IL RITORNO DELL’ OLONESE. PIRATI NEL MAR LIGURE Stampa
Scritto da Massimo Bianco   
Un RACCONTO BREVE di
Massimo Bianco 
IL RITORNO DELL’ OLONESE. PIRATI NEL MAR LIGURE
 

In una calda serata del luglio 1657, nella città caraibica di Campeche si udivano invocazioni a Maria Vergine, al Signore e ai soldati della guarnigione spagnola, mani armate della giustizia divina. E poi risa e canti di gioia, lanci di fiori e festeggiamenti sfrenati. Mortaretti esplodevano in un caos d’applausi e grida ebbre. Ragazzi danzavano formando giganteschi girotondi intorno al falò acceso nella piazza centrale. Stava per uscire in processione la statua della Madonna e al termine sarebbe iniziata una messa di ringraziamento, cui avrebbe partecipato l’intera popolazione, militari compresi. La colonia spagnola festeggiava l’uccisione del feroce e crudele pirata Olonese, responsabile di tanti lutti in quelle lande.

La gioia dei coloniali era tuttavia troppo grande perché si esaurisse in quell’unica serata. Nei giorni successivi si continuò a respirare il clima festaiolo. Molti contadini, commercianti, minatori e operai, contagiati dal buon umore generalizzato e autorizzati dai superiori, sospesero o rallentarono il ritmo lavorativo. Perfino il comandante del forte concesse tre giorni di libertà ai combattenti, a parte sparuti drappelli di guardia. Era il premio per il coraggio e l’arditezza dimostrate durante la battaglia in cui avevano finalmente annientato la banda di terribili corsari guidata dal famigerato François Nau(d), francese di Les Sables d’Olonne, nel Poitou e perciò noto come l’Olonese, che aveva seminato il terrore nel mar dei Caraibi, incrudelendo sulle sue vittime come nessun altro.

E travestito da soldato spagnolo, il nerboruto e largo di spalle François Naud si godette indisturbato i festeggiamenti per la sua morte. Ma cos’era accaduto per arrivare a ciò?

Scagliato lungo quelle coste con la sua nave corsara da un violento fortunale, Naud aveva avuto la sfortuna di essere trascinato dalla corrente insieme agli altri superstiti proprio sulla spiaggia di fronte alla piazzaforte di Campeche. Gli uomini della guarnigione, giunti sul luogo della sciagura, avevano compreso chi si trovavano di fronte e avevano ingaggiato subito battaglia.

Benché sfinito, l’Olonese combatté selvaggiamente alla testa dei naufraghi, uccidendo un paio di avversari e ferendone gravemente altrettanti, tuttavia fu presto circondato coi suoi filibustieri dalla ben più numerosa compagine nemica. A uno a uno gli uomini caddero fino a rimanerne appena una mezza dozzina, tra loro isolati e impossibilitati a darsi man forte.

Egli si trovò a duellare contro tre nemici e resistette abilmente sfruttando la debolezza di uno che, ferito e sofferente, rallentava l’intensità degli assalti. Girandogli intorno e vibrandogli senza posa furiosi fendenti, ottenne il duplice esito di tenerlo a bada e usarlo come scudo per rallentare l’impeto dei restanti due. In quel mentre cadde però un altro dei suoi marinai e gli avversari diretti, di colpo saliti a cinque, s’apprestarono a sommergerlo e a spacciarlo. Naud, ben deciso a vender cara la pelle e notato uno dei primi tre guerrieri scoprire la guardia, gli affondò con tutta la forza della disperazione la spada nel ventre, venendo irrorato dalla testa ai piedi da uno zampillo di sangue, ma non poté evitare che la trappola si chiudesse inesorabile intorno a lui. I nuovi avversari l’assalirono, infatti, di fronte, proprio mentre i due sopravvissuti allo scontro precedente già si portavano alle sue spalle.

Poi uno di questi ultimi lo attaccò, infilandogli la spada tra il braccio e il fianco destro e procurandogli una ferita di taglio, ampia e dolorosa ma leggera. Guidato dall’istinto, con gran prontezza di riflessi l’Olonese allora gridò e si lasciò crollare a terra di peso, come se l’affondo l’avesse preso in pieno. E vistolo immobile e ricoperto di sangue, l’armigero iberico esultò del proprio trionfo senza l’accortezza di accertarsi che il pirata fosse davvero defunto e assestargli in caso contrario il colpo di grazia.

