La classe operaia è già ascesa al paradiso? Stampa
Scritto da BRUNO SPAGNOLETTI   
LA CLASSE OPERAIA
E’ GIA’ ASCESA AL PARADISO?

 La conclusione più controversa, problematica e malinconica del Rapporto Istat, la ritrovo sicuramente nei passaggi che motivano la vexata questio della cosiddetta estinzione della Classe Operaia e della Classe Media.

E’ uno spartiacque da Sancta Sanctorum, una disputa da far tremare i polsi e un totem lungamente dibattuto, senza che si sia giunti a una conclusione condivisa; ma la querelle non è né nuova, né antesignana.

Già ventidue anni fa, il saggio di economia scritto da Jeremy Rifkin “La fine del lavoro, il declino della forza lavoro globale e l'avvento dell'era post-mercato” anticipava le tendenze e pioneristicamente avvertiva dei cambiamenti delle identità sociali e della progressiva contrazione della Classe Operaia storicamente conosciuta, nonché della crescita di nuovi soggetti sociali; mentre il Lavoro dipendente si trasformava in Lavori con una molteplicità di forme contrattuali, identitarie e giuslavoristiche.

Il sociologo Domenico De Masi – comparando metodologie e statistiche – si spinge a formulare un’interessante ipotesi fondata sulla Teoria del Terzo: gli operai sarebbero un terzo della forza lavoro dell’oggi, gli impiegati sarebbero un altro terzo e i cosiddetti creativi, un ultimo 33 per cento.

Qualche settimana fa ho postato sulla mia pagina di FB, una foto di Renzi che teneva in braccio Berlinguer modificando l’originale (Benigni); una mia cara amica Renata Rodo ha commentato “Questa è una bestemmia”; Sarà! Ma mentre io volevo solo farmi un sorriso e strappare una risata, l’Istat arrivava a convalidare e sancire l’addio alla borghesia, al proletariato e alla lotta di classe, mandando in soffitta Marx, Engels, Lenin….e pure Gramsci, Togliatti, Berlinguer e Sylos Labini (l’ultimo grande studioso delle Classi Sociali).


Mi pare di aver capito che per i Ricercatori dell’Istat, il combinato disposto tra le modifiche strutturali intervenute nelle filiere produttive, i cambiamenti di peso specifico tra i macro settori (agricoltura, industria, servizi e terziario) e le innovazioni tecnologiche intervenute, anche in termini di Labour saving, abbiano determinato una profonda e irreversibile modificazione della composizione organica della Forza Lavoro e sconvolto le radici e le identità sociali storicamente riconoscibili.

Segnalo che nel periodo preso in esame (1992-2017) a dirigere il Governo del Paese e la Politica, si sono succeduti Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Silvio Berlusconi, Lamberto Dini, Romano Prodi, Massimo D’Alema ….ancora Prodi e Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni: insomma ce n’è per l’asino e per chi lo mena, sia nel Centro Sinistra, sia nel Centro Destra!

Tutto ciò premesso, io davvero non credo che la cosiddetta “estinzione della classe operaia e del ceto medio” vada letteralmente assunta come verità apodittica; ma, vada colta e interpretata come tendenza e come mutazione all’approccio sociologico nella lettura della moderna società dell’oggi.

Convengo con alcuni commentatori che dopo la lettura delle classi sociali di Sylos Labini, successiva al grande boom dell'industrializzazione, quella dell'Istat è la più convincente analisi sulle classi sociali degli ultimi anni.

Mette a fuoco un Paese, dove prevalgono i consumatori rispetto ai produttori. Dove i gruppi sociali più dinamici come gli stranieri, i giovani o i blue collars guadagnano fino al 40% in meno della media nazionale.

Un Paese con un terzo delle famiglie mantenute da un reddito pensionistico nei fatti superiore a quello di chi vive lavorando: il 22,7% delle famiglie di pensionati gode di un reddito pari alla media nazionale e un ulteriore 9,3% superiore e addirittura molto superiore a quello medio.

