Monoteismo VS politeismo... Stampa
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
MONOTEISMO VS POLITEISMO
(ROMA VS MISTRÁ)
Il lungo commento di Fulvio Sguerso su 4 numeri di Truciolisavonesi.it [VEDI] e la lettura diretta del libro di Giorgio Girard (1) mi hanno stimolato a dar forma scritta a pensieri che mi ronzavano in testa da anni.

Alla base della filosofia di Girard preme il divario epocale tra l’atteggiamento aut-aut che ha dominato i “secoli del credere”, quando erano suggerite sia le domande che le risposte, e la moderna tendenza a lasciare senza risposte  le domande che un’umanità disincantata si pone a ritmo incalzante, in parallelo all’affollarsi di scoperte scientifiche che cozzano contro le vecchie impalcature mentali, viste come un obsoleto retaggio.

 

 

Nietzsche e Heisenberg: Nichilismo sociale e indeterminatezza fisica appaiono quasi insieme

 

Girard condensa lo spirito del tempo nel termine (nietzschiano-heideggeriano) nichilismo, a significare la perdita delle certezze, in primis il credo religioso, improntato per millenni al monoteismo delle tre religioni “del libro”, la cui incapacità di riconoscere percorsi diversi nel cammino verso un unico Dio ha fomentato interminabili guerre, anatemi, condanne, torture. Un altro termine sul quale egli insiste, in consonanza con la psicologia debole che impronta il suo giudizio, è il dualismo, ovvero la netta distinzione delle cose, in ossequio al principio aristotelico di non contraddizione. Un dualismo che è anche contrapposizione, esclusione delle ragioni dell’”altro”, di cui hanno dato prova le suaccennate religioni monoteiste, ciascuna con la presunzione di possedere l’unica verità, partendo dall’assunto che una tale verità di fatto esista e sia conseguibile. Un assunto sconfessato proprio da quella scienza che a sua volta era convinta di poter raggiungere una visione compiuta e inoppugnabile della struttura del mondo, ossia la fisica, prima galileiana e poi newtoniana, quando maturò la sua variante quantistica, regno del probabile e di sovrapposte “verità”: uno scenario così indeterminabile che persino Einstein, pur avendo contribuito a costruirlo, tentò di smontarlo (“Dio non gioca a dadi”).

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Benozzo Gozzoli: L’arrivo in Italia della delegazione bizantina per il Concilio di Ferrara-Firenze, 1438-39
 
Le mie predilezioni storiche mi hanno portato a soffermarmi con crescente interesse su un secolo, che mi è parso attraversato da fermenti e visioni simili al nostro presente: il XV. 

Il Quattrocento avverte che la lunga parentesi medievale è ormai alle spalle e, col crollo di un’acritica accettazione delle risposte che il Medio Evo forniva, si apriva un periodo di profondo ripensamento di una dottrina, quella cristiana, il cui netto antagonismo con ebraismo e islamismo aveva portato a perenni, sanguinosi conflitti, che si cominciavano a non ritenere più né “santi” né “giusti”.

Pur essendo il nichilismo ancora di là da venire, il nuovo atteggiamento et-et, in antitesi all’aut-aut, stava affiorando, naturalmente ancora soltanto a livello di elite intellettuali. 

L’esempio più eclatante dell’emergente mentalità fu il tentativo di riconciliare la Chiesa di Roma con quella di Bisanzio, con il concilio di Ferrara-Firenze del 1438-39, nonché di stemperare le tensioni bellicistiche da secoli in atto nei confronti dell’Islam. 

Figura centrale di questo poderoso tentativo di appeasement filosofico e religioso fu senza dubbio Giorgio Gemisto Pletone, la cui predicazione, a cominciare dal suddetto concilio, ebbe notevoli ripercussioni sui pensatori dell’epoca, in particolare Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, le cui opere, a lui ispirate, ebbero vasta diffusione in Italia ed Europa.