Circa un’ora dopo, ormai solo sul campo di battaglia e sofferente al fianco, il filibustiere si rialzò, raccolse armi e vesti di uno dei caduti e, non sapendo come altro comportarsi, si recò in città sotto mentite spoglie. Nelle ore seguenti tre suoi compagni fuggiti durante la colluttazione vennero riportati già cadaveri alla piazzaforte mentre tre altri, presi vivi, furono impiccati poche ore dopo. Dubitava dunque che qualcuno oltre a lui si fosse salvato.

Attento a evitare passi falsi e scambiato dalla cittadinanza per un autentico soldato spagnolo, i giorni successivi ottenne gratuitamente da mangiare e da bere dai riconoscenti locandieri, mentre la ferita, miracolosamente non infettatasi, cominciava a guarire. Doveva ora trovare la maniera di tornare alla Tortuga dove, incantando i compari con la sua portentosa salvezza, contava di trovare un nuovo equipaggio per sostituire quello perito. Perché l’Olonese amava troppo il mondo della filibusta per rinunciarvi. Privo di scrupoli e inebriato dall’assoluta libertà di tale esistenza, arrembava, uccideva e gozzovigliava senza mai provare sensi di colpa.

Sfruttando i giorni di licenza concessi dal comandante della piazzaforte per aggirarsi indisturbato, François Nau(d) detto l’Olonese contattò alcuni schiavi e promise di liberarli in cambio del loro aiuto. Ottenutone l’assenso, s’introdusse nottetempo nell’edificio in cui dormivano, ne uccise i guardiani e li fece fuggire. Un’inevitabile attesa affinché gli ormai ex schiavi si procurassero una piccola imbarcazione e poi si ritrovò in viaggio con loro verso la Tortuga.

E là, proprio come previsto, il clamore seguito alla sua miracolosa riapparizione spinse una ventina di fratelli della costa a dichiarargli fedeltà. Insieme a costoro e agli ex schiavi formò allora un nuovo equipaggio col quale riprendere il mare in direzione di Cuba.

Navigavano da neppure una settimana con la piccola e inadatta imbarcazione acquistata alla base di partenza, quando all’orizzonte apparve un grosso peschereccio. I pirati l’assaltarono col favore delle tenebre di una notte senza luna. I pescatori, presi alla sprovvista in alto mare, pur reagendo con coraggio furono sgominati nel giro di pochi minuti. I superstiti furono quindi sbudellati uno a uno da Naud in persona e gettati in mare. L’Olonese era assai soddisfatto di sé: disponeva di uomini in gamba e ben temprati e di un nuovo e più grande battello. La buona stagione era appena iniziata, portando con sé la promessa di altre fortunate imprese e non intendeva accontentarsi.

E alcune settimane dopo gli giunse una succosa notizia: il governatore dell’Avana aveva allestito una piccola fregata, con dieci bocche da fuoco e ottanta uomini d’equipaggio incaricati di catturare i feroci avventurieri. Costui era tanto certo della facile realizzazione del proposito, che aveva perfino già mandato a bordo il boia per impiccarli seduta stante dopo la loro resa. Impossessarsi di una nave da guerra, pensò in proposito Naud, avrebbe rappresentato un decisivo passo avanti nella sua carriera di filibustiere…

Chiamato dalla madre per la cena, il diciassettenne William Stella interruppe la lettura del libro sui pirati, una recente spettacolarizzazione romanzata ispirata a un classico italiano degli anni 50’, e rimase qualche momento a sognare a occhi aperti. Dotato di fantasia sfrenata e grande capacità d’immedesimazione, s’immergeva con estrema facilità nelle avventure dei personaggi di cui leggeva per studio o per diletto.

Di volta in volta era stato Alessandro il macedone, proiettato col suo piccolo esercito alla conquista di un immenso impero; Robin Hood, ladro e arciere, in lotta coi fedeli compagni contro il perfido sceriffo di Nottingham; Carlo Martello, maggiordomo ma signore di fatto alla corte dei re travicelli merovingi, glorioso vincitore dei mori nella battaglia di Poitiers; Bartolomeo Colleoni, brillante stratega e generale di ventura, alle prese con le innumerevoli guerre dell’Italia quattrocentesca e mille altri personaggi.

