Allacciarsi le cinture di sicurezza, turbolenza in arrivo Stampa
Scritto da BRUNO SPAGNOLETTI   
ALLACCIARSI LE CINTURE DI SICUREZZA,
TURBOLENZA IN ARRIVO

 Nel mio precedente scritto di domenica scorsa su queste stesse pagine, ho cercato di motivare le ragioni economiche e sociologiche dell’inarrestabile declino del Belpaese, sino a ipotizzare uno scivolamento nel baratro (Ultima Fermata Prima del Capolinea).

“Signore & Signori, il Comandante informa di turbolenze in vista, allacciatevi le Cinture di sicurezza e state sereni”, è la frase che mi sovviene in mente, mentre mi accingo a mettere in riga alcune riflessioni se mai volessimo evitare il rischio Grecia e rimetterci su un sentiero virtuoso di crescita.

L’Italia di oggi – dopo venticinque anni di cure omeopatiche e di crescita tendente a zero – assomiglia a un aereo di linea con uno dei due motori guasti; l’impossibilità di fermarsi per ripararlo (mancano i quattrini, il progetto e una classe politica congrua), ci costringe a un’operatività ridotta e sempre a rischio caduta libera.

Non fatevi infinocchiare dai novelli utopisti, dai pifferai di turno e neppure dai faciloni detentori di terapie movimentiste, sovraniste e populiste: sino a che il Paese non riuscirà a imboccare stabilmente un trend di crescita di oltre il due per cento annuo, facendoci uscire dall’attuale quadro stagnante attorno allo zero virgola e all’un per cento, non c’è via di scampo per  risalire la china e dare risposte credibili alla doppia medaglia del risanamento dei conti, della ripresa dello sviluppo, della occupazione e dei redditi da lavoro e da pensione.

Il Paese andrebbe rivoltato come un calzino rompendo le incrostazioni burocratiche, le clientele strutturali, le relazioni con la malavita diffusa, la corruzione presente in tutti i gangli della società civile e nelle sinergie con le Istituzioni inefficienti e chiuse a riccio.

Il Paese andrebbe ammodernato nelle reti materiali e immateriali, nelle infrastrutture vitali, nella fiscalità, nella contribuzione, negli incentivi e andrebbe semplificato nell’accesso al Welfare e ai Servizi di Ognuno e di Tutti.

Il Paese andrebbe risanato nelle enormi criticità idrogeologiche, nei rischi sismici, nelle periferie terre di nessuno. Andrebbe! Ma il debito ci strozza e ci troviamo in un Paese dove (causa mancanza soldi) persino la manutenzione di fatto è stata sospesa.


E’ davvero surreale continuare a parlare di nuove iniziative, di grandi centri di ricerca, di moderni progetti urbanistici, di sogni ad occhi aperti o a babbiare di sfida all’Europa e alla Germania competitiva trainata dal duo Angela Merkel & Wolfgang Schäuble.

Facile a dirsi! Ma con quali risorse si regge la sfida? Oggi sarebbe più che mai necessario fare una politica espansiva con taglio di tasse, aiuti finalizzati alle Imprese competitive e ai cittadini in difficoltà; ma la verità è che – aldilà delle promesse – i soldi non ci sono e quando c’erano, anni fa, sono stati spesi male e dati a pioggia fuori da un progetto di cambiamento.

E, cosi sembra che la nota formula magica di Harry Potter “Expecto Patronum”, venga sostituita dalla parola magica “flessibilità”; ovvero altri e nuovi Debiti che vanno ad aggiungersi al fardello degli oltre 2,3 miliardi di debito pubblico; passività che ci costano annualmente 70-80 miliardi per il pagamento degli interessi e che, quindi, vengono sottratti agli investimenti.

Diciamola la verità! Non bisognava mica aver letto Newsweek per sapere che la crescita economica è stata pari a zero negli ultimi venticinque anni (non negli ultimi quattro); che la perdita di competitività dell’Italia si è aggravata nell’ultimo decennio e che la popolazione è sempre più vecchia (la prima in Europa e la seconda nel Mondo dopo il Giappone).

