Lettura di un'immagine: Maddalena penitente Stampa
Scritto da FULVIO SGUERSO   
LETTURA DI UN’ IMMAGINE 6
“Maddalena penitente” (1794-1796) 
di Antonio Canova, Palazzo Tursi, Genova

 Quando il trentasettenne Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822) cominciò a sbozzare questa Maddalena commissionatagli da un alto prelato della curia romana, aveva al suo attivo capolavori come Teseo sul Minotauro (1781- 1783); il Monumento funerario a Clemente XIV (1783): Amore e Psiche (1793); ed era considerato non solo a Roma, dove viveva, ma in tutte le corti europee, il degno erede di Gian Lorenzo Bernini e quasi un nuovo Fidia.

E infatti anch’egli, come quei grandi, aveva ricevuto in dote la capacità prodigiosa di rendere le sue sculture come palpitanti di vita propria (si pensi a quel capolavoro assoluto del neoclassicismo che è il ritratto di Paolina Borghese come Venere vincitrice); dote e stile che non per caso hanno affascinato poeti innamorati dell’arte greca classica come Ugo Foscolo e John Keats. In questa Maddalena penitente (piacque così tanto ai suoi contemporanei che l’artista ne fece una copia, eliminando però la croce. La copia è conservata all’ Ermitage di San Pietroburgo) la purezza dello stile neoclassico si armonizza perfettamente con alcuni tratti di realismo romantico che rendono quest’opera unica nell’attività creativa canoviana: la penitente è rappresentata  alla maniera eremitica, parzialmente avvolta in una specie di saio legato stretto alla vita dal cordiglio francescano, è prostrata, affranta, in ginocchio e scalza sopra una roccia, ha il corpo piegato sotto il peso dei peccati, nell’atteggiamento contrito di chi chiede umilmente perdono.

La veste penitenziale, tuttavia, non le ricopre né le spalle né le braccia né il fianco destro né le gambe ripiegate e lascia scoperta tutta la splendida schiena su cui ricadono i lunghi, fluenti e cesellati capelli. E’ evidente l’intenzione dell’artista di far risaltare le belle forme della penitente in contrasto con l’asperità della roccia e con il teschio posato accanto alla sua gamba sinistra a ricordarle in perpetuo il memento mori. La struttura piramidale della statua ha il suo culmine nella luminosa capigliatura e nel volto reclinato in avanti (su cui sono visibili le lacrime del pentimento), proteso verso la croce di bronzo dorato che tiene sulle due mani aperte verso l’alto. La croce e il teschio sono lì simboleggiare la passione di Cristo, la sua morte e la sua resurrezione per la nostra salvezza: l’amore di Dio vince il peccato e la morte. Per questo la Maddalena è triste ma non disperata, è viva e non morta 

FULVIO SGUERSO 

 

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