La sua precedente lettura era stata il Don Chisciotte della Mancia e per un’intera settimana si era immaginato in viaggio cavalleresco per le terre di Spagna.

Tuttavia mai nessuno prima l’aveva affascinato tanto quanto l’Olonese e i vari Morgan, Capitan Kidd, Ravenau De Lussan o Barbanera. Così, appena terminato il pasto, si ributtò a divorare il libro e non si fermò finché non l’ebbe terminato, intorno alle tre di notte.

Il giorno dopo fantasticava ancora sulle avventure dei pirati, rileggendo pure qualche passo per meglio imprimersi nella mente le loro gesta, favorito in ciò da una memoria ferrea, quando ricevette una telefonata dal suo amico Mattia Vigna. Questi gli propose di raggiungerlo il mattino successivo per farsi un giro sullo yacht acquistato dal padre in primavera e William venne folgorato da un’idea.

 

…Farsi cavaliere errante, ed andarsene per il mondo, con le sue armi e il suo cavallo, in cerca d’avventure, esercitandosi in tutte le virtù…[1]

Il mattino successivo, terminata la colazione nel bar di proprietà dei genitori, attraversò di gran carriera gli ottocenteschi portici savonesi di Via Paleocapa e arrivò in darsena, dove si mise alla ricerca del Dalia, il magnifico ventuno metro a bordo della quale l’amico lo attendeva, ansioso di mostrargli quanto fosse già bravo a condurre benché ancor privo di patente nautica.

William Stella e Mattia Vigna si conoscevano fin da quando i genitori li avevano iscritti seienni nella scuola calcio della società La Torretta, di cui ben presto erano diventati autentiche colonne, in qualità di trequartista l’uno e di centrocampista l’altro. Da allora William, spinto al calcio dal padre e dai fratelli maggiori – uno dei quali approdato in seguito al professionismo nel Livorno – e Mattia, mosso invece solo dalla passione, erano diventati compagni inseparabili di gioco, di studio e di divertimenti.

Se William poteva dirsi benestante grazie al bar in centro assai ben avviato, Mattia Vigna era addirittura ricco di famiglia. Figlio di due dentisti e nipote d’un notaio, il quasi diciassettenne Mattia viveva in una splendida villa sui 500 metri quadri più giardino ai Piani di Celle.

I suoi genitori sarebbero rimasti negli Stati Uniti per tutto luglio e lui si sentiva libero di fare ciò che gli pareva. Certo, gli rimaneva pur sempre tra i piedi la sorella ventunenne, alle cui attenzioni era stato affidato, ma i suoi vecchi erano dei poveri illusi se pensavano sul serio che lei avrebbe potuto tenerlo a freno. Oltretutto la sorellona usciva da poco tempo con un nuovo ragazzo e aveva altro per la testa che star dietro a un moccioso. Quanto alla nonna, da quando era rimasta vedova non stava più molto bene e si limitava a invitarlo a pranzo la domenica.

Per William, la cui sciolta parlantina avrebbe convinto un esquimese ad acquistare un impianto per la produzione di neve artificiale, fu quindi perfino facile coinvolgere l’amico nell’impresa piratesca. Due giorni dopo il Dalia, nel frattempo ribattezzato con tanto di pennello “Folgore”, fu pronto a salpare. Agli ordini dei due, proclamatisi, dopo inevitabili discussioni sui diritti di precedenza, capitano e secondo di bordo, in qualità l’uno d’ideatore del piano e l’altro di proprietario del naviglio, c’erano ben sette ragazzi, compagni di scuola o di squadra della coppia. Alle 9 si sollevò il ponte levatoio all’ingresso del porto, dinanzi alla medioevale Torretta, ultima vestigia delle antiche mura cittadine, e gl’intrepidi filibustieri si misero in viaggio.

