Settimanale Anno XVII
Numero 730 del 22 novembre 2020
Tel. 346 8046218

Lettura di un'immagine: La sala delle agitate... Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
LETTURA DI UN’IMMAGINE 66
La sala delle agitate al San Bonifazio in Firenze
Olio su tela (1865) di Telemaco Signorini
Galleria d’arte moderna di Ca’ Pesaro – Venezia

 Per leggere nel modo corretto questo secondo dipinto  di denuncia sociale (il primo lo abbiamo incontrato domenica scorsa e suppongo che il Bagno Penale di Portoferraio sia rimasto impresso nella memoria dei lettori di questa rivista online per il suo crudo realismo e per l’essenzialità dello stile pittorico) del grande maestro macchiaiolo fiorentino Telemaco Signorini (Firenze, 1835 – Firenze, 1901) dobbiamo considerare in quali condizioni erano ridotte la malate mentali ancora nell’Ottocento e in parte, persino nel Novecento prima della riforma Basaglia: i nosocomi psichiatrici più che istituti di cura erano luoghi assai simili a penitenziari dove tenere segregate dalla “società civile” le sventurate (e gli sventurati) considerate incurabili e quindi abbandonate a se stesse. Anche in questo quadro Signorini intende seguire la poetica del naturalismo per la quale l’io dell’artista è al servizio dell’oggetto e non del soggetto interpretante, così come l’obiettivo della macchina fotografica registra i fenomeni della realtà visibile. Naturalmente, l’artista più è grande più va al di là del visibile, ma sempre partendo dai dati della realtà, la quale non è mai come vorremmo che fosse. Non per niente anche La sala delle agitate fece scandalo per la crudezza realistica della raffigurazione di quella povere donne invasate e senza pace. Anche in questo dipinto l’artista pone la massima attenzione ai caratteri individuali dei personaggi, in questo caso delle “agitate”: vediamo a sinistra delle malate sedute dietro dei tavoli; una di queste inveisce non si capisce contro chi; alcune hanno la testa reclinata; in mazzo allo stanzone una sta vagando persa dietro a chissà quale visione; un’altra è addirittura rannicchiata sotto un tavolo. Seduta in fondo al tavolo vicino alla porta sbarrata un’altra malata è avvolta in un lenzuolo dentro il quale nasconde il suo volto; un’altra è accoccolata nel vano della porta sbarrata. Altre vagano senza meta per la sala disadorna. Riguardo alla forma, il punto di fuga prospettico è fuori dal quadro, alla sua destra, dal lato della parete che non si vede a da dove viene la luce che illumina la sala, come si deduce anche dalle ombre che si allungano sul pavimento. Notevole è il contrasto tra il chiaro abbagliante delle pareti e i toni scuri delle vesti delle agitate, contrasto che allude al disagio mentale delle malate rinchiuse in quell’angusto spazio. La bellezza di questo quadro consiste, paradossalmente, nel senso di angoscia che deriva dall’aver gettato uno sguardo nell’abisso della follia.

 FULVIO SGUERSO

 

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