Settimanale Anno XVI
Numero 697 del 23 febbraio 2020
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Il grande revisionismo Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   

Il grande revisionismo

I veri barbari che distrussero l’Impero

 Rafforzato dallo scomposto risveglio dei popoli arabi e dal terrorismo islamico viene continuamente riproposto lo stereotipo dell’occidente di matrice giudaico-cristiana.  Uno stereotipo privo del minimo riscontro storico e concettuale se si guarda ai tratti distintivi della civiltà occidentale: l’individualismo, la libertà di espressione, la tolleranza, la parità di genere, la tradizione filosofica e il pensiero scientifico. Tutte cose che non hanno il benché minimo riscontro scritturale, vuoi che ci si riferisca al vecchio o al nuovo Testamento. Ma anche la diade giudaico-cristiana è in sé assurda: il cristianesimo nasce sì da una costola dell’ebraismo ma non come sua gemmazione bensì come rifiuto della sua essenza, come ribellione: una setta anarcoide e pauperistica che si opponeva alla legge mosaica, ossessionata dal peccato e dalla prospettiva escatologica, che riponeva la salvezza nel proselitismo e nella guerra ai demoni che infestavano la terra. Niente a che vedere con la storia di un popolo che si percepiva diverso dai suoi vicini e dal resto dell’umanità, messo al riparo dal patto con Dio, teso all’autoconservazione e alla difesa della propria unicità, che seppe resistere alla dispersione forzata custodendo quella unicità e chiudendosi al proprio interno, altro che proselitismo.  L’ebraismo non è una categoria dello spirito ma il sentimento di appartenenza del popolo ebraico; e se singoli ebrei, non l’ebraismo o il sionismo, sono così profondamente penetrati nella cultura europea, da Spinoza ad Einstein, si deve alla circostanza che gli ebrei sono antropologicamente più intelligenti della media delle altre popolazioni e la probabilità che fra di loro ci siano personalità eccezionali è maggiore rispetto ad esse: non c’entrano l’ebraismo, la torah o il candelabro, sono i geni. 

 


Il cristianesimo, al contrario, è una fede che affratella uomini e popoli diversi a prescindere dalla cultura o, meglio, nonostante la cultura. In sé è anticultura per il suo essere sbilanciato nell’oltre la vita, nel suo disprezzo dei valori terreni, nell’aver promosso a valori la rinuncia, il pentimento, l’autoflagellazione, la vergogna per le proprie pulsioni. Si è diffuso facendo leva sulla paura, agitando lo spettro di Satana e della morte incombente, quella del corpo e quella dell’anima; ha spento l‘amore per la vita, ha frenato l’ambizione, ha mortificato il successo, ha trasformato il piacere in peccato.

Bande di uomini barbuti vestiti di nero armati di pietre e di bastoni invocando Dio e maledicendo gli infedeli idolatri irrompono nel tempio appena illuminato dai lumini votivi, buttano giù dall’altare la grande statua della divinità, la decapitano, ne spezzano braccia e gambe, si accaniscono sulla faccia facendola a pezzi. Accade in Siria ma la stessa cosa negli stessi giorni capitava in Egitto, in Libia, in Tunisia, in Spagna, in Francia, in Germania e soprattutto in Italia. E intanto nelle piazze ardevano falò con i libri prelevati nelle biblioteche e nelle case private, le scuole chiudevano i battenti, gli insegnanti si nascondevano, i contadini pagavano con la vita e l’incendio delle loro case la loro fede. 

 


L’immagine che apre il libro di Catherine Nixey, Nel nome della croce, non è lo scenario apocalittico di ciò che potrebbe accadere in Europa sulla scia di ciò che già da tempo avviene in Africa e in Asia. È ciò che è successo nell’undicesimo secolo ab urbe condita e quegli uomini che sghignazzando distruggevano  a colpi di pietra un’intera civiltà non erano talebani, non erano soldati del califfato, non erano combattenti della jihad: erano i cristiani che dopo aver lungamente covato odio e rancore contro la nuova Babilonia, usciti dalle segrete e infiltratisi nei gangli del potere pianificavano la distruzione dell’arte, della cultura, del modo di vivere che si era affermato nel mediterraneo romano.

Per molti di loro era solo la liberazione di pulsioni distruttive e l’occasione di rapina, di stupri, di carneficine, per altri l’affrancamento dal servaggio, dalla miseria o dalla marginalità, per altri ancora, forse la maggioranza, un cieco  e contagioso fanatismo, terrore della punizione divina, attesa di una fine imminente, rivolta contro la carne, contro la vita, ossessione del fuoco eterno. 

La Nixey ha avuto il merito di dichiarare apertamente quello che ognuno purché ne abbia voglia può agevolmente scoprire da sé e che è implicito da secoli nelle pagine dei nostri Autori: le radici della cultura europea furono recise dall’avvento del cristianesimo e di esse restarono solo frammenti e testimonianze che hanno alimentato per secoli la nostalgia di una patria perduta. Il grido di morte di Giuliano segnò la fine di un mondo: vicisti Galilaee!