William era un bel ragazzo, alto di statura, ben piantato e dai tratti del viso dolci. Aveva intensi occhi neri sormontati da ciglia femminee, sopraciglia sottili e arcuate e corti capelli scuri. Invece Mattia aveva un volto vagamente disarmonico e una conformazione fisica bassa e massiccia, vacui occhi grigio celeste, sopracciglia cespugliose e una zazzera bionda tenuta di regola nascosta sotto l’onnipresente berrettino da baseball. Quest’ultimo, convinto all’impresa dalla speranza di conquistarsi i suoi cinque minuti di celebrità, aveva contribuito procurando pure abiti adatti per tutti: pantaloni neri aderenti, fusciacche vivacemente colorate, abbondanti camicie bianche a maniche lunghe e bandane. Inoltre per buon peso William si era sistemato una benda sull’occhio sinistro. Ufficialmente i due non rispondevano più al proprio nome e cognome, ma erano François l’Olonese e il suo braccio destro Michele il Basco.

Quanto agli allegri compagnucci, la sorpresa principale era la presenza di Genzian Kuci, albanese, immigrato ancora bambino in Liguria con la famiglia, pallido, di media statura ma dotato di un fisico solido e possente da torello. Grazie alla sua forte personalità era da ritenere a tutti gli effetti un loro pari. Gli altri invece si limitavano per lo più ad andare a ruota dei caporioni. E così Genzian fu eletto d’ufficio quartiermastro, mentre i restanti sei rimasero marinai semplici.

…La fortuna va disponendo dei nostri casi meglio di quanto potremmo desiderare. Ecco lì, infatti, amico Sancio, trenta o più smisurati giganti, ai quali intendo dar battaglia…

 Questo breve passo in corsivo e i successivi sono tratti dal Don Chisciotte della Mancia di Cervantes (N.d.A.)

 

Dopo aver girovagato alcune ore qua e là lungo la riviera, la prima preda prescelta fu uno yacht più piccolo del loro, un dodici metri, trasformato per l’occasione dalla fervida fantasia di William in un possente tre alberi, carico dell’oro delle americhe. Partito dal porticciolo di Finale Ligure, fu incrociato un miglio e mezzo marino al largo, di fronte all’abitato di Borgio Verezzi.

“Cosa ne dici di quella barca, Mattia?”    

“Direi che è perfetta, Willy. È ferma all’ancora completamente isolata, un bersaglio facile.”

 

“Bene, bene, domani tutti parleranno dei misteriosi pirati del mar Ligure. Non vedo l’ora.”

Richiamarono l’attenzione dei proprietari, un piccolo imprenditore torinese sessantenne con la moglie, intenti l’uno a pescare e l’altra a prendere il sole, e accostarono l’imbarcazione con una scusa. Quindi, sotto lo sguardo dapprima perplesso e poi spaventato dei due, sette di loro, guidati da William e Genzian, salirono a bordo al grido di “All’arrembaggio, miei prodi.” Per parte sua Mattia restò a bordo, forse perché ancora unico in grado di pilotare, e si limitò a esibire un fucile dalla Folgore.

 

Finale-Borgio Verezzi

William in persona, con l’espressione truce e la benda sull’occhio, si piazzò dinanzi ai torinesi, seguito da Genzian. I due ragazzi erano armati con le altre due armi da fuoco che si erano procurati: uno dei fucili da caccia sottratti al signor Stella e la rivoltella regolarmente detenuta da un secondo genitore. Alle loro spalle uno dei giovani marinai, il piccolo e riccioluto Gabriele Rosetta, riprendeva con la webcam, intendendo Stella e Vigna riversare il tutto su internet.

William s’inchinò platealmente di fronte ai torinesi fingendo di scappellarsi e disse:

“Buon giorno egregi signori. Io sono il pirata Olonese e questo galeone è requisito in nome dei fratelli della costa.”

L’uomo guardò a occhi sbarrati prima l’uno, dal fare a un tempo arrogante e sornione, e poi l’altro, che pur sorridendo gli puntava addosso il fucile. Sua moglie appariva chiaramente terrorizzata, lui però si sentiva più che altro incredulo. Che assurdità era mai quella? Erano armati, eppure doveva per forza trattarsi di uno scherzo, come poteva essere diversamente? Di fronte a sé aveva senza ombra di dubbio dei semplici adolescenti. In particolare quello armato di cinepresa pareva quasi un bambino. Cosa significava dunque tutta quella sceneggiata?

