di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 688 del 8 dicembre  2019
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La longa manus giudiziaria della sinistra Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   

 La longa manus giudiziaria della sinistra

Qual è il vero scandalo della magistratura italiana

 Com’è noto Giolitti sosteneva di temere maggiormente le forze “inorganiche” rispetto a quelle organizzate. Si riferiva, evidentemente, agli oppositori politici e ai più temibili fra di essi, i socialisti che avevano ricevuto dai movimenti anarchici il testimone della rivoluzione. Il motivo di questa predilezione da parte del “ministro della malavita” è chiaro e non c’è bisogno di ricamarci sopra. Per lo stesso motivo io, al contrario, diffido delle forze organiche, che, più organiche sono, più esposte sono al rischio di essere manovrate e colluse con gli avversari e le controparti dichiarate e alla tentazione di diventare uno strumento di potere nelle mani di un’oligarchia. È ciò che è puntualmente accaduto con il sindacalismo in tutti i Paesi del mondo, Italia in testa.


Giovanni Giolitti

La metamorfosi del sindacalismo ha dato vita a un sistema indipendente dai fattori che ne hanno determinato la nascita, un sistema che ha sostituito il fine originario con quello dell’autoconservazione e ha di fatto ricondotto i lavoratori alla condizione di subalternità dalla quale si erano almeno in parte riscattati. Il lavoratore, infatti, attraverso il suo rappresentante tratta da pari al pari col padrone finché il suo rappresentante è uno come lui, uno che lavora accanto a lui, con gli stessi problemi che ha lui, uno con cui si può scambiare e identificare. Poi però quel rappresentante esce dalla fabbrica, getta alle ortiche la tuta blu ed entra a far parte di una sovrastruttura che usa liberamente la forza che gli viene da quelli che dovrebbe rappresentare, dei quali finisce per esercitare il mundio come se fossero dei minus habentes.

Bisogna per altro riconoscere  che soggettivamente questa condizione non è avvertita come una menomazione né costituisce un motivo di disagio per il lavoratore, che la vive come ovvia, normale, naturale, in un Paese in cui l’esercizio della sovranità è riservato alle istituzioni e lo Stato si comporta non dico come un sovrano assoluto ma come un tiranno senza freni. In Italia non si è cittadini ma sudditi vessati e intimiditi, nelle mani dell’ultimo vigile urbano, del milite della guardia di finanza, dell’esattore delle tasse, del giudice. Uomini e uffici nati e pagati per servire il cittadino ne sono diventati i peggiori nemici, appostati per intrappolarlo, umiliarlo, metterlo a nudo.


Chi non soffre di amnesia ricorda bene che politicamente e culturalmente la sinistra si afferma come alternativa al pensiero liberale. Col pretesto della giustizia sociale, vale a dire di una distribuzione equa della ricchezza disponibile, ha rovesciato il rapporto fra società civile e organizzazione politica rendendo la prima subalterna alla seconda; ha sacrificato l’individuo al collettivo, il privato al pubblico, l’interiorità alle manifestazioni esteriori.  In questo quadro acquistano consistenza il gruppo e la lobby, si coagulano interessi e si consolidano privilegi, si infittisce la rete che soffoca la società civile. Il potere da concetto astratto diventa un tangibile sistema neofeudale, un sistema di bande impegnate a spartirselo e a strapparselo a vicenda. 

Con questa, amara, consapevolezza il coro di indignazione e sconcerto che sta accompagnando la vicenda del CSM mi suona falso, stonato, ipocrita.  A parte il fatto che nella magistratura italiana in anni non lontanissimi è successo di peggio e tante bocche sono state chiuse con mezzi più cruenti di una registrazione o di un fascicolo, solo un ingenuo o uno sprovveduto poteva pensare che dai maneggi e dagli intrallazzi che caratterizzano le carriere apicali, e non solo apicali, nelle forze armate, nelle università, nella sanità pubblica - per non dire delle grandi aziende che non si sa più se pubbliche o private - fosse immune la magistratura.  Il legame organico che nel corso di decenni si è venuto creando fra la politica e il sistema giudiziario non era forse sotto gli occhi di tutti? Dico la politica ma dovrei dire Il Pci con tutte le sue trasformazioni, che subito dopo la fine della guerra cominciò ad allungare i suoi tentacoli nelle redazioni, nell’accademia, nella polizia (con scarso successo), fra gli insegnanti e fra i giudici. 


Il controllo di una somma di individualità è praticamente impossibile, per poterlo esercitare bisogna ridurla a casta o farne una poltiglia, una massa anonima, una categoria. Quando l’insegnante viene socialmente declassato e economicamente impoverito è spinto ad abbandonare le proprie corporazioni (come una volta era il Sindacato Presidi e Professori di ruolo) e viene  attirato nella trappola del sindacato unitario, veicolo del pedagogismo e del pensiero unico, che prima lo seduce e poi lo abbandona nel deserto del “personale della scuola”. Il controllo dei concorsi, le graduatorie ad esaurimento, il sistematico ripescaggio dei bocciati hanno fatto il resto; il docente diventa così “categoria”, una categoria conscia della propria inadeguatezza rispetto al ruolo che ricopre, succube della sinistra e riconoscente al partito che gli ha aperto le aule scolastiche e garantito uno stipendio misero ma sicuro, come ha fatto Renzi con la legge sulla “buona scuola”.