 

 

Due autori, due approcci diversi al problema islamico

 

Il nucleo del pensiero di Pletone consisteva nella “riabilitazione” di una prisca theologia che affondava le radici nella notte dei tempi, e i cui principali esponenti si erano succeduti attraverso i secoli e i millenni: Zoroastro, Pitagora, Platone, Plotino e i neoplatonici. Pletone propugnava così una religione filosofica, che improntasse dei suoi insegnamenti i reggitori della cosa pubblica. Il pulpito da cui si irraggiava questa antica tradizione sapienziale, rivisitata in chiave contemporanea, era la scuola di Mistrà, in Morea, che avrebbe dovuto avere, nelle intenzioni di Pletone e dei suoi discepoli, tra i quali spiccava il “cardinale d’Oriente” Bessarione (“l’ultimo grande bizantino” (2)), la funzione di faro della riscoperta cultura ellenica, al posto della decadente Bisanzio, la sventurata “seconda Roma”, caduta in mani turche nell’annus horribilis 1453. 

Nei piani di Pletone, questa nuova e prisca religio avrebbe dovuto rinascere sulle ceneri sia del cristianesimo che dell’islamismo, echeggiando riti e simbologie politeistiche, tra cui l’eliosofia neoplatonica e l’Oratio ad solem dell’imperatore Giuliano.

È sorprendente come un simile scostamento da una mentalità permeata di intollerante monoteismo, concrezionato nei secoli, abbia potuto allignare nella mente di membri del clero, come vari cardinali, tra i quali spiccano, oltre al citato Bessarione, Isidoro di Kiev, Giovanni da Segovia e persino il più celebre filosofo quattrocentesco: Niccolò Cusano

Nello stesso periodo videro la luce scritti decisamente aut-aut, come la famosa Epistola a Maometto II di Pio II, (3) che, in puro stile controversistico, demolisce punto per punto la dottrina musulmana; di contro alla Cribatio Alkorani del Cusano, che cerca invece i punti d’incontro tra le due religioni, cristiana e maomettana, secondo uno spirito et-et, sorvolando sulle spinose e inconciliabili questioni dell’Incarnazione e della Trinità.

Particolari contingenze impedirono l’attuazione del piano di Pletone e Bessarione, e dettero una svolta totalmente diversa ai successivi eventi storici, tra cui il drammatico ritorno dell’intransigenza aut-aut della “Santa” Inquisizione cinque-secentesca. Ma resta degna di merito l’apparizione sulla scena politica, filosofica e religiosa di un movimento di pensiero -decisamente opposto all’aristotelismo tomista- la cui duratura affermazione avrebbe evitato tante successive atrocità, dai conflitti religiosi ai roghi degli eretici. 

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Il Tempio Malatestiano di Rimini: convivenza di cristianesimo e paganesimo

 

A testimonianza del mutato clima culturale che illuminò gran parte del Quattrocento c’è un monumento che lo rappresenta “in solido”: il Tempio Malatestiano di Rimini. (4) Fu infatti Sigismondo Pandolfo Malatesta [VEDI]  il più fervente seguace, in campo politico, delle idee pletoniane; e la sua felice intuizione lo spinse a tradurle in quella meravigliosa opera d’arte e di libertà culturale che tuttora è il maggior vanto della città che si onora di ospitarla. 

La trasformazione dell’originale chiesa francescana fu affidata al genio di Leon Battista Alberti, che tradusse l’ammirazione di Sigismondo per l’antica Roma nell’impianto architettonico della struttura esterna, nonché, in linea con la cusaniana coincidentia oppositorum, nella disposizione e decorazione delle cappelle interne, che rappresentano un’originale composizione di sacro e profano, di pagano e cristiano, pur nella loro apparente opposizione. Altrettanto può dirsi per la differenza interpretativa della compostezza cristiana, apollinea,  vis-a-vis  il pathos dionisiaco delle forme pagane, il cui movimento è colto nell’istantanea marmorea. “La sovrimpressione di soggetti religiosi, in stile ‘moderato’, con soggetti pagani, in stile ‘movimentato’, produce un incrocio tra interpretatio christiana di figure classiche e interpretatio pagana di figure cristiane”, come ebbe a scrivere Monica Centanni nella sua puntuale dissertazione sul Tempio. (5)

 

  

 Sigismondo e Isotta, un insolito matrimonio d'amore anzichè di convenienza dinastica.

In basso la tomba di lei, a perenne memoria

 

Di più, il monumento è un inno all’amore del Signore di Rimini per la sua giovane sposa, Isotta degli Atti. Monumento che vuole anche rappresentare il paradeisos in terra di Gemisto Pletone, dove “attraverso la guida di demoni e profeti, di astri e divinità resuscitate dall’antico, si procede fino alla visione misterica di dio, che è il dio Cristo, ma anche il dio Sole”, secondo gli Oracoli caldaici citati da Pletone, “un dio padre che non incute terrore, ma dispensa persuasione, ovvero eros” (6). Un dio, viene da aggiungere, non separato nella sua trascendenza, ma epifanicamente presente tra noi attraverso la Natura e le opere che cantano la lode sua e, plotinianamente, l’amore carnale e divino. 