“Dico, ma siete ammattiti? Cosa diavolo avete in mente di fare?” Chiese infine, facendosi coraggio.

“Faccia silenzio. Non mi costringa a darla in pasto ai pescecani.” Rispose William, freddo e deciso.

L’uomo, convinto di aver a che fare con dei pazzi più dall’incongrua risposta che dalla situazione in sé stessa, ritenne opportuno obbedire e non aprire più bocca. Quel ragazzo, uscito di sicuro da un ospedale psichiatrico, poteva essere pericoloso per davvero.

Ottenuta la sua attenzione, William Stella si divertì un mondo a spiegargli per filo e per segno con aria truce i propri presunti propositi. Con crescente inquietudine l’uomo lo ascoltò farneticare.

“…E voi cani spagnoli scoprirete presto la nostra forza. Noi corsari metteremo a ferro e fuoco il mar dei Caraibi e poi assalteremo la nuova Maracaibo.” Concluse infine il neo Olonese, soddisfatto.

Genzian Kuci nel frattempo si era incaricato di legare le mani dietro la schiena ai torinesi, senza peraltro stringere troppo, mentre gli amici ficcavano il naso un po’ ovunque. In tutto si trattennero a bordo una ventina di minuti, nel corso dei quali misero a soqquadro l’imbarcazione e fecero un bel po’ di danni, mettendo anche fuori uso cellulari e ricetrasmittente. Rubacchiarono a mo’ di trofeo qualche oggettino e finalmente se ne andarono.

“Forza ragazzi, rotta verso la Tortuga.” Esclamò ad alta voce William l’Olonese, ben compreso nella parte, mentre risaliva sulla Folgore.

“Come scusa?” Chiese il Quartiermastro Genzian, assai dubbioso.

“La Tortuga era il covo dei pirati nei Caraibi, è famosa.” Gli spiegò il più colto Mattia.

“Ah, ok, ho capito. E dov’è che andiamo, allora?”

“Alla Gallinara, Genzian. Sarà quella la nostra Tortuga.” Concluse William, mentre gli occhi già s’illuminavano all’idea, riferendosi all’isoletta ligure al largo di Albenga, guarda caso dalla forma che ricorda la silouette di una tartaruga, in spagnolo, per l’appunto, tortuga.

“Io veramente stasera dovrei tornare a casa.” Obbiettò Gabriele.

“Sciocchezze Lele. Chiama i tuoi genitori e digli che stanotte resti a dormire in porto sulla barca di Mattia.”

“Ma non so se me lo permetteranno.”

“Nel caso passameli. Ci penso io a convincerli, sta tranquillo.”

“Alla Tortuga dunque, miei prodi.” Confermò quindi Mattia il Basco, in qualità di proprietario.

I torinesi guardarono impotenti lo yacht di quegli squinternati allontanarsi verso ponente, con ancora nelle orecchie l’ultima frase udita e cioè il “forza ragazzi, rotta verso la Tortuga”. Poco dopo si liberarono e tornarono in fretta e furia in porto a denunciare l’aggressione, giungendo dai carabinieri a metà pomeriggio.

L’ossuto brigadiere di Finale che li ascoltò, faticò non poco a prestar fede al racconto. Di primo acchito aveva addirittura pensato che i tipi dessero i numeri, talmente assurda gli pareva la storia. Tanto più poiché, come provvide a verificare, non risultavano registrate imbarcazioni col nome di Folgore. Siccome però i due apparivano sconvolti, si lasciò convincere ad accompagnarli in porto, dove in effetti costatò danni all’imbarcazione. Qualcosa era dunque accaduto, sempre che i gianduia non avessero fatto tutto da sé in preda a un raptus. A ogni modo il brigadiere avrebbe dovuto effettuare qualche indagine. Intendeva tuttavia meditarci sopra bene e occuparsene sul serio soltanto a partire dall’indomani, con calma e soprattutto con prudenza. Nel frattempo zitto e mosca, onde evitare di trasformarsi nello zimbello della caserma.