Con i giudici una strategia diversa e per certi aspetti opposta. Il ruolo e lo status vengono enfatizzati, anche economicamente, e la carriera garantita per tutti ma la carta vincente è anche in questo caso quella di togliere il giudice dall’isolamento, facendone però una corporazione, una casta; non una funzione ma un potere. Così il singolo giudice, quello che dovrebbe essere solo con la sua coscienza davanti alla legge, diventa parte di un sistema, acquista dignità e autorevolezza dall’essere parte dell’ordine giudiziario, arto o artiglio di un leviatano che al suo interno si distingue in tanti mostri in lotta o in combutta fra di loro e che nel suo insieme si confronta e si intreccia con altri leviatani.

Gravi i maneggi dei Lotti, Ferri, Renzi e di chissà quanti altri ma l’affaire dei genitori di Renzi o il carrierismo dei magistrati sui quali si cerca di focalizzare l’attenzione sono una ben misera e marginale cosa in confronto all’intreccio fra politica (il Pd) e magistratura. Ne avvertiamo le conseguenze nella strategia dei magistrati a favore dell’invasione, nello strabismo col quale si attua l’obbligatorietà dell’azione penale, nelle sentenze che pretendono di fare giurisprudenza sulle adozioni, sulla genitorialità, sul gender, per non dire dell’offesa alla libertà di stampa, di opinione e di associazione. È tutto frutto dell’iniziativa personale di singoli giudici? O di accordi telepatici? O non è piuttosto la regola che ci si incontri, di giorno come di notte, al ristorante come in albergo, per ricevere direttive o concordare il momento in cui la spada debba calare sulla testa della vittima di turno?


Tutti da troppo tempo concordano sulla necessità di riformare il sistema giudiziario.  Ed è altresì da troppo tempo unanimemente riconosciuto che la magistratura gode di una pessima reputazione presso l’opinione pubblica. Risulta quindi evidente che c’è un problema, e un problema grave poiché la giustizia è uno dei cardini dello Stato. C’è allora da chiedersi la ragione del fallimento di tutti i propositi riformatori, che è semplicistico imputare alla complessità del compito o all’interferenza di interessi personali contingenti. Più probabile che nessuno abbia osato porre la questione nei suoi termini brutali: l’Italia è sul serio uno Stato di diritto?

Dal dopoguerra ad oggi la sinistra non ha mai cessato di identificarsi con la democrazia, di considerare la costituzione e, di conseguenza, la Legge,  come cosa sua, come  una propria bandiera e un proprio strumento (si ricordi la continua contestazione di tutta la normativa risalente al codice Rocco, avvertito come corpo eticamente e politicamente estraneo), facendo dei  giudici, in quanto custodi e interpreti delle leggi, degli scherani al servizio della democrazia, vale a dire della sinistra, del Pci ora Partito Democratico. Ora si parla scopertamente, anche nei giornali di regime che tentano di giocare d’anticipo, di intreccio fra magistratura e politica, addirittura di “verminaio”, ma sarebbe meglio che si smascherasse la pretesa di ridurre la magistratura alla longa manusgiudiziaria del partito. Perché passano gli anni, cambiano i simboli, il lessico e le parole d’ordine ma il modello rimane sempre lo stesso: lo Stato totalitario che controlla la scuola, la ricerca, la stampa, il sistema economico e ovviamente la giustizia.

L’associazionismo nella magistratura è molto più pernicioso del familismo, delle cordate e delle clientele. Come fattore di inquinamento del sistema non trovo grandi differenze fra l’associazionismo correntizio, le infiltrazioni mafiose e gli immancabili grembiulini. Il giudice è comunque sottratto alla sua solitudine, appartiene a qualcosa o a qualcuno, con l’aggravante che le fazioni o le correnti in contrasto fra di loro sono in realtà parti di un unico corpaccione che la politica, cioè la sinistra, può controllare, scaricandogli addosso tutte le sue contraddizioni e i suoi interni conflitti.


In sintesi: se non si strappa la magistratura dalle grinfie della politica, cioè della sinistra, e non si impedisce ai giudici di formare gruppi organizzati che coprono le spalle al magistrato che fa uso politico della sua funzione, i propositi di riforma rimarranno tali. I primi passi da fare sono semplici, banali, ovvi: è assurdo che la magistratura, che dovrà tornare ad essere un concetto astratto cedendo il passo al Giudice, singolo, concreto e responsabile individuo, decida da sé i propri emolumenti collegandoli non al pubblico impiego ma alla politica e di fatto organizzi  i concorsi come se fossero cosa sua, comportandosi come un corpo separato, come una Chiesa che seleziona i suoi membri;  e padronissimo un magistrato di entrare in politica, purché  sappia che non si torna indietro. Come cittadino può avere le sue opinioni, i suoi convincimenti anche strampalati ma una volta che si è pubblicamente esposto non può più riprendere il ruolo di arbitro imparziale; se vuol fare il politico lo faccia, stop. Sono piccoli passi ma, come spesso avviene, una volta imboccato il cammino il resto viene da sé. E della magistratura come realtà concreta dovrà rimanere solo un organo disciplinare, strettamente disciplinare, fatto per comminare sanzioni (a quel punto farne presidente il capo dello Stato diventa ridicolo). Si può continuare a chiamarlo pomposamente Consiglio Superiore della Magistratura, un nome vale l’altro, non sunt nomina consequentia rerum, sono solo “puri, purissimi accidenti”.

  Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione
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