Non riesco a pensare niente di più percettivamente vicino al pensiero di Girard di una simile opera, guardabile, toccabile e direi persino respirabile, solo che vi si addentri con mente preparata ad accogliere questa mirabile convivenza di opposti in un edificio peraltro incompleto, “contraddittorio” e “incoerente”, come qualcuno ebbe a dire, nato su premesse estetico-filosofiche del suo ideatore, l’Alberti, per poi diventare specchio delle eroiche mire del suo signore, il Malatesta. Mire conclusesi con la sua epica impresa nell’ultima crociata in quel di Mistrà, il cui unico “bottino” furono proprio le spoglie del suo ispiratore: Pletone, che tuttora riposa nel primo sepolcro esterno di destra.

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 V’è da aggiungere che, con Pletone, arrivarono in Italia quei testi greci, e in particolare platonici e neoplatonici, nonché molti profughi greci e bizantini in fuga dall’espansionismo turco, che dettero l’avvio alla cultura umanistica e rinascimentale; e, in forma carsica ed esoterica, attraversarono i secoli successivi, dai Rosacroce alla Massoneria, contribuendo all’affermarsi dell’Illuminismo, con le sue speranze e, più recenti, delusioni, che il nichilismo indagato da Girard ben rappresenta, tra luci ed ombre. 

L’aura di libertà e novità che contraddistinse il secolo XV subì la stessa battuta d’arresto che il Medio Evo impose agli sviluppi ellenistici a cavallo dell’era cristiana. Ma anche in questo caso la forza delle idee poté essere ritardata, ma non fermata. Dove tuttavia andasse a parare, per la sua umana corruzione cammin facendo, lo scorgiamo ai nostri giorni, nei quali coabitano, a mo’ di mina e miccia, un et-et scaduto a nichilismo e un aut-aut scandito da opachi e remoti poteri, di cui il nichilismo, appunto, è disperata ripulsa. E l’antica luce che il Cusano emanava attraverso la sua coincidentia oppositorum assume il colore della beffa, in un mondo di disuguaglianze crescenti, anziché convergenti.

 

 


La Borsa di New York. Spento il credo nel paradiso in cielo per gli ultimi, qui si celebra il paradiso in terra per le elite

 Ci siamo liberati dei vecchi lacci religiosi, delle verità rivelate, dei credi artefatti, per ritrovarci in balìa dei padroni del denaro, novella divinità laica, i cui riti si svolgono nelle sue cattedrali, minacciose come quel Dio Padre onnipotente di cui pensavamo di esserci liberati e che invece ricompare nelle mutate vesti delle Borse e dei “mercati”: “unico sfondo e orizzonte entro cui bisogna vivere e che distoglie dal pensare ad alternative, colossale ‘invaso’, come tipo d’aria offerta ai polmoni, senza scelta. […] Insomma, da un futuro di speranza a un futuro di minaccia.” (7)

Si sta per formare un nuovo governo. “Che reazioni avranno i mercati? Riattizzeranno lo spread? Che ne sarà di noi fuori del ricatto dell’euro?” titolano giornali e TV, mentre il drago eurocratico lancia segnali di fuoco alla nuova eresia populista.

Nuovi timori, nuove ansie, nuove insidie han preso il posto delle vecchie, tanto per trattenerci in quel “ludibrio del vivere”che Girard dà come connaturato al genere umano. 

 

(1) G. Girard, Letteralismo religioso delle masse, terrorismo e migrazioni, Mimesis 2017

(2) Silvia Ronchey, L’enigma di Piero, Rizzoli 2006

(3) Luca D’Ascia, Il corano e la tiara, Pendragon 2001

(4) A. Paolucci e O. Delucca, Il Tempio Malatestiano, Skira 2000

(5) AA. VV., Sul ritorno di Pletone, Raffaelli 2003

(6) Ibidem

(7) G. Girard, MONOS: liberare la morte dalla paura, Rubbettino 2015


  

  Marco Giacinto Pellifroni   20 maggio 2018

 

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