Quando oggi nelle nostre spiagge uomini e donne fanno il bagno seminudi in una promiscuità che turba la coscienza dei musulmani ortodossi non dobbiamo dimenticare il ribrezzo che i cristiani avvertivano di fronte allo spettacolo delle donne e degli uomini che si immergevano insieme nelle acque delle terme e insieme conversavano senza pudore o giocavano a palla. 

Veicolati dalle migrazioni ebraiche, infiltratisi in sordina nel corpo dell’impero, guardati con sospetto e diffidenza da una società aperta e da un sistema politico e religioso tollerante, tardivamente avvertiti come una minaccia ma senza che se ne cogliesse la reale portata perché multiculturalismo  e  sincretismo religioso ne oscuravano la visibilità e la pericolosità sociale, quando si sentirono abbastanza forti i cristiani uscirono allo scoperto come aggressivi testimoni di Geova e iniziarono la loro lenta conquista delle coscienze con un proselitismo basato sulla paura. Quando il sistema si accorse di essere infettato si illuse di potersi salvare identificandosi col virus che lo stava distruggendo.  In realtà si era condannato

Quello che sfugge alla Nixey, la cui ricostruzione della romanità è peraltro dilettantesca, è che la fenice dell’intelligenza risorge dalle sue ceneri: il cristiano ha potuto distruggere la cultura europea ma la natura è impossibile modificarla e col tempo si riappropria di se stessa. Ed è la natura dei popoli europei che aveva prima dato vita alla filosofia, alla scienza, all’arte, alla letteratura greca e romana e ha mantenuto dopo il germe che le aveva fatte nascere; quello stesso che improvvisamente sboccia nella poesia trobadorica, nella curiosità di Anselmo, nella bottega di Cimabue e squarcia il buio e la tristezza ai quali il cristianesimo aveva condannato l’Europa. La rinascita, lenta, faticosa, parziale, avviene non grazie ma contro la Chiesa e passa attraverso le maglie di una censura occhiuta e malvagia.


La civiltà occidentale si caratterizza per la centralità della conoscenza, il primato delle scienze e della tecnologia, la libertà del costume e l’accentuato individualismo. Sarei tentato di aggiungervi l’importanza dei beni materiali e l’organizzazione sociale basata sul denaro e sulla competizione.  Siamo agli antipodi rispetto ai motivi ispiratori del cristianesimo. Quando, uso le parole di Kant, si ritrovò “il coraggio di usare la propria intelligenza senza la guida di un altro”, ci fu una formidabile rivolta contro  il moralismo che culminò nella parossistica esibizione della sessualità nell’opera  del “divino marchese”.  La rinnovata civiltà occidentale si afferma contro la Chiesa, contro il cristianesimo, contro l’invadenza  della religione. E se la Chiesa ha potuto sopravvivere ha dovuto adattarsi e adottare  la scienza, rivalutare Galilei, fare pace col sesso fino a svuotarsi del tutto del suo ethos originario. Ma non ha rinunciato alle sue ambizioni di potere.

Le invasioni barbariche non furono la causa del tracollo della civiltà greco-romana ma la conseguenza dell’affermazione del fanatismo cristiano che aveva eroso la struttura amministrativa, militare, scolastica, valoriale dell’impero. Confinato all’interno di sparuti gruppi di nostalgici il patriottismo, il senso della romanità e il legame con la tradizione, si ruppe il filo che si dipanava dai primi stanziamenti delle popolazioni indoeuropee e si spense il faro della filosofia e della scienza. La chiusura della scuola di Atene è un evento puntuale e drammatico ma in realtà si trattò di un processo lungo e sotterraneo costellato da episodi di scoperta furia iconoclastica, come quello della distruzione del tempio di Palmira. 


L’imbarbarimento dell’Europa altro non è che la sua cristianizzazione. Templi rasi al suolo o trasformati in chiese (stavo per scrivere in moschee, per interferenza di quel che subì Costantinopoli diventata Istanbul), edifici pubblici abbandonati all’opera demolitrice del tempo, scomparsa l’industria culturale, distrutte le librerie, le copisterie, le biblioteche, le pinacoteche, le scuole pubbliche e private, quel che resta del patrimonio letterario, forse un centesimo, è ormai innocuo perché la società, senza distinzione di razza o di ceto è piombata al livello preletterario  senza nemmeno il supporto di una tradizione orale, alimentata solo dalle vite dei santi, dalle preghiere, dalle prediche dei monaci. 

I monaci benedettini avrebbero recuperato quel residuo patrimonio, quando ormai era reso innocuo dall’analfabetismo di massa e comunque rimaneva chiuso negli scaffali inaccessibili dei monasteri. La Chiesa, insomma, prima avrebbe distrutto ma poi salvato mantenendo in vitro i semi della futura rinascita. Ma senza niente togliere all’importanza che ha avuto il ritrovamento dei codici, sostenere che la loro riproduzione fosse motivata dalla volontà di restaurare il legame col mondo classico è una suprema sciocchezza. Nel chiuso dei monasteri si intendeva semmai o confrontarsi col Nemico o ritrovare negli antichi sapienti una anticipazione della Rivelazione e, soprattutto, si conduceva un’operazione a proprio uso e consumo, all’interno di un hortus conclusus senza alcuna intenzione di divulgazione, a differenza dell’hortus pubblico di cui venivano venduti i prodotti. Il problema, del resto, non si poneva neppure perché quelle pergamene sarebbero rimaste comunque mute per chiunque, che fossero servi della gleba, coloni, contadini liberi, borghesi o cavalieri o lo stesso principe.