E poi, le classi dirigenti allargate dei professionisti, degli imprenditori, dei manager, che rappresentano uno smilzo 7,2% delle famiglie, sembrano più godere di una condizione di privilegio per discendenza o per sfruttamento di posizioni di rendita, che costituire un gruppo sociale derivante dal dinamismo imprenditoriale o da un investimento sulle competenze (come avviene negli altri paesi avanzati). 

Non penso che non esista più la classe operaia e il ceto medio, anche se da un lato si fa sempre più fatica a rintracciare una diffusa ed egemone identità sociale di classe; e, dall’altro, sempre di più nelle famiglie italiane la "persona di riferimento" è un anziano, magari pensionato.

 

Di sicuro si assiste a una consistente e veloce polarizzazione del lavoro: scompaiono le professioni intermedie, aumenta l'occupazione nei mestieri e nelle mansioni meno qualificate, si riducono operai e artigiani.

E, nella classe media impiegatizia, le donne giocano un ruolo importante; nonostante che nel complesso il tasso di occupazione femminile sia più basso di 18 punti rispetto a quello maschile, in 4 casi su 10, le donne sono i principali percettori di reddito, e dunque con una quota maggiore rispetto agli altri gruppi della popolazione.

Ed è altrettanto veritiero che la perditadel senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia.

L'Istat conferma l'aumento dell'occupazione, anche se sui 22,8 milioni di occupati del 2016 mancano ancora all'appello 333.000 unità nel confronto con il 2008.

E, infatti, dal 2008 al 2013 avevamo perso oltre un milione di occupati, di cui abbiamo recuperato meno di settecentomila negli ultimi anni.

Inoltre, e questo spiega l'impoverimento di una parte consistente della popolazione, si tratta soprattutto di occupazione nelle professioni non qualificate (l'aumento su base annua è del 2,1%). Diminuiscono operai e artigiani (meno 0,5%). Cresce moltissimo il lavoro part-time, e quello in somministrazione aumenta del 6,4% su base annua.

La crescita della nuova occupazione è – soprattutto – concentrata su servizi e terziario; mentre industria e agricoltura regrediscono o restano ferme al palo.

Nel 2016 oltre il 95% della crescita è concentrata, infatti, nei servizi, settore in cui i livelli occupazionali superano di oltre mezzo milione quelli del 2008. Prevalgono trasporti, magazzinaggio, alberghi, ristorazione e i servizi alle imprese: l'industria è ancora in arretrato di 387.000 unità rispetto al 2008.

L’ISTAT spiega che la crescente complessità del mondo del lavoro ha fatto aumentare le diversità non solo tra le professioni, ma anche all’interno degli stessi ruoli professionali; facendo cosi crescere non solo le disuguaglianze tra classi sociali, ma pure le disuguaglianze all’interno delle classi.

Di fatto si è persa l’identità di classe a causa soprattutto della precarizzazione e della frammentazione dei percorsi lavorativi, ma anche del cambiamento di attribuzioni e significati dei diversi ruoli professionali. Interi segmenti di popolazione non rientrano più nelle classificazioni tradizionali: ci sono per esempio giovani con alto titolo di studio occupati in modo precario e ci sono stranieri di prima generazione, cui non è riconosciuto il titolo di studio conseguito all’estero.


Un esempio: i dipendenti a tempo determinato, proprio per le caratteristiche concernenti la loro professione, dovrebbero far parte delle famiglie d’impiegati, ma in realtà si collocano nel gruppo dei giovani blue-collar, a causa della scarsa resa reddituale del loro contratto a termine.

Chiudo con la convinzione che sarebbero ancora molte le considerazioni che si potrebbero trarre dall'analisi Istat sui gruppi sociali, ma certo balza agli occhi un quadro d’impressionante cambiamento dei valori e delle identità della società italiana, che spiega anche gli orientamenti politici.

Se una parte consistente degli italiani è ormai distante dai processi funzionali alla creazione di valore economico, è chiaro che finisce per prevalere una logica difensiva che avversa qualsiasi discontinuità col passato.

La difesa dello statu quo prevale su ogni sfida per il futuro: è quest’ultima la sconfitta più amara e la disfatta di una politica e, spesso, di una retorica di una certa politica politicante fuori dal tempo e dalla storia.

 

      BRUNO SPAGNOLETTI

 

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