere: Drammatico

Durata: 105 minuti.

 

Interpreti:  Robert  Pattinson, Jay Baruchel,  Juliette  Binoche,  Samantha  Morton,  Kevin Durand,   Paul Giamatti,   Sarah Gadon, Mathieu Amalric,  Patricia  McKenzie,  Emily Hampshire, Anna Hardwick

 

Recensore: Biagio Giordano

Il giovane miliardario, Erick Packer (Robert Pattinson), direttore responsabile della più grande società finanziaria degli Stati Uniti, la  Packer Capital con sede a New York, è  un abilissimo operatore finanziario.

Un giorno Packer intravede la possibilità di aggiungere ai suoi già numerosi successi di borsa un altro forte  guadagno, in virtù di una previsione finanziaria di mercato personale,  dettata solo dal suo genio.

Packer  confortato da uno sperimentato modello matematico sulla finanza  compie una grossa operazione su dei fondi monetari, concorrenziali all’andamento  dello yuan, presumendo un calo del valore della moneta cinese.

La scommessa finanziaria sarà  perdente e costerà alla società Packer Capital centinaia di milioni di dollari: il valore dello yuan infatti, inaspettatamente, anziché calare continuerà a  salire.

Packer  apprende queste notizie negative sullo yuan in una limousine di gran lusso, passando gradualmente dall’euforia allo sconcerto. Oltre alla grossa perdita in denaro procurata alla società, vedrà messi in discussione tutti quei  modelli teorici  previsionali che aveva saputo intelligentemente scegliere, tra tanti,  per portare al successo la Packer Capital.

Per lui la giornata diventa insolita, vivrà sensazioni nuove, estreme, di grande impatto introspettivo ed esistenziale semplicemente attraversando New York in auto,  scendendone solo in rare occasioni. Packer sperimenterà su di sé gli effetti  devastanti della finanza in crisi provando raccapriccio e angoscia simili in quel momento a quelle dei  giovani proletari e studenti, appartenenti ai cortei violenti di protesta che lui osserva, dal finestrino della limousine, impotente, esterrefatto di fronte ai  pugni e ai calci che la sua auto subisce: mai più pensava che un giorno avrebbe condiviso con loro incertezze e paure strettamente legate al mondo oscuro e cinico della borsa.

Dalla sua  auto insonorizzata e blindata, dotata  di sofisticati strumenti di indagine finanziaria e di diversi confort che ne fanno un vero e proprio ufficio mobile, del tutto indipendente dall’esterno, Packer medita, con altri collaboratori finanziari e il medico personale che gli fa una visita urologica, sul futuro del mondo e le stranezze devastanti di una globalizzazione finanziaria sempre più imprevedibile.

Nonostante la presenza a New York del Presidente degli Stati Uniti che impedisce uno scorrimento normale del traffico  metropolitano, Packer prosegue in direzione della periferia, lentamente, con la sua limousine bianca superpersonalizzata, alla ricerca della via del negozio di barbiere di suo padre.

Packer vuol farsi i capelli solo in quel negozio perché ha scoperto che funziona come un rituale irresistibile, fatto di parole, immagini  della sua infanzia e ricordi amorevoli del padre,  qualcosa di altamente emotivo che lo trasporta dal vuoto di umanità del virtuale, nel quale non è più protagonista, al reale  degli affetti storici, concreti, ben evocati da un cordiale dialogo col barbiere. Packer ricorda, sdraiato sulla poltrona della limousine,  come tra le mura familiari e povere di quel negozio di acconciatore, sapesse sempre ritrovare  forme di piacere che lo risollevavano da ogni apprensione.

Il regista David Cronenberg

Packer quando intravede per strada sua moglie, vicina a un Hotel, una poetessa ricchissima che lui non ha mai compreso, esce dalla limousine per parlarle, dando la forte sensazione allo spettatore che si stia esponendo a qualche attentato, la donna dopo il rifiuto di Packer di portarla al lago per il weekend in mezzo alle bellezze del verde,  gli farà capire che il loro matrimonio, privo di ogni intesa sul modo di vivere reale, durato appena un settimana, non potrà più continuare.

In seguito la guardia del corpo comunicherà a Packer che  c’è un assassino sulle loro tracce, l’obiettivo è lui: il direttore della Packer Capital.

 

Packer entrerà sempre più in uno stato di forte eccitazione e indignazione, che giungeranno a toccare i confini della ragione, tanto che dal barbiere, durante il taglio, nascerà in lui, alla rievocazione della vita del padre, un coraggio impulsivo, una forza del tutto insperata in grado di fargli affrontare direttamente il suo killer. Packer parcheggiata la limousine in garage,  si offrirà come bersaglio al suo sicario,  armato solo di una vecchia pistola a tamburo  usata dal barbiere ai tempi di suo padre.

