di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 684 del 10 novembre  2019
Tel. 346 8046218
E la chiamano Liberazione Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   

 E la chiamano Liberazione

Che senso ha rievocare l’aprile del 1945

 

 Rimane nelle culture complesse una latente nostalgia di antichi riti, di festività corali, di riproposta e rafforzamento di valori originari e fondanti, collegati in genere alla rinascita delle stagioni, alla semina o al raccolto e soprattutto alla primavera. Noi abbiamo soddisfatto questa nostalgia con la Festa della Liberazione: nuova nascita, primavera di bellezza - pardon, quella no -, incipit vita nova. Ma se c’è davvero questa necessità di ritrovarsi, di rinnovarsi, di sentirsi comunità, ha senso riproporre le giornate della primavera del 1945? Se primavera aveva da essere, se doveva fondere insieme la rinascita e la memoria, aprile per aprile si poteva  celebrare il natale di Roma, che per l’appunto cade il 21 del mese e sul quale ci troviamo - spero - tutti d’accordo.


La “liberazione” comincia dalla Sicilia

Nel fiume di retorica, e di menzogne, che in occasione del 25 aprile di anno in anno invece di sgonfiarsi si ingrossa, un’ospite della trasmissione della Palombelli faceva sfoggio della sua cultura storica e aggrottando le ciglia per lo sforzo cerebrale azzardava: ma la liberazione a ben vedere ha avuto inizio in Sicilia, con lo sbarco anglo americano. Capito? Loro venivano a liberarci dal giogo nazifascista (e anche dal peso, che può essere insopportabile, di vivere) e i nostri, i soldati con le stellette, gli sparavano addosso.  Qui c’è materia per la psichiatria, non per la politica. Ma che cosa successe in Sicilia nel luglio di 77 anni fa?

L’otto luglio del 1943, dopo settimane di bombardamenti a tappeto su tutta l’isola, preceduti da un grottesco tentativo di costruire una testa di ponte con truppe aviotrasportate finite in mare, con un enorme dispiegamento di forze di mare e di terra, i primi soldati americani e britannici mettevano piede sulle coste siciliane. Iniziava così l’operazione Husky, la campagna per l’occupazione della Sicilia, lampante dimostrazione di stupidità e di arroganza dei vertici militari, equamente distribuite fra attaccanti e difensori. La guerra, nella storia dell’umanità e in particolare dell’Occidente, ha una sua perversa razionalità e una sua cupa grandezza; in Sicilia - e non solo ma un po’ in tutte le operazioni della seconda guerra mondiale - non ci fu traccia di strategia, di organizzazione, di razionalità, non dico di grandezza; gli anglo americani avevano un piano ma una volta sul terreno non ci si raccapezzarono più, cominciarono a comportarsi come formiche impazzite: quello che li salvò fu la potenza di fuoco (di cui spesso furono essi stessi vittime) e il crollo morale dei difensori; i pochi casi in cui questo non si verificò bastarono per creare scompiglio fra gli invasori, a dimostrazione del fatto che se la marina si fosse sacrificata, come era suo dovere, e la difesa costiera fosse stata organizzata decentemente i nodi  dell’impreparazione e della disorganizzazione fra gli alleati sarebbero venuti al pettine. Sta il fatto che l’operazione si sarebbe dovuta concludere in una settimana con l’intrappolamento delle divisioni italo-tedesche mentre non si riuscì ad impedirne la ritirata al di là dello stretto e ci vollero 38 giorni per arrivare a Messina. E questo grazie a 4000 ragazzi italiani e 2000 camerati tedeschi che ci lasciarono la pelle.