Economia, Competizione, Lavori e Declino Demografico sono i quattro grandi vulnus strutturali del Paese: o si affrontano o si muore! Le tre parole chiave del PD targato Matteo Renzi Bis (Lavoro, Casa, Mamma) pur evidenziando sinergie con le criticità strutturali evidenziate, mi sembrano ancora parziali e incapaci di esaurirne la complessità.


Sta qui una quota del mio dissenso critico con il Ri – Segretario del PD, oltre alla noia di alcune sue narrazioni e della litania – un po’ berlusconiana – sui programmi di cambiamento realizzati negli ultimi anni di Governo che non avremmo saputo “comunicare” e che gli “italiani non avrebbero capito”.

Cosi non si può andare avanti: non esiste Paese al Mondo dove 450.000 persone sono stipendiate dalla mano pubblica grazie ai “quattro livelli del governo, dal municipale al nazionale”; dove i 945 parlamentari italiani guadagnano in media 160.000 euro l’anno e godono di benefici per 12 milioni di euro, oltre a una flotta di 30.000 auto blu il cui mantenimento costa oltre 2 miliardi di euro l’anno. dove il settore pubblico è non meno gonfiato, con salari e stipendi che ammontano al 14 per cento del Pil: un Paese dove i Consiglieri Regionali guadagnano quasi come Trump e i Manager delle Imprese Partecipate dallo stato continuano a prendere stipendi da Nabappi  e liquidazioni offensive del comune senso del pudore.

In cambio di tutto ciò, gli italiani ricevono un’istruzione mediocre, università di terzo livello, un sistema sanitario che è una lotteria, una burocrazia pazza il cui scopo sembra impedire o ritardare ciò che non riesce a prevenire, un sistema produttivo che perde progressivamente colpi competitivi.

La polarizzazione della ricchezza e del benessere, sembra essere una delle ricadute della bestia della crisi. Un numero di famiglie – sempre più esteso – non ce la fa più a reggere il passo della crisi e continua a indebitarsi senza riuscire a onorare le scadenze mensili.

I crediti deteriorati (conosciuti anche come prestiti non performanti, npl o, in inglese, non performing loans) sono crediti delle banche (mutui, finanziamenti, prestiti) che i debitori non riescono più a ripagare regolarmente o del tutto. Nei fatti, molto più prosaicamente, si tratta dei prestiti che le banche hanno concesso ai loro clienti e che questi ultimi hanno smesso di restituire. Sono più che raddoppiati, in questi ultimi sette anni, passando dai 145,7 miliardi del 2010 a 324,3 miliardi di fine 2016.

Nelle mani delle società di recupero crediti, pare vi siano 26 miliardi circa di bollette non pagate, rate di mutuo, crediti al consumo finiti; si parla di 35,6 milioni di pratiche, piccole o grandi che siano, più di una ogni due italiani. Peraltro, mentre il numero di pratiche cala, il monte dei debiti aumenta - + 18% nel giro di un solo anno - e oggi siamo a circa 2mila euro d’importo medio.

Che fare? Il dibattito strategico oscilla – come sempre – tra due Scuole di Pensiero: c’è Chi sostiene che dobbiamo fare altri debiti (ma quanti? 70- 80 miliardi?) e investire (ma in cosa?); altri, apparentemente più assennati, vorrebbero mettere patrimoniali per garantire allo Stato le risorse per fare più investimenti infrastrutturali.

Come sostiene Andrea Goldstein, si rischia di non andare da nessuna parte e di restare nel pantano, se non si metabolizza che l’Italia soffre di un grave deficit di concorrenza, che si traduce in inefficace allocazione delle risorse, insufficiente crescita dell’occupazione, permeabilità alle lobby e alla corruzione.

