Settimanale Anno XVI
Numero 715 del 28 giugno 2020
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Una lezione di democrazia Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
 Una lezione di democrazia

 Sabato scorso a piazza San Giovanni c’ero anch’io. Una sfacchinata, partenza all’alba, rientro a notte inoltrata, tutti i ritmi fisiologici scombussolati, poco feeling coi compagni di viaggio, organizzazione approssimativa (Berlusconi ha cercato di metterci sopra il cappello ma i soldi non ce li ha messi) ma sono contento di esserci stato. Mi ha spinto la curiosità, il desiderio di partecipare, il disgusto per quello che sta accadendo nel mio Paese.

Provo simpatia per Salvini ma non sono mai stato vicino alla Lega, ho creduto nell’esperimento gialloverde anche se la miseria degli eletti in parlamento faceva presagire poco di buono, ho riconosciuto a Grillo un’intuizione geniale - ma un colpo di genio non fa un uomo geniale -, dicono di me che sono un bastian contrario ma sono felice quando qualcosa o qualcuno mi convince. Insomma non ci sono andato per militanza politica o per spirito gregario ma nemmeno come spettatore neutrale. Troppe parole dal palco che avrei voluto più sobrio: mi ha tediato la retorica autocelebrativa dei “governatori”, brava e convinta la Meloni ma la piazza non era sua, noioso e ripetitivo Berlusconi, che ha abusato della pazienza del popolo leghista, frettoloso ma efficace il  Capitano, che si è trovato a dover concludere in tempi diventati molto stretti.  Non tanto stretti da impedirgli di cadere nella trappola siriana quando si è accodato alla stupida, interessata e pericolosa fake news di una Turchia sterminatrice del popolo curdo. Ma, si sa, i leader politici hanno poco tempo per informarsi seriamente, si affidano al loro staff e c’è solo da sperare che almeno quelli dello staff si informino, leggano e capiscano quello che leggono. Del resto Donald Trump rivendica la millenaria amicizia fra l’Italia e gli Stati Uniti…


Ma della giornata del 19 ottobre non interessano tanto le parole dei politici quanto la portata della partecipazione popolare. Una sorpresa per gli organizzatori e una brutta botta per i cronisti dei giornaloni di regime e del Fatto Quotidiano e per i corrispondenti di televisioni pubbliche e private. I primi, inizialmente ammutoliti, una volta ripresisi si sono affannati a discettare sui numeri, i secondi, con tutti gli elicotteri che svolazzavano in aria, non hanno mandato in onda nemmeno un’immagine dall’alto che avrebbe mostrato urbi et orbi che duecentomila eravamo per davvero, stipati nella piazza e nelle vie adiacenti.

In quella marea umana convenuta per una protesta dura contro  un governo checché se ne dica illegittimo - il governo gialloverde non è stato sfiduciato in parlamento e Mattarella non ha esperito alcun tentativo per verificare in aula e con un voto la tenuta della maggioranza -,  contro le sue scelte di politica economica e sull’immigrazione e per l’immediato ritorno alle urne, non c’è stato il minimo accenno di violenza, di aggressività, di odio. Eppure non era la piazza berlusconiana dei moderati, era la piazza di quella che per l’Europa è la droite extrême, l’ultraderecha, infettata per di più dai ragazzi di Casa Pound - quelli che hanno spaventato la Carfagna e rimangono indigesti allo stomaco delicato dei forzisti -, forse estrema perché allergica agli intrallazzi, ai giochi di potere e alle manovre di palazzo. Una piazza di gente che aveva buoni motivi per essere arrabbiata ma, come riconoscono gli editorialisti più onesti, composta, ilare, omogenea nella sua eterogeneità anagrafica, di ceto sociale, di genere e anche di razza, con quella piccola cinese che mi stava accanto impugnando il vessillo della Lega e i tanti suoi connazionali mescolati a gruppi di indiani e cingalesi  attenti  e perfettamente a loro agio. E, fra le migliaia di tricolori sventolati o indossati, spiccavano oltre alle bandiere della Serenissima quella di Israele  e perfino l’aquila bicipite di Giorgio Castriota. Non c’è male per una piazza xenofoba e razzista. 

Una lezione di democrazia e uno schiaffo in faccia a quanti si sforzano di vendere l’immagine di un Salvini fomentatore di odio, di paura e di intolleranza. Nei pullman che hanno portato a Roma il  popolo della Lega non c’erano bastoni né bottiglie incendiarie, non c’erano maschere antigas, non c’erano cappucci né passamontagna. Mi astengo dal fare raffronti con altre piazze, comprese quelle sponsorizzate dai Cinquestelle.