A fugare ogni dubbio, in serata giunse però una nuova denuncia. Erano appena passate le 22 quando a Finale ricevettero la telefonata preoccupata dei colleghi di Savona, i quali chiedevano se si erano verificate recenti aggressioni a imbarcazioni. Costoro avevano ricevuto la visita di marito, moglie e cognato ultraquarantenni con figlia quindicenne e non sapevano cosa pensarne.

I quattro riferivano di essere stati sorpresi sulla loro barca a vela da un branco di scalmanati, sedicenti pirati dei Caraibi. A loro detta, costoro erano saliti a bordo urlando stramberie, li avevano legati, senza tuttavia stringere troppo le corde, avevano compiuto vandalismi ai danni dell’imbarcazione e si erano portati via alcune attrezzature, due orologi e una collanina d’oro.

Uno dei ragazzi, presentatosi come François Olonese, a quanto pareva aveva anche fatto colpo sulla adolescente, colta in apparenza dalla sindrome di Stoccolma, forse soprattutto a causa della sua attraenza.

“Si atteggiava a duro ma si vedeva che in realtà era buono”, aveva, infatti, spiegato costei con un sorriso larghissimo, aggiungendo poi che si era dimostrato assai gentile ed era stato contrario a rubare i soldi e la catenina da lei portata al collo.

“Non facciamo mica sul serio, dopotutto.” Gli aveva sentito affermare.

Uno degli altri, pallido e robusto, era stato però di diverso avviso.

“Io non ci torno a mani vuote, non voglio passar per scemo.” Aveva, infatti, esclamato questi.

“Ma se gli svuotiamo i portafogli siamo dei ladri, Genzian.”

“E chi li tocca i portafogli. Però almeno quella catenina è bella e me la prendo, questione d’onore!”

“E guarda che figata ‘sto orologio.” Aveva aggiunto un altro.

Infine un biondo, chiamato a volte Mattia e a volte Michele, aveva preso la decisione definitiva.

“I ragazzi hanno ragione, Willy, ne va del nostro prestigio, sono trofei necessari,” – ricordava che costui aveva detto, – “altrimenti che pirati saremmo?”

Poco convinti, i funzionari incaricati di raccogliere le testimonianze non avevano tuttavia ritenuto di darle eccessivo credito.

 

Nella tarda mattinata successiva, dal porto di Savona partiva il traghetto per visitare il santuario dei cetacei. Il mar Ligure, forse perché più profondo rispetto alla media del Mediterraneo, attira da sempre molti di questi grandi e fascinosi mammiferi, tanto che in quelle acque si possono, pare, incontrare perfino i capodogli.

Un gruppo di circa trenta quaranta turisti era già assiepato in attesa quando, puntuale all’appuntamento con l’imbarco, giunse Dennis Lavagna con la sorellina e i genitori. Al contrario della quasi totalità dei partecipanti alla gita, la famiglia Lavagna viveva in città. Era stato lui, da sempre affascinato dai cetacei, a convincere i familiari alla gita.

Dennis aveva sorprendenti occhi verde smeraldo e teneva i capelli, castano chiari, piuttosto lunghi, trattenuti sulla nuca da un ampio fermacapelli. Era il padre a farglieli portare così, sulla base dei propri gusti. Il ragazzo tuttavia non era per nulla dispiaciuto di tale look, di cui si era anzi appropriato con piacere. Aveva quattordici anni, ma essendo assai minuto per la sua età e avendo per giunta un bel faccino ancora fanciullesco, ne dimostrava un buon paio di meno. Del resto neppure la sua riccioluta e graziosissima sorellina Lucia pareva già di nove anni.

Appena aprirono i portelli, Dennis s’intrufolò con agilità ed entusiasmo in mezzo alla folla e fu tra i primi a salire a bordo. Si trovò così un posto di osservazione privilegiato in prima fila. I familiari si accomodarono invece più centralmente, in terza fila. Appena partiti l’adolescente si concentrò sul mare circostante, ben deciso a non perdersi alcuna apparizione. Assai meno paziente, la bambina prese invece a gironzolare annoiata.