Per tornare a crescere e ridurre disoccupazione e precarietà, forse, non sarebbe necessario nessun miracolo. Basterebbe allineare il costo dei fattori produttivi alla loro produttività e, quindi, investire con continuità in infrastrutture fisiche e immateriali e garantire la qualità delle Politiche e delle Istituzioni.

Dunque, ritorna la Priorità delle Priorita: la Qualità della Politica e l’Efficienza delle Istituzioni! Ma né una né l’altra sembrano abbiano Diritto di Cittadinanza in questo nostro Paese prigioniero delle sue paure, sull’orlo del “capitombolo sociale” (Censis) e incapace di svoltare!

Dopo lustri e lustri di racconto sulle “mirabilie” della spending review, dei tagli alla spesa pubblica corrente e agli sprechi, sussurrata e mai realizzata, sull’impegno della migliore intellighenzia italiana nella costruzione dei Report (Grilli, Giarda, Bondi, Canzio, Giavazzi, Cottarelli, Gutgeld, De Nicola), tutto finisce nel binario morto! Le ragioni? Da un lato perché alla fine la politica si è sempre messa di traverso (i tagli sono impopolari e non garantiscono consensi) e, dall’altro – soprattutto – perché si pretende di sforbiciare gli sprechi a geometria invariata dei Centri di spesa e delle articolazioni delle Istituzioni in essere (Stato, Regioni, aborto soppressione Province, Comuni, Aziende Pubbliche e Partecipate).

Sarebbe come chiedere a Belzebù di riconvertirsi con un esorcismo di Padre Emanuel Milingo!

Non se ne esce senza un Taglio chirurgico alla Spesa Pubblica da accompagnare con processi di riqualificazione, razionalizzazione ed efficientamento ben diverso dalle misure a maquillage messe in atto nel passato (tagli orizzontali, astuzie contabili etc.).

Per intervenire in maniera significativa sulla spesa corrente improduttiva e eliminare gli sprechi, occorre avere il coraggio di contrarre il perimetro di attività e di presenza contaminata dello Stato sprecone e assistenziale (il resto sono solo canzonette!).

Dopo l’aborto della soppressione delle Province, forse è venuto il momento di cambiare rotta e affrontare il vero nodo delle spese pazze e quindi la Riforma delle Regioni a 47 anni dalla loro istituzione.

Non è più tempo di rinvii e di politiche soporifere; mentre è arrivato il tempo del ripulisti dei Boiardi e dei Mantenuti dalla politica in posti inutili e delle liquidazioni d’oro scandalose e immorali (l’ultima 9 milioni di euro per Mauro Moretti da Finmeccanica – Leonardo).


In secondo luogo bisognerebbe introdurre dosi massicce di concorrenza senza paracadute o piloti automatici ammaestrati in precedenza; la realtà è sotto gli occhi di tutti: questa governance dello Stato e delle sue filiali locali, non solo non è capace di fornire i servizi migliori al prezzo più basso, ma di solito si fa anche derubare.

In terzo luogo la Questione fiscale e la Riforma dell’Irpef! Il controverso caso italiano non è più rinviabile sia per ragioni di giustizia ed equità, sia perché distorcente le regole di mercato: è premiante evasione ed elusione e, attraverso forme di dumping, penalizzante il sistema produttivo corretto.

Senza dare cifre ad minchiam (c’è chi azzarda tra i 250 e i 270 miliardi), è certo che il cancro combinato elusione – evasione supera abbondantemente i 100 miliardi e che il lavoro di recupero su soglie europee, è ancora lungo e faticoso. Ma questa è la sfida per salvare e modernizzare il Paese!

Si potrebbe continuare a iosa, ma mi fermo. Mi premeva solo segnalare che “questa” Italia non può pensare di crescere pagando il taglio delle imposte con nuovi debiti. Le imposte vanno tagliate spendendo meno soldi. Tutto il resto appartiene al Circo Barnum, alla fantasia, al marketing. Con la politica, quella vera, non c’entra nulla.

   BRUNO SPAGNOLETTI

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