Hong Kong, la Francia dei gilet gialli, le ramblas di Barcellona, ora il Perù, ieri la Grecia: violenti, spacca vetrine, bottiglie molotov, guerriglia  urbana spesso senza obbiettivi o con obbiettivi fumosi, il puro gusto della violenza che umilia la nostra civiltà, ci pone al livello dei sud del mondo, ci riporta all’infanzia della ragione; e ovunque i soliti studenti, adolescenti e giovani adulti rabbiosi, eccitati, in preda ad una irrefrenabile pulsione distruttiva; non è questo il popolo che rivendica i suoi diritti: è piuttosto la liberazione della bestia che è in noi, è il cervello rettile che prende il posto dei centri superiori di elaborazione e di controllo, è la negazione della politica e della democrazia.  E il Nume tutelare della Patria ci guardi da chi si augura che la sacrosanta protesta contro questo governo illegittimo diventi più incisiva, id est violenta, nel solco della peggiore tradizione rossa. Bene la pressione di una piazza ordinata e composta, bene una mobilitazione permanente attraverso raccolte di firme, martellamento sui social, continua presenza sul territorio, senza dimenticare che la parola risolutiva spetta alle urne. Senza dimenticare che democrazia significa sì tutela e spazio alle minoranze ma è soprattutto potere della maggioranza. Che se poi manifestare non dovesse essere possibile, i social venissero oscurati, la comunicazione o l’aggregazione dovessero essere ostacolate o impedite, allora la ribellione diventerebbe non solo legittima ma doverosa e non sarebbe un’esplosione di follia collettiva ma una ordinata razionale pianificata lotta di liberazione, altro che lo sfogo di teppistelli figli di papà che si divertono a spaccare tutto, compreso le teste dei poliziotti.


La risposta a chi agita il fantasma del fascismo viene da una piazza che insieme al popolo della Lega, ai sostenitori della Meloni e di quel che resta di Forza Italia ha visto la presenza di quelli che del rinato fascismo sarebbero l’espressione più diretta. Quelli espulsi dalle fiere del libro, ghettizzati come lebbrosi,  bollati come incompatibili con la democrazia, sistematicamente esclusi dai dibattiti televisivi, scotomizzati dai telegiornali salvo quando qualcuno viene sorpreso col braccio teso, hanno in quella piazza dato una lezione di compostezza e di protesta civile, rinunciando anche ai loro legittimi slogan, alle loro legittime parole d’ordine, alle loro legittime bandiere.

Mi sarebbe piaciuto che in quella piazza non ci fossero solo compagni pentiti ma anche comunisti convinti come Rizzo, ammesso che sia in buona fede. Perché mi piace pensare che quando Salvini finge di non capire gli appelli di Berlusconi o della stessa Meloni, nostalgici di un centrodestra che non ha più senso, e sembra concepire l’alleanza come parte di un disegno strategico di apertura a tutte le forze accomunate dall’obbiettivo della libertà, della Patria, della giustizia sociale, non intende solo legittimare la destra emarginata - non solo dal sistema ma dalla stessa destra istituzionalizzata -, non intende solo attrarre gli elettori che continuano a credere nel Pd o nei Cinquestelle ma voglia aprire le porte a quelle formazioni politiche della sinistra che continuano a ispirarsi all’utopia comunista e socialista. Perché mai come in questo momento storico si è resa drammaticamente evidente la dicotomia fra una parte del Paese legata ai gruppi finanziari, al sottobosco e al putridume che alligna fra le pieghe delle istituzioni e nel malaffare dell’accoglienza, strenuamente tesa alla difesa del status quo, e la grande massa dei ceti produttivi, dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani costretti ad emigrare, degli emarginati.


Da un lato i partiti delle élite, cioè dei parassiti, con il testa il Pd e il codazzo dei partitini satelliti, quello nuovo di Renzi  che si aggiunge a Leu e a +Europa, e sotto sotto Forza Italia, che poi sono un unico metapartito, quello dei kalòi kai agathòi , belli e buoni, colti e dalle buone materie, affiliati alla jet society e in combutta con le star holliwoodiane, pronti a commuoversi per il disperato che fugge dalla guerra ma infastiditi dall’operaio, dall’impiegato, dal piccolo imprenditore, dal manzoniano “vile meccanico” estraneo alle frequentazioni che contano, al mondo dorato - e corrotto - che si snoda dai salotti romani e milanesi e sta di casa a Parigi e New York; dall’altro un grande movimento d’opinione che si è finora diviso fra l’astensione, l’ostilità al sistema, il voto al centro destra con qualche mal di pancia, la nostalgia di un Pci quale non è mai esistito e che ha iniziato a trovare nella Lega il proprio luogo naturale e in Salvini il suo leader. Qualcuno dice che il bipolarismo è definitivamente tramontato; è vero il contrario: proprio ora comincia a prendere forma una contrapposizione politica,  sociale, culturale dal cui esito dipenderà il destino del Paese.  Non è il sano bipartitismo di stampo anglosassone che mi sarei augurato ma la Storia ha una intrinseca necessità indifferente ai nostri progetti e alle nostre aspettative.

 Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione

 

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