Dopo un’ora circa di navigazione, non furono però balene o delfini a incrociare il loro percorso, ma un altro genere di mammifero, bipede e assai meno adattato all’ambiente marino. La piccola mangiucchiava distratta una merendina in piedi sul ponte e il fratello osservava col binocolo davanti a sé, quando alcuni botti secchi fecero sobbalzare entrambi. Sorpreso, Dennis si guardò intorno e alla sua destra vide uno yacht puntare dritto verso di loro.

 

I novelli pirati stavolta avevano scelto un bersaglio più ambizioso. Le imprese del giorno precedente a quanto pareva non avevano suscitato l’interesse dei mass media, a giudicare dal silenzio dei giornali radio locali sull’argomento. Non convinto, mentre gli amici giocavano agli esploratori sulla Gallinara, di prima mattina William si era recato con Gabriele Rosetta in gommone ad Albenga e aveva acquistato speranzoso il Secolo XIX, ma con sua somma delusione non se ne faceva cenno neppure lì. Ormai che c’erano parve però loro inutile affrettarsi alla “Tortuga”.

Era successo mentre passeggiavano meditabondi per il turrito e fascinoso borgo medioevale, che William aveva avuto la pensata di assaltare un traghetto carico di turisti. Perché così, si era subito reso conto, avrebbe di sicuro fatto parlare molto di tutti loro, lui sarebbe stato famoso e avrebbe reso di nuovo celebre anche il nome del grande Naud l’Olonese.

“Andiamo Lele, si torna a bordo. Vedrai che bello scherzo combiniamo stavolta.” Aveva annunciato con allegria. Ciò detto si era incamminato di buon passo, senza neppure prendersi il disturbo di verificare se il compagno lo stesse seguendo.

A Gabriele non era restato quindi che trotterellargli dietro, vagamente preoccupato. Conosceva l’amico a sufficienza per sapere che quando si comportava così non prometteva nulla di buono.

 

…Poiché le cose umane…non sono eterne…

venne il momento del suo termine quando egli meno se l’aspettava…

Per convincere il comandante del traghetto a fermarsi, i giovani filibustieri spararono alcuni colpi di fucile sulla fiancata, quindi accostarono l’imbarcazione. Dennis si sporse dal suo posto e fissò gli assalitori con tanto d’occhi. Conosceva di vista alcuni di quei ragazzi. Due di loro li aveva incrociati sovente nei corridoi della sua scuola e ne sapeva il nome, inoltre gli pareva di ricordarne pure un terzo, anche se di quest’ultimo era meno certo. Avevano appena terminato il terzo anno e lui, primino, non aveva mai rivolto loro la parola. Erano però considerati tra i più tosti dell’istituto e gli sarebbe piaciuto farci amicizia. In compenso ne conosceva un quarto relativamente bene: Genzian frequentava come lui la palestra di karatè. Malgrado fosse più grande, muscoloso e forte di lui, talvolta l’istruttore li aveva uniti per svolgere qualche esercizio. Spesso avevano scambiato qualche parola e lo aveva trovato simpatico, nonostante fosse poco loquace e tendesse un po’ troppo a tirarsela e a provocare il prossimo. Dennis d’altronde era estroverso, arguto e sfrontato e si rapportava bene quasi con chiunque. In effetti i due erano in rapporti abbastanza amichevoli.

Incuriosito dal comportamento di quei ragazzi, d’impulso prese la cinepresa che si era portato dietro per filmare i cetacei e anziché i cetacei riprese loro.

Come al solito due della banda restarono di guardia a bordo. Gli altri sette invece balzarono con agilità sul traghetto, esibendo facce truci d’ordinanza e sparando perfino un paio di colpi in aria. Un impulso, quest’ultimo, rivelatasi però subito sbagliato, perché l’atto scatenò un’improvvisa ondata di panico. Grida di paura si alzarono da vari punti del traghetto e alcuni turisti cominciarono a correre a casaccio.

Dennis cercò di farsi largo per raggiungere la sorellina e prenderla per mano, ma la calca glielo impedì e con sgomento, qualche attimo dopo, vide la bambina cadere a terra, travolta e calpestata da alcune persone in fuga. Accorse spaventato, mentre da un’altra direzione arrivavano anche i suoi genitori, e la trovò esamine al suolo, che pareva morta.

“Oh no, no!” esclamò disperato, poi alzò lo sguardo e aggiunse, con le lacrime agli occhi:

“Giuro che questa me la pagate, razza di stronzi, e chi se ne frega se passo per spione.”

