La Merkel, Renzi, il Pd, noi e... Stampa
Scritto da BRUNO SPAGNOLETTI   

LA MERKEL, RENZI, IL PD, NOI
E IL MIO BELIN INVERSO!

 E’ lunedì 25 settembre, il giorno dopo le elezioni tedesche; è una giornata uggiosa ma tendente al bello autunnale qui all’Eremo; la stufa branda, io sono malaticcio, Fuffy vuole giocare e sembra sussurrarmi scodinzolando e saltellando “Ma Chi….te lo fare?” ed io ho il Belino inverso o imboso come dicono a Zena.

Rifletto sul voto in Germania (a prescindere dalla quale l’Europa semplicemente non esiste), sulle bassezze dello “scontro” del Gigino “miracolato” più dal Trio Pokemon Beppe - Davide Associati -Rosseau che dalle sue competenze e dalla democrazia della Rete con il Matteo Renzi mai cosi in difficoltà e a corto di idee per risalire la china; sorrido alle esternazioni della Giorgia Meloni, che dal palco di Atreju, si dice pronta a scendere in campo per la leadership del Centro Destra contro Belusconi e Salvini, proprio mentre il Matteo leghista le ruba il palco e conquista la platea della festa dei giovani di destra; e il Cavaliere redivivo, oltreché da noi miracolato come Lazzaro, che guarda l’agitazione delle marionette a teatrino e sorride sornione aspettando il suo turno!

Dunque Anghela ha vinto ancora una volta (33%) ma non ha né sfondato, né convinto e pare più debole nel tessere un sistema di alleanze congruo (si dice giamaicano con Liberali e Verdi) per il futuro della Germania e dell’Europa.

Il buon Martin Schulz, socialista democratico da sempre (kapò per il Berlusconi del 2003) contiene ma non evita il disastro della SPD (un altro meno otto per cento); una debacle che, forse, evidenzia l’esaurimento della spinta propulsiva anche del modello socialdemocratico; contemporaneamente si afferma – con un balzo al 12,6% - l’Afd ed entra cosi nel Bundestag tedesco con una nutrita schiera di Parlamentari (oltre 90); un movimento e un partito politicamente espressione della estrema destra (a che serve aggettivare quando il voto è espressione della volontà popolare?) particolarmente radicata nei territori dell’ex DDR (pensa Te e guarda te i ricorsi della storia! Chissà poi perché!)

Eppure Martin Schulz non è Matteo Renzi: ha un dna cristallino e coerente di sinistra riformista, una serietà e un rigore socialista; non ama narrazioni, annunciti e barzellette, ma viene sonoramente sconfitto elettoralmente, politicamente e, persino, idealmente dal Centro e dalla Destra; non so (anzi lo so ma mi dispiace assai confessarlo) se sia suonato il “de profundis” per la socialdemocrazia, ma siamo lì o a un passo dal vuoto!

In una siffatta critica situazione di nuova Bad Godesberg (il luogo cioè nel quale la Spd decise, fra il 13 e il 15 novembre del 1959, un drastico cambio di strategia abbandonando definitivamente il marxismo e ancorando il progetto all’orizzonte ideale socialista e liberale), mi fanno sorridere i soliti giudizi tranchant dei sinistrorsi minoritari per vocazione nostrani che non hanno mai vinto non dico una Guerra o una competizione elettorale, ma neppure una battaglia o una competizione locale; un po’ come il mitico Bertinotti – che in 30 anni di Cgil – non ha mai firmato un accordo con le Controparti e mai si è assunto le responsabilità della soluzione “mediata” di una dura vertenza, oggi riconvertito sulla via di Comunione e Liberazione.

Dopo le tante frasi cult che sono durate il tempo di mezza estate, oggi la locuzione egemone sembra essere “se scimmiotti la destra, è ovvio che nel voto preferiscano l’originale”; la risposta sarebbe apodittica “a forza di scimmiottare la sinistra di una volta in un mondo che non esiste più, siete rimasti 4 nostalgici amici al bar e neanche vi sapete contare”.

Ma torniamo alla Germania e alla parabola di Frau Merkel che si appresta a iniziare il quarto mandato e, alla fine, avrà governato la locomotiva tedesca più di Hitler e quanto Helmut Kohl.

Tutti i giornali del mondo, ieri e adesso più che mai, ne esaltano le qualità: la donna più potente del mondo, l’europea indispensabile, l’ultimo difensore dell’Europa, e così via. Non c’è benpensante d’Occidente che non esalti le capacità di leadership della Cancelliera; non c’è salotto alto borghese dove non si tessano le sue lodi e non si riconosca la sua indispensabilità per la stabilità della Germania e il rilancio della Casa Comune Europea.

Forse è venuto il momento di uscire dall’agiografia acritica di Anghela ed evidenziarne limiti, errori e omissioni; e di farlo proprio sul punto strategico dell’impronta che ha voluto dare all’Europa e al Mondo. Dove sarebbe la sua grandezza a decodificare bene i processi che l’hanno vista quasi esclusiva protagonista?

Il consuntivo non è cosi lusinghiero! La qualità del profilo di un grande statista (De Gasperi, Kennedy, Brand, Kohl) si vede dalla capacità de vedere oltre il “dito” degli interessi del proprio Paese e di puntare alla luna dell’Europa e del Mondo.

Frau Merkel ha bucato quasi tutti gli appuntamenti emblematici: Austerità, Grecia, Politica Estera Europea, Eurobond e oggi più di ieri è in difficoltà ad assecondarele istanze di Macron per un governo economico e finanziario dell’Europa che punti alla crescita, al lavoro e alle politiche di sviluppo.

