di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 685 del 17 novembre  2019
Tel. 346 8046218
Le radici profonde di un’Europa nemica dell’Italia Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   

 Le radici profonde di un’Europa nemica dell’Italia

Quando la memoria storica aiuta a capire il presente

 Nel silenzio, come piace dire ai compagni, “assordante” del Capo dello Stato quattro membri del Parlamento e un ex ministro della Repubblica, salendo a bordo del taxi del mare intenzionato a sbarcare a tutti i costi i soliti africani in fuga dal lavoro che ormai avevano pagato il biglietto, si sono resi responsabili di un gesto  la cui gravità è funzione inversa della credibilità delle istituzioni del nostro Paese, anzi della consistenza stessa dello Stato. E poco importa se la gip ha sconfessato, oltre che il pubblico ministero, l’evidenza dei fatti. Se la sovranità del Burundi viene violata, con i suoi confini tracciati a tavolino dai vecchi conquistatori bianchi, nessuno ci fa caso ma se al confine della Slovenia qualcuno non si ferma all’alt le sentinelle lo freddano con una scarica di mitra. Vuol dire che l’Italia è più vicina al Burundi che alla Slovenia.

Del resto per un tedesco, quantomeno per un tedesco come il ministro Maas, l’Italia ha una compagine statale solida come quella del Burundi. Le sue forze di polizia sono indigeni in divisa che giocano a fare i militari così come il ministro dell’interno è un povero sbruffoncello del quale Fräulein Rackete impegnata in faccende più serie non ha tempo di occuparsi, L’Italia, cribbio, è solo un’espressione geografica!


E guai se quell’espressione geografica pretende di diventare una realtà politica autentica. Sullo sfondo si agita perennemente lo spauracchio del fascismo, lo spettro del fascismo, la minaccia del fascismo. Non del nazismo, si badi bene, o del franchismo, tantomeno del comunismo ma proprio del fascismo, che è un fenomeno italiano, e con cui l’Italia viene identificata come viene identificata con gli spaghetti o la pizza. Lo spauracchio del fascismo, insomma, è lo spauracchio dell’Italia, il fastidio verso l’Italia, l’insofferenza per l’Italia.  Ai compagni, europeisti che sono la reincarnazione degli austriacanti dell’altro ieri e degli stalinisti di ieri, fa comodo pensare che questa è paranoia, delirio di persecuzione o, in alternativa, conseguenza della marginalità alla quale il governo gialloverde ha condannato il Paese.  Ma i compagni, si sa, fanno i pesci in barile anche quando sono messi davanti all’evidenza. Un’evidenza ulteriormente rischiarata da un po’ di Storia.


L’Europa che conosciamo è l’erede diretta della Restaurazione. Concettualmente, politicamente, eticamente metternichiana, è fondata sull’idea dell’equilibrio, instabile quanto si vuole, fra grandi potenze fissate una volta per tutte e ha il suo baricentro nel suo centro geografico.  Le grandi potenze, Francia, Regno unito, Germania, Austria e Russia non hanno alcuna intenzione di aggiungere un altro commensale al tavolo del potere con cui spartire l’egemonia europea e mondiale, col rischio di rendere ancora più complicato un sistema percorso da continui conflitti. Il nuovo arrivato, l’Italia, è un fattore di disturbo che minaccia gli interessi francesi, inglesi, austriaci e il delicato equilibrio sul quale si regge l’impero ottomano, va tenuto a bada e mantenuto in condizioni di marginalità, deve essere l’italietta, un Piemonte un po’ ingrandito che fa da sgabello ora all’uno ora all’altro dei veri Stati europei. Questo il ruolo che francesi e inglesi, convinti di essere stati l’ostetrica dell’Italia unita, le avevano assegnato. Un ruolo che stava stretto alla generazione postrisorgimentale, infiammata dal suo Vate e dal suo giovane epigono.

 Dopo aver subito lo smacco del colpo di mano francese sulla Tunisia, reso possibile dall’atteggiamento degli inglesi che volevano impedire all’Italia il controllo del canale di Sicilia, porta del mediterraneo orientale, naturale zona di influenza italiana su cui Albione aveva messo la propria bandierina, per non rimanere imprigionata in quel ruolo l’Italia mette le mani sulle province occidentali del sultano. Apriti cielo!


Se per Pascoli la Grande Proletaria si era finalmente mossa, per gli antesignani degli odierni europeisti, filo inglesi e filo francesi, filo tutto purché contro la Patria, l’italietta si era montata la testa e, a cose fatte, infastiditi per il successo militare, si accodavano ai transalpini nell’accusare gli italiani di atrocità, sorvolando sullo scempio patito dai nostri prigionieri, e schernivano la conquista italiana di uno ”scatolone di sabbia”.  In perfetta sintonia, ovviamente, con l’Europa che aveva prima cercato di impedire l’operazione italiana e si era adoperata dopo per limitarne la portata e le conseguenze. Poi l’effetto domino della caduta della Sublime Porta e un conflitto che sfugge al controllo di chi l’aveva provocato armando la mano di Gavrilo Princip, un conflitto in cui tutti vogliono trascinare l’Italia con un ruolo subalterno, ma fanno male i loro calcoli.