Nel frattempo gli assalitori, presi alla sprovvista dalla reazione della gente alla loro bravata, si stavano spaventando quasi più degli assaliti. In mezzo a un tale casino si sarebbe potuto verificare qualsiasi guaio, compresero. Parendogli oramai la situazione ingestibile, dopo qualche attimo d’indecisione William, Mattia e Genzian stabilirono quasi all’unisono di battere in ritirata. Risalirono mogi, mogi a bordo della Folgore insieme ai compagni e si allontanarono in fretta e furia, diretti al loro covo.

 

I carabinieri, coordinati dall’ossuto brigadiere finalese Benattini, ormai sapevano tutto dei delinquenti, indemoniati aggressori di almeno tre imbarcazioni lungo la costa ligure. Grazie alla preziosa testimonianza del giovane Dennis Lavagna, avevano nome, cognome e indirizzo di quasi tutti i partecipanti alle azioni criminose. Possedevano inoltre dati, foto e immagini dell’imbarcazione stessa. E messe a confronto le foto del Dalia con le riprese fatte al Folgore, non ebbero alcun dubbio di trovarsi di fronte al medesimo cabinato. E anche grazie a ciò, quando alcune ore dopo giunse alla guardia costiera la segnalazione di uno yacht indebitamente attraccato presso l’isola Gallinara, proprietà privata a cui era vietato l’accesso, lo identificarono con facilità.

In breve due motovedette della guardia costiera e un motoscafo dei carabinieri fecero rotta verso la Gallinara. Lì giunte, le forze dell’ordine sequestrarono lo yacht, recuperarono il maltolto e trassero in arresto gli abbattutissimi pirati. Una pila alta così di capi d’accusa pendeva sulle loro teste.

Il giorno successivo i signori Stella, i signori Kuci, i Rosetta e gli altri familiari presenti in città poterono incontrare i loro figli e dirgli cosa pensavano della loro genialata. E il giorno ancora successivo anche i Vigna rientrarono, come si può ben immaginare assai arrabbiati, dagli Stati Uniti. Brutti momenti attendevano i prodi fratelli della costa.

Per fortuna si verificò però almeno un fatto positivo. Col sollievo dei familiari e di tutti i media, quello stesso pomeriggio la piccola Lucia Lavagna riprese finalmente conoscenza, dopo essere stata a lungo in bilico tra la vita e la morte e qualche ora dopo poté essere dichiarata fuori pericolo, così il rischio di essere accusati di omicidio venne meno.

Quarantotto ore dopo William Stella, in qualità di ideatore e dunque principale responsabile degli eventi, inviò a nome di tutti le sue più sincere scuse alla famiglia Lavagna. In proposito aveva ancora bene in mente le parole pronunciate dal brigadiere Benattini. Questi alla fine aveva compreso di non trovarsi dinanzi a dei criminali ma soltanto a nove immaturi stupidoni, benché non privi d’intelligenza. E così, quando William si era difeso, sostenendo di essere vittima di un equivoco perché loro stavano solamente scherzando, gli aveva risposto nella seguente maniera:

“Vedi, noi non siamo unici al mondo, ragazzo mio. Non possiamo pretendere di fare tutto quello che ci passa per la mente. Qualunque azione intraprendiamo avrà sempre conseguenze su qualcuno, su di me, su di te, su di lui, su un altro ancora. E alcune di queste conseguenze potrebbero rivelarsi negative e dolorose. Occorre responsabilità. Se quella bambina fosse morta, sarebbe stata interamente colpa tua e l’avresti portata sulla coscienza per tutta la vita, ricordatelo.”

Quel carabiniere aveva ragione, ora lo capiva. Non aveva avuto cattive intenzioni, tuttavia si era divertito a spese d’altri come se il suo prossimo non contasse. Sì, è vero, era stato davvero stupido e incosciente a far avventurare tutti in quella folle impresa, spiegò contrito, per lettera, ai signori Lavagna, ma non sarebbe accaduto mai più.

E per il resto se la sarebbero vista giudici e avvocati in tribunale.

 

Massimo Bianco                         18/12/10.                                Fine.

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