 

Cosmopolis non vuole aggiungere niente di nuovo a quelli che sono i già noti e gravi mali economici della finanza, tuttora ben presenti, Cronenberg è consapevole che da diversi anni ne è stata fatta da tutti un’ampia esperienza, in particolare da ogni paese dell’occidente.

Il film si sofferma semplicemente su uno degli infiniti piccoli aspetti letterari della crisi, articolando momenti quotidiani di rilievo legati al modo di vivere, di pensare, e dell’ accadere psichico, in un giovane manager di successo che comincia a perdere in borsa  vedendo smarrire tutta la credibilità che aveva avuto sulle proprie capacità operazionali.

 

Cronenberg realizza questo film prendendo  buoni suggerimenti dal libro “Cosmopolis” di Don De Lillo pubblicato dalla Einaudi nel 2003, inserendo di quel testo diversi contenuti, sia di intreccio che di dialogo,  tradotti in una logica espressiva  tutta personale legata alla necessità per il cinema di  dare al linguaggio del romanzo scritto  una valenza altra, il cui effetto drammaturgico non corrisponda più a quello scritto o teatrale ma mantenga la specificità cinematografica di fondo fatta di sensazioni esaltate dall’immagine e dal sonoro, qualcosa che interessa i sensi del vedere e del sentire in una modalità prioritaria, quasi esclusiva.

 

In questo Cronenberg è un maestro e in Cosmopolis lo riconferma, le musiche spesso non sono un semplice accompagnamento ma entrano in un certo senso nella composizione fotografica come ingrediente in grado di rafforzare un’atmosfera non retta dall’azione che poggia sulla meditazione  precedente i dialoghi. Le immagini anche nel silenzio sono sempre molto loquaci: l’inquadratura iniziale della limousine di Packer eseguita dal basso con un piano sequenza lento e ravvicinato che va dal cofano alla ruota posteriore, rilascia un’impressione di lunghezza esagerata dell’auto, di un lusso associato in parte al carro funebre, non raffinato, povero di estetica, sfrenato e dal gusto grossolano, come in effetti sarà la vita, dominata dagli affari e dal cinismo, di Packer.

 

Le sequenze delle scene erotiche che avvengono, con una delle amanti, all’interno della limousine rilasciano un significato sconvolgente, quello di un potere di Packer assoluto e triviale ormai privo di ogni pudore etico, che sembra prendersi gioco di tutto, della moglie de erotizzata dai suoi comportamenti svagati, dello stesso suo stile di vita preannunciato dai suoi modi di vestire eleganti e vistosi che risulterà del tutto apparente, della privacy del suo intimo soggetta ai controlli della guardia del corpo, delle tensioni sociali all’esterno dell’auto diventate esplosive, di tutto un reale inchiodato al presente che non può seguire la sua immaginazione virtuale proiettata arrogantemente nel futuro da lui dominato.

 

Cosmopolis è una pellicola di alta qualità espressiva, un esempio di scrittura filmica ben coordinata nella sintassi, una stesura necessariamente lenta ma ben dosata nei pensieri dei concetti in gioco e nella progressività evolutiva della storia, tanto da far giungere lo spettatore, ben preparato e sufficientemente teso a un finale mozza fiato di grande pathos inteso come effetto del dialogo e dell’ambientazione che vale da solo mezzo film.

Un finale che scioglie il nodo di questioni etiche e biografiche costruite da Cronenberg sul protagonista, in modo magistrale, ponendo nuovi interrogativi ed enigmi che danno alla precedente complessità sollevata, punteggiata qua e là da nevrosi di grande impatto clinico e civile, una improvvisa leggerezza destinata a obliare i ricordi che più questionano.

 

Il messaggio del film non sembra riguardare una previsione particolarmente pessimistica sulle sorti economiche del capitalismo globale, come potrebbe apparire in un primo momento, bensì pare voler costruire con un efficace metodo narrativo, ad andamento cronologico lineare privo di ogni flash back che consente di far accumulare per gradi energia psichica allo spettatore rendendola in spendibile fino al finale,  un concetto nuovo di alienazione in corso, qualcosa che non appare più legato esclusivamente alle differenze di classe e di disuguaglianza sociale e culturale dei cittadini, ma che sembra appartenere a una dimensione  più profonda, dominata dalla ambiguità, dall’enigmatico,  che riguardano il gioco pulsionale di identità-valori perdute o in bilico facenti parte delle tradizioni di chiunque, in modi diversi sconvolte dalla post modernità.

 

Verrebbe da pensare, a partire da ciò, che il film voglia  dire  che oggi, nonostante le apparenze, viene sacrificata  la libertà culturale dell’individuo, nella sua dimensione più intima, intesa quest’ultima come una sorta di anticamera spirituale della coscienza, il danno sarebbe in tal caso di estrema gravità perché si andrebbe a toccare e ad offendere la particolarità psichica e originaria, caratteriale, che contraddistingue ciascuno nel proprio inconscio.

BIAGIO GIORDANO


 

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