Settimanale Anno XVI
Numero 725 del 18 ottobre 2020
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Stupri: prima gli italiani Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
STUPRI: PRIMA GLI ITALIANI

 Dai giornali:

Catania. Stupro di gruppo su una ragazza di 19 anni. Tre giovani italiani accusati di averla sequestrata in auto e poi violentata a turno.

Stupro in Circumvesuviana, arrestati tre italiani.


Santo Domingo. Arrestati cinque italiani latitanti. Tre erano ricercati per stupro.

Roma. Un italiano di 40 anni è stato condannato a 5 anni di reclusione per aver stuprato una rumena di 38 anni.

Chieti. Violenza sessuale aggravata dall’uso di sostanze alcoliche e affidamento di un’arma da sparo a un minore. Per queste accuse il gip del tribunale di Chieti ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un italiano di 31anni.

Guidonia. Branco di giovani italiani violenta una ragazza.


Como. Rapina e stupro al centro massaggi. Arrestato per rapina aggravata e violenza sessuale italiano di 45 anni.

La chiude in casa, poi la picchia e la violenta. Arrestato muratore bresciano.

Stupro di gruppo a Rimini, Indagati due allievi poliziotti palermitani.

Firenze. I due carabinieri accusati di aver abusato di due studentesse americane sono stati destituiti dall’arma.

San Felice Circeo. Massacro di due ragazze perpetrato da tre giovani della Roma bene.

Stupro di gruppo nella sede di CasaPound di Vallerano in provincia di Viterbo…


E si potrebbe continuare, ma fermiamoci qui e vediamo di esaminare più da vicino i due ultimi delitti. Come i più anziani tra i lettori di “Trucioli savonesi” ricorderanno, il cosiddetto massacro del Circeo fu un caso di sequestro di persona, violenza sessuale e assassinio avvenuto nel comune laziale di San Felice Circeo tra il 29 e il 30 settembre del 1975. Le vittime furono due giovani amiche di modeste condizioni, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, che, attirate da Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira in una villa di proprietà della famiglia di quest’ultimo con il pretesto di una festa, furono poi lì sequestrate e torturate fino a provocare la morte di Rosaria, mentre Donatella riuscì a salvarsi solo fingendosi morta.

“Andrea Ghira, all’epoca ventiduenne, era figlio dell’imprenditore edile ed ex campione di olimpico di pallanuoto Aldo Ghira; Angelo Izzo, ventenne, era studente di medicina; Giovanni ‘Gianni’ Guido, diciannovenne, studiava invece architettura. I tre giovani erano rampolli di rispettabili e agiate famiglie romane e, a parte Guido, avevano precedenti penali: Ghira e Izzo, legati all’ambiente dell’estrema destra, avevano compiuto insieme una rapina a mano armata per la quale avevano scontato venti mesi nel carcere di Rebibbia; Izzo inoltre, un anno dopo, aveva violentato due ragazzine insieme a due amici ed era perciò stato condannato a due anni e mezzo di reclusione, mai scontati a seguito di sospensione condizionale della pena…


Per più di un giorno e una notte, stante il loro rifiuto di avere rapporti sessuali, le due ragazze furono violentate, seviziate e massacrate dai tre, che nel mentre le insultavano con toni di odio sia misogino sia di censo, inveendo con recriminazioni ideologiche contro le donne e il ceto meno abbiente, ancor più insensate in quanto rivolte a due ragazze semplici che mai si erano interessate di politica. Nel mezzo delle torture Guido si assentò momentaneamente per cenare a Roma con i propri familiari, poi fece ritorno al Circeo e si riunì ai suoi amici aguzzini.

Le ragazze vennero drogate e Rosaria venne trascinata nel bagno al piano superiore della villa dove fu ulteriormente picchiata e infine annegata nella vasca da bagno. Fatto ciò, i tre criminali tentarono di strangolare con una cintura la Colasanti e seguitarono a colpirla selvaggiamente. In un momento di disattenzione degli aguzzini, Donatella riuscì a raggiungere un telefono e cercò di chiedere aiuto, ma fu scoperta e ulteriormente colpita con una spranga di ferro. A quel punto ella si lasciò cadere a terra e si finse morta; gli aguzzini credettero di averla ammazzata e la rinchiusero insieme al cadavere della Lopez nel bagagliaio di una Fiat 127 bianca intestata al padre di Gianni Guido, Raffaele. I tre poi partirono alla volta di Roma, intenzionati a disfarsi dei cadaveri.