Se è vero come sostiene il Direttore dell’ISPI, Paolo Magri, che “l’Europa a guida tedesca alla fine è sempre riuscita a metterci una pezza, ma a costo di una cronicizzazione delle crisi che rischiano continuamente di tornare a essere acute, perché in fondo mai veramente risolte”, è pur vero che – oramai – con il piccolo cabotaggio, la navigazione a vista e le pezze non si va da nessuna parte nel Mondo globalizzato e competitivo.

Il guaio è che non s’intravedono né in Germania, né in Europa e, tantomeno in Italia, Leader capaci di rappresentare un’alternativa credibile di visione, progetto, identità e personalità! E chi sarebbero? Renzi, Di Maio, Salvini, Berlusconi? Suvvia!

Guardavo ieri in diretta le conclusioni del Segretario del PD alla festa nazionale dell’Unità di Imola con un misto tra malcelata sofferenza, noia e incredulità; non riesce più a toccare l’anima dei militanti, si capisce lontano un miglio che è in ambasce d’idee, progetti e proposte e, soprattutto, non è più credibile, qualunque cosa dica o faccia!

Bagni organizzati di folla, selfie, siparietti, battutine, strette di mano e sorrisi hanno fatto il loro tempo e non serviranno, non solo a risalire la china (non ci credo più), ma nemmeno a fermare il declino irreversibile che sarà suggellato prima dal voto siciliano e poi dalle elezioni politiche del 2018. Vorrei tanto sbagliarmi, ma credo sarà proprio cosi.

L’approccio alla moderna questione del “populismo” come evidenzia il voto tedesco e la crescita dei consensi alla Lega di Salvini in Italia, mi sembra debole e di spessore inadeguato, quando si limita ad affermare “O vincono loro, i populisti, quelli che urlano, o vinciamo noi; e per evitare che vincano dobbiamo evitare di rispondere alle provocazioni; ci insulteranno nei comizi e noi dovremo sorridere di più; litigheranno in tv e noi dovremo studiare di più; cercheranno di nascondere i nostri risultati” o, quando, parlando della crisi di identità del PD, delle tensioni interne e delle guerre per bande afferma “Usciamo dalla modalità litigio, anche sui territori ma soprattutto a livello nazionale. E' l'ora di finirla con discussioni interne che lasciano il tempo che trovano, quando fuori da noi c'è il rischio di perdere l'occasione di cambiare il Paese. La modalità litigio e divisione tenetela per dopo le elezioni, ora siamo in modalità campagna elettorale”!

 Bella prospettiva silenziare le divisioni durante la campagna elettorale e riaprire le cataratte subito dopo! No, non è più credibile! Non ci siamo!

Che cosa è successo e cosa sta succedendo se, persino in un renziano convinto come me, che pur ne ha viste di tutti i colori in ben altre e alte stagioni politiche, sale la nausea e la delusione al punto tale da mettere in crisi la mia identità e la mia appartenenza in questo PD?

Com’era falsa la riflessione di Giulio Tremonti – prima della conversione sulla via di Vittorio Sgarbi – che “con la cultura non si mangia”, cosi è falsa, provocatoria e irritante la convinzione che si mangi con i Dati Macro e la Statistica!

Sia chiaro: la ripresa inizia a delinearsi e consolidarsi ben oltre le aspettative (1,5% PIL) grazie, soprattutto, a Draghi e al Quantitave Easing e alla ripresa delle esportazioni; ma le Persone in carne ed ossa da un lato ne colgono il rischio di rinculo e dall’altro (qui è il punto critico) non avvertono gli effetti sulle loro condizioni materiali di vita perché retribuzioni e pensioni non solo sono ferme da anni al palo, ma subiscono progressive contrazioni per l’effetto combinato del blocco e dell’aumento della tassazione locale.

La stessa ripresa del lavoro (che pur esiste, ma è ancora lontana dalla situazione pre crisi) viene vista in chiaroscuro, sia in termini di qualità (precariato e contratti a termine), sia di efficacia dei nuovi (?) Servizi per l’Impiego che non intercettano più di un misero 3% dell’incrocio domanda-offerta del lavoro. Di qui la mortificante ricerca del poco lavoro che c’è, con le solite pratiche italiche o con la prostituzione di dignità e libertà delle giovani generazioni, sacrificando le competenze.

Ecco cosa non va! Ecco cosa non convince e non fa cambiare il passo! Non va la distanza tra realtà in essere percepita e narrazione della nuova fase di ripresa! Aumenta e si radicalizza cosi sfiducia diffusa, astensione e spinte populiste e sovraniste; come sale la paura dell’altro da se e ridiventa strategica la questione immigrazione, nonostante gli sforzi di Minniti.

Come scrive il mio amico – compagno Simone Regazzoni “Una lezione che il PD dovrebbe apprendere in fretta dalle elezioni tedesche: sbandierando PIL, ripresa economica e cose buone fatte non si vincono le elezioni. Devi intercettare dinamiche più profonde: devi capire le paure degli elettori, devi rispettarle, devi contenerle provando a dare risposte. E devi capire che siamo in una fase radicalmente nuova, anche solo rispetto a due anni fa. Non è il tempo dei sorrisi, dell'ottimismo ostentato. È un tempo per quella che i Romani chiamavano "gravitas".

Hai ragione Simone, ma ho netta la sensazione che Il mix dignità, serietà e dovere che dovrebbe supportare la romana gravitas, non è proprio nel Dna di questo Partito o che è troppo tardi per correggere la rotta e provare ad ammortizzare una sconfitta nazionale tragica, bissando il capolavoro di Liguria, Savona, Genova, La Spezia e Cairo Montenotte! Chapeau!

 

  BRUNO SPAGNOLETTI

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