Non abbassare la guardia sulle mafie... Stampa
Scritto da ATTILIO BOLZONI e MARIA BRUNA STEFANIZZI   

NON ABBASSARE LA GUARDIA SULLE MAFIE SEMPRE PIU’ PRESENTI ANCHE AL NORD, IN LIGURIA E IN PROVINCIA DI SAVONA!

 Il Giornale La Repubblica, anche attraverso i suoi ricchi inserti, ha deciso di dedicare spazio al rapporto tra i Giovani dell’oggi e il fenomeno mafioso cosi come si è riconvertito negli ultimi decenni anche in termini qualitativi e territoriali: è un’iniziativa politicamente ed eticamente meritoria che va appoggiata e valorizzata.

In quest’articolo riportiamo la nota del giornalista Attilio Bolzoni “Studiare le Mafie” che motiva e spiega le ragioni dell’impegno editoriale del Gruppo Repubblica – Espresso e uno stralcio (pubblicato su Repubblica) della Tesi di Laurea in Giurisprudenza di mia nipote Maria Bruna Stefanizzi che ha la sventura o l’avventura di avere Tutti e due i nomi degli zii.

Bruno Spagnoletti

STUDIARE LE MAFIE di Attilio Bolzoni


Se un tempo quella parola neanche veniva pronunciata, oggi di mafia se ne parla tanto e a volte pure se ne straparla. Con superficialità, approssimazione, la si racconta attraverso immagini scontate, con spot e slogan che mescolano mezze verità e mezze falsità, una diffusione grossolana di informazioni avvolta in un'insopportabile retorica. Ma c'è chi la mafia la studia per davvero. Con passione e fatica, con metodo, collegando vicende apparentemente lontane e inseguendo indizi storici e contemporanei, scavando in profondità e soprattutto con libertà di pensiero.

Ecco perché abbiamo voluto dedicare una serie del nostro blog alle tesi di laurea sui fenomeni mafiosi, ricerche di una trentina di studenti di tre Università italiane (la Statale di Milano, corso del professore Nando dalla Chiesa; quella di Bologna, corso della professoressa Stefania Pellegrini; quella di Palermo, corso della professoressa Alessandra Dino) che ci hanno offerto estratti dei loro elaborati.

Uno studio a tutto campo, la mafia vista da sotto e da sopra e da dentro. Analisi su economie criminali e capitalismo, sul linguaggio degli imputati nell'aula bunker del maxi processo di Palermo, sulla Terra dei Fuochi, sulla mala bergamasca e i "Basilischi" di Potenza, sul "mondo di mezzo", sui beni confiscati in abbandono, sulla "tratta" delle ragazze nigeriane e sul narcotraffico in Messico.

Un lavoro ha ricordato l'uccisione del giornalista palermitano Mario Francese e la morte di suo figlio Giuseppe, che per anni aveva cercato la verità sul padre. C'è chi ha perfino esplorato il significato di quelle "menti raffinatissime" citate da Giovanni Falcone, subito dopo l'attentato sugli scogli dell'Addaura nel giugno del 1989.

Tesi di laurea firmate da ragazzi italiani del Nord e del Sud, guidati con sapienza dai loro insegnanti che li hanno consigliati e indirizzati. N'è venuta fuori una piccola grande mappa mafiosa.

LA TERRA CHE FA ARRICCHIRE I BOSS di Maria Bruna Stefanizzi

La chiamano agromafia, la chiamavano mafia rurale. Era ed è usura, estorsioni, abigeato, macellazione clandestina, sfruttamento del lavoro, con i caporali di oggi al posto dei campieri di ieri, imposizione di prodotti, che puzzano di illegalità.

La terra arricchiva la mafia ieri e arricchisce la mafia oggi, che fa affari grazie agli ingenti contributi erogati dall’Unione Europea tramite i fondi per la Politica Agricola Comune. Sembra un paradosso, ma le ingenti risorse destinate a sostenere l’agricoltura (circa il 40 per cento del bilancio Ue) hanno attirato illegalità diffusa e arricchito mafiosi.

Le risorse sottratte ai fondi Pac sono ingenti e molti contributi sono irrecuperabili, anche per le limitate azioni di recupero poste in essere dalle amministrazioni.

Intimidazione, contratti di affitto non regolari, stipulati anche con persone decedute, false attestazioni, domande all’insaputa dei legittimi proprietari dei terreni, prestanome, coercizione fisica, corruttela: ecco le ricadute del malaffare!

Così avviene l’erosione di quei contributi e risorse pubbliche, che hanno arricchito non solo semplici truffatori, fenomeno già di per sé allarmante, ma anche personaggi in odor di mafia.

Ciò che fa comodo alla criminalità organizzata pare essere quel “sostegno diretto disaccoppiato”, introdotto con la riforma Fischer, che svincola il contributo dalla produzione, limitandolo al solo possesso della terra.

Sulla base di titoli legati agli ettari viene erogato un contributo variabile. L’agricoltore è libero di produrre o non produrre, ma riceve ugualmente l’aiuto e questo non incentiva a coltivare la terra in modo produttivo e alimenta pratiche illegali.

Ad agevolare l’erosione dei contributi destinati all’agricoltura risultano essere anche le lacune nel sistema dei controlli.

In ambito europeo, c’è un principio di gestione condivisa dei fondi, per cui la responsabilità finanziaria è della Commissione europea che, tuttavia, si avvale di organismi nazionali e regionali riconosciuti per lo Stato membro come competenti per territorio. Essi sono responsabili dei pagamenti degli aiuti ai beneficiari, ma anche dei controlli sulle domande, che spesso sono a campione e andrebbero potenziati, soprattutto in fase di accesso al finanziamento.

 

La domanda di contributo, infatti, può essere presentata a Centri di assistenza agricola, a cui spetta per legge un mero controllo formale, senza che siano tenuti ad entrare nel merito delle domande, non avendo, quindi, alcun obbligo di verificare la veridicità dei contratti di affitto o della documentazione presentata. I controlli sui Caa dovrebbero essere effettuati dalle regioni, che hanno concesso l’abilitazione, dagli organismi pagatori e da Agecontrol.

E’ proprio l’azione di contrasto alle frodi con riguardo alle legittime concessioni di contributi, che si mostra insufficiente.

L’erosione di fondi pubblici è agevolata da un’ulteriore lacuna normativa legata alla certificazione antimafia, richiesta solo per importi superiori ai 150.000 euro.

Al di sotto della soglia basta l’autocertificazione e si evitano i controlli e le verifiche antimafia.

Un’eccezione virtuosa è rappresentata dal Protocollo di legalità siglato tra la Prefettura di Messina, la Regione Sicilia, l’ente Parco dei Nebrodi e i Comuni che vi aderiscono, che rende obbligatoria la certificazione anche per importi sotto tale soglia. Uno strumento per prevenire e rafforzare il contrasto ai tentativi di infiltrazione mafiosa nell’accaparramento di risorse pubbliche, che ha mostrato i suoi frutti e di cui si auspica un’estensione a livello nazionale.

MARIA BRUNA STEFANIZZI

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