La Colasanti riferì che, durante il viaggio di ritorno, i ragazzi ridevano allegramente e ascoltavano musica facendosi beffe delle malcapitate ragazze: ’Zitti, che a bordo ci sono due morte’; ‘Come dormono bene’. Arrivati nei pressi della casa di Guido, i tre amici decisero di andare a cenare in un ristorante dove poi vennero alle mani con un paio di militanti comunisti incrociati per caso. Lasciarono dunque la Fiat 127 con le due ragazze che credevano morte in via Pola, nel quartiere romano Trieste. Non appena gli aguzzini si furono allontanati, Donatella Colasanti iniziò a gridare e a sferrare colpi alle pareti del bagagliaio. Alle ore 22: 50 un metronotte si accorse dei rumori che provenivano dalla vettura e allertò una volante dei carabinieri, che diede l’allarme lanciando il messaggio: ‘Cigno, cigno…c’è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola’.

Un fotoreporter ascoltò il messaggio e, intuendone la natura, accorse in via Pola, potendo così fotografare il ritrovamento della Colasanti e della Lopez…Izzo e Guido furono arrestati entro poche ore, mentre Ghira, messo in allarme da una soffiata, si rese latitante. Il mattino dopo i carabinieri scoprirono la madre e il fratello di quest’ultimo nei pressi dell’abitazione del Circeo e ipotizzarono che Andrea li avesse avvertiti e avesse chiesto aiuto per far sparire eventuali tracce. Alcuni mesi dopo Ghira scrisse una lettera, intercettata dagli inquirenti, agli amici Izzo e Guido, nella quale assicurava loro che sarebbero usciti presto ‘per buona condotta’ e minacciava di uccidere la Colasanti qualora avesse testimoniato contro di loro. Andrea Ghira morirà, sempre latitante, a Melilla in Spagna a causa di una overdose, nel 1994” (Fonte: Massacro del Circeo, Wikipedia).


Analoga, anche se a lieto fine (si fa per dire), la violenza subita da una trentaseienne a Vallerano, nel Viterbese, da parte di due giovani militanti di CasaPound,  uno dei quali sedeva nel consiglio comunale della cittadina laziale: “Tutto accade nella notte tra l’11 e il 12 aprile. La vittima è una giovane donna italiana, ha 36 anni. Sono le 22.30 quando incontra per caso in un locale quelli che, racconta, si trasformeranno nei suoi aguzzini: si conoscono, bevono, ridono, poi i due ragazzi la invitano a spostarsi con loro in un circolo privato dove, le dicono, c’è una festa. Lei li segue e si ritrova davanti a un locale di piazza Sallupara. Uno dei due ha le chiavi, entrano. Ma non c’è alcuna festa, quella sera all’Old Manners (ora chiuso per quindici giorni dal questore), locale nato come circolo sportivo e diventato ritrovo della galassia dell’estrema destra. I ragazzi tentano un approccio sessuale, la donna rifiuta, oppone resistenza ma viene colpita con pugni al volto e perde coscienza.


La violenza dura ore. Poi la vittima viene lasciata andare con un’ultima minaccia. ‘Stai zitta, tanto non ti crederà nessuno’. Ma lei sceglie di non tacere: va in ospedale, racconta la sua storia, scattano le indagini…” (Fonte: La Stampa di mercoledì, primo maggio). Indagini facilitate dai video girati dagli stessi violentatori, definiti “raccapriccianti” dal gip di Viterbo Rita Cialoni, che smentisco la versione dei due militanti neofascisti, secondo la quale la donna sarebbe stata consenziente. Quali conclusioni si possono trarre da questi crimini efferati perpetrati da cittadini italiani? Non sarà che i sovranisti (come oggi si chiamano i nazionalisti) che temono il meticciato e predicano il primato degli italiani in Europa e nel mondo debbano riconsiderare le loro tesi, fare prima di tutto un bagno di realtà e chiedersi da dove viene e come si giustifica il loro complesso di superiorità?

    FULVIO SGUERSO  

 

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