Proverbiale la corruzione del basso impero, quella corruzione che ne avrebbe provocato il disfacimento. Questa è la vulgata, è ciò che insegniamo nelle scuole per trasmettere l’idea di un apparato dello Stato infracidito, funzionari disonesti, brutalità, fiscalismo. Ma non è a cose di questo genere che si riferivano i cristiani. I cristiani non criminalizzavano lo Stato, col quale erano pronti a venire a patti, ma la società; e la corruzione alla quale si riferivano, la nuova Babilonia, era quella del costume: la parità di genere, la libertà sessuale, il divorzio, gli spettacoli pubblici, il teatro, il gusto della vita. Questo era per loro la corruzione, il regno del demonio, il verminaio da purificare. E con la corruzione essi volevano estirpare la superbia, il segno dell’angelo ribelle, annidato nei libri, nella curiosità, nel desiderio di sapere; e volevano distruggere l’arte, la bellezza mondana, strumento di seduzione di Satana, lo stesso che si manifestava nelle forme femminili, tentatrici e peccaminose. Sarebbe questa la corruzione che ha fatto implodere l’Impero e la sua civiltà, disperdendo il patrimonio scientifico che da Anassagora a Democrito, da Archimede a Euclide,  da Galeno ai tanti di cui non rimangono neppure i nomi si era costituito nei secoli. I cristiani odiavano la scienza non meno della libertà sessuale.

Il danno che è stato fatto è irreparabile: dovevano passare mille anni prima che qualcuno si azzardasse a sostenere che la terra è una sfera che ruota intorno al sole o un punto nell’universo infinito. E quando lo fece si scontrò contro un potere ottuso e brutale creato per tenere Satana alla larga dal mondo. Quel potere non riuscirà a impedire che altri continuassero a percorrere il cammino sul solco ormai tracciato ma lo disseminerà di ostacoli. E quando dovrà arrendersi di fronte alla scienza si accanirà contro la letteratura e continuerà ad avvelenare le coscienze. 


Oggi  viviamo immersi nella conoscenza, siamo consapevoli dei nostri diritti, teniamo per noi le nostre paure; ma ci rimane il rimpianto e la rabbia per un’eredità che ci è stata rubata, per una fonte che è stata disseccata, tanto più che  il cancro dell’oscurantismo non è stato ancora estirpato del tutto. La pretesa di assoggettare la società e la politica ad una Chiesa che usa la fede religiosa e alimenta il fanatismo può imporsi di nuovo, anche con le false sembianze dell’ideologia. Si è ancora lontani dall’unanime e irreversibile consapevolezza che   la religione è un fatto privato, la visione del mondo è un fatto privato, i valori morali sono tratti della personalità individuale. Ovvietà nella società greco-romana ma  inconcepibili nell’ethos cristiano e nei secoli bui del totalitarismo cristiano. Il riaccendersi dei lumi della ragione non lo ha debellato: il medioevo è ancora fra noi e non lo è solo per il rischio di essere ripiombati nell’oscurità dall’invasione musulmana e dall’avvento di un islamismo che rinnova le nefandezze del cristianesimo delle origini; lo è per il permanere, almeno in Italia, della pretesa della religione (della Chiesa) si sovrapporsi alla politica, come accade nell’Iran sciita. E lo è nel sentiment di quanti, e mi riferisco alle cosiddette sardine, scendono in piazza non per rivendicare dei diritti o cacciare il tiranno ma per una volontà irrazionale di coralità senza scopo, direi per una  fede nichilista, come in un autodafe contro il male, contro non le malefatte ma contro l’idea vuota del male.


E uno spaventoso autodafe che evoca la folla delirante dietro un bambino invasato alle soglie dell’anno fatale è quello del millenarismo ambientalista guidato da una povera ragazzina a cui hanno fatto perdere del tutto il senso della realtà. Mi ha fatto rabbrividire la speaker televisiva che senza scomporsi si rammaricava di un mancato incontro fra Trump e Greta Thunberg per l’indisponibilità del presidente Usa.  C‘è solo da ridere? Me lo auguro ma ricordo a me stesso che niente, meno che mai la civiltà, è garantito per sempre. 

A scanso di equivoci

Non ho alcuna intenzione di celebrare l’ateismo o di farne professione.  Personaggi come Odifreddi mi suscitano una profonda irritazione e negare l’intelligenza nel cosmo significa anche negare l’intelligenza propria e dell’umanità. Il male risiede nella superstizione, nelle religioni, non nel mistero da cui originano e che pretendono di risolvere.

   Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione   

 

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