Doveva essere un regolamento di conti fra la Francia reduce dalla débâcle e la Germania imperiale, con l’Italia modesto comprimario qualunque posizione avesse assunta. E invece l’intervento in guerra dell’Italia determinò l’annientamento dell’impero austroungarico costringendo i franco inglesi, con la complicità americana, a correre ai ripari per evitare che il baricentro dell’Europa si spostasse a sud se l’Italia avesse raccolto l’eredità asburgica.

Ma la “vittoria mutilata” si rivelò un boomerang per i franco inglesi, perché il loro gioco sporco finì per alimentare le pulsioni nazionaliste e favorire l’ascesa dell’uomo forte capace di rovesciare il tavolo. 

Ed è così che l’Italia che si fa sentire rimane nell’immaginario europeo l’Italia fascista e non a caso per i media europei Salvini e la Lega sono non la destra ma l’ultra destra, la destra estrema, il fascismo e il razzismo (un abbinamento questo che più antistorico non si può: razzisti erano - e sono tuttora - sia nei comportamenti pratici sia nelle elucubrazioni teoriche i francesi e gli inglesi, buoni maestri per i tedeschi.


In buona sostanza: l’Europa politica non è solo una forzatura, non è solo retorica fumosa, malafede, oltraggio alla storia, alla geografia e alla cultura (Shakespeare e Tolstoj non ne fanno parte) ma è anche e soprattutto un salvagente per il ridicolo nazionalismo della Francia che non è in  rado di affrontare le sfide del terzo millennio e rimane vischiosamente attaccata agli schemi politici e diplomatici del diciannovesimo secolo e per una Germania che vede naufragare le sue ambizioni egemoniche.  Lo chiamano asse franco-tedesco ma in realtà è il disperato tentativo di due cadaveri della Storia di tornare indietro nel tempo, affratellati nella morte per quanto avversari in vita. E i compagni riescono nell’impresa di prostrarsi contemporaneamente alla corte di Macron, l’ologramma elaborato dai mercati finanziari, a quella della Merkel la cui parabola politica segna il fallimento di tatticismi privi di una prospettiva strategica che non fosse quella ereditata dal Führer, e a quella del loro presunto asse, con imperitura gratitudine per quei sorrisetti alle spalle dell’odiato Cavaliere.

Ma l’Europa, vale a dire la somma degli interessi  delle Casseforti della Finanza (come il piccolo e arrogante Lussemburgo), della Francia disperata e della Germania che non sa dove andare,  è anche e soprattutto uno strumento per neutralizzare l’Italia, per soffocarla, imbrigliarla, impedirle di esprimere appieno le sue enormi potenzialità, delle quali i compagni, quelli che ieri erano papisti, austriacanti, giacobineggianti e infine stalinisti e ora sono europeisti, non possono rendersi conto  perché asserviti, perché prigionieri di stereotipi, per semplice ignoranza e stupidità. Ed ecco ancora il sovranismo, dietro il quale si nasconde l’accusa vera: il fascismo. Perché, fra tanti errori, il regime, cioè il Duce, quelle potenzialità seppe liberarle e bastò poco, anche dal punto di vista temporale, per mettere a cuccia gli antichi signori. Gli italiani, narcotizzati da decenni di regime clericale e cattocomunista, non ne hanno che un ricordo confuso e distorto ma all’estero hanno buona memoria e scatta il riflesso condizionato: fascisti! , se appena l’Italia rialza la testa.


Questa Europa, insomma, fa male all’Italia, nasce contro l’Italia, è una zavorra per l’Italia. 

Con questo non escludo affatto che in prospettiva possa aprirsi lo scenario di una vera unione europea, nella quale siano salvaguardati interessi e peculiarità degli stati membri, compresa la sovranità monetaria; un’unione imposta dalla comune cultura, dalla compattezza territoriale, da quel filo teso dalla tradizione filosofia che ci rende tutti partecipi della scuola di Atene e di quella spiritualità invocata da Heidegger e male intesa dall’orribile regime nazista. Un'Europa policentrica, capace di armonizzare l’anima mediterranea con quella nordica e quella slavo-bizantina e di esaltare la propria identità nel confronto con le altre grandi realtà politiche, economiche e culturali del pianeta, superando anche il criptorazzismo nascosto dietro l’idea di Civiltà Occidentale.

Post scriptum

Dopo aver tifato per lo spread, pregato per la procedura di infrazione, sperato in qualche disastro naturale i compagni sono tornati a puntare sull’invasione. Il loro campione è ora Fratoianni, forte del consenso dell’1,7 per cento dell’elettorato italiano. Non resta che attendere che anche il Pd si attesti sugli stessi numeri

 

   Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione

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