Buono o cattivo che sia stato il ventennio fu una diarchia non una dittatura

Ma veniamo al giogo dal quale gli alleati (alleati fra di loro, non nostri) ci avrebbero liberati. Il sistema politico italiano fra le due guerre, fatto passare per il ventennio fascista o peggio per la dittatura mussoliniana era in realtà una diarchia mascherata da regime parlamentare. Il re rappresentava la continuità dello Stato e manteneva intatte le sue prerogative e il suo ascendente fra le forze armate e negli apparati dello Stato; il Duce non era semplicemente il Capo del governo ma si atteggiava a Capo dello Stato: un pasticcio istituzionale in cui di fatto convivevano due Stati, complicato dalla istituzionalizzazione del partito nazionale fascista e dal ritorno di fiamma clericale dopo la batosta di Porta Pia: non due ma tre poteri rivali fra di loro. Il re, che aveva convintamente appoggiato la politica estera del Duce quando gli aveva messo sulla testa la corona imperiale e non aveva fatto una piega quando il Paese entrò in guerra al fianco della Germania dopo aver traccheggiato per più di un anno (per non dire delle leggi per la difesa della razza, che spiacquero a qualche fascista come Gentile ma non certo al re né al Vaticano), il re che era sembrato più fascista del Duce quando le cose andavano bene, non appena  cominciarono a mettersi male attivò una sua diplomazia parallela e iniziò a mettere in crisi quella diarchia, con la complicità di esponenti di spicco del partito. Litigiosità, invidie, rivalità erano del resto di casa nel nostro stato maggiore e non hanno certo giovato alla conduzione della guerra; ma nella sua amarissima conclusione si insinua anche il sospetto della collusione col nemico, perché fino a prova contraria gli angloamericani erano il nemico. Mussolini, con gli americani al palazzo dei Normanni, comincia a essere trascinato dagli eventi, vorrebbe fare, come si dice, un passo di lato, è preso fra l’incudine di Hitler e il martello degli alleati sensibili ai suggerimenti degli antifascisti ringalluzziti dal disastro militare che non vogliono soluzioni morbide.  Si fa convincere a convocare il Gran Consiglio, messo per quattro anni in naftalina, cedendo ai congiurati che hanno pronto l’ordine del giorno che lo farà fuori restituendo al re il comando delle forze armate, appare frastornato e facile vittima della doppiezza del sovrano, che prima lo incoraggia a dimettersi e subito dopo lo fa arrestare.


E mentre il nuovo capo del governo rassicura l’alleato sulla lealtà dell’Italia a Roma ci si dà un gran daffare per cercare di contattare inglesi e americani senza che i tedeschi se ne accorgano: solo a metà agosto un plenipotenziario italiano a Lisbona riesce a stabilire un collegamento con gli alleati e a porre le basi per l’incontro di Cassibile: tutto questo mentre il generale Roatta finge di concordare con Kesselring un fantasioso massiccio contrattacco di quel che resta dell’armata italiana  e l’ammiraglio Courten annuncia solennemente l’uscita della flotta, rintanata alla Spezia, contro le forze navali angloamericane: “ne usciremo vittoriosi o distrutti!”.

Gli italiani non meritano questa pagliacciata e forse è bene che non se ne parli nelle nostre scuole. Mettiamoci pure una pietra sopra, ma non copriamo questa vergogna col paravento dell’ideologia, piantiamola col “nazifascismo”; serve solo a far dimenticare gli intrighi e la bassezza morale di molti gerarchi e degli uomini vicini ad una dinastia, i Savoia, che è rimasta un corpo estraneo alla storia e alla cultura della Nazione. 

Il fascismo non è caduto per mano degli antifascisti ma dei fascisti stessi

 

Il 25 luglio del ’43 si recita così la tragicommedia della fine del fascismo, la saga dei topi che scappano dalla nave che affonda, anticipo della vergogna dell’8 settembre. E la mattina del 26 luglio gli italiani si svegliarono antifascisti, loro che venti anni prima si erano scoperti tutti fascisti, dimentichi di aver scalpitato per entrare in guerra.

Il fascismo finisce così, con un voto del suo organo supremo. Finisce con un suicidio politico, con un tradimento, finisce senza gloria, senza emozioni, di soppiatto, senza darlo a vedere. Un po’ come, di lì a poco, finirà la guerra, almeno quella dichiarata nel ’41, in un modo ipocrita e ambiguo, lasciando senza ordini i nostri uomini che da un giorno all’altro si troveranno accanto al vecchio alleato diventato, forse, il nemico e davanti a sé il vecchio nemico diventato, forse, l’alleato, senza sapere se la guerra fosse davvero finita o se dovesse continuare a parti invertite. In questo caos i caduti della Acqui ringraziano.

 

L’Italia divisa in due

A sentire la signora Palombelli e i suoi ospiti questo fu l’inizio della Liberazione. Arrivano gli americani, la popolazione esulta, i bambini, come povere scimmiette, prendono al volo caramelle col buco e gomma da masticare, i notabili si affrettano a prostrarsi davanti ai nuovi padroni, l’Italia è risorta. Peccato che i liberatori, i nuovi alleati, quelli che portavano la pace, si comportarono con noi come conquistatori arroganti, violenti e sprezzanti, come se invece che nella culla della civiltà si trovassero in mezzo a trogloditi privi di diritti e dignità. E fra gli americani che consideravano l’Italia un grande bordello e i francesi che sguinzagliavano le loro truppe coloniali contro donne vecchi e bambini i nostri poveri siciliani, calabresi, campani, ciociari hanno avuto modo di rimpiangere i tedeschi. 

E questo, col ritiro della Wermacht, la liquefazione del regio esercito e l’avanzata degli alleati, fu per diciotto mesi il regno del sud, questa l’Italia liberata (mi si consenta un inciso: benché sia nella sostanza una forzatura, dopo l’8 settembre gli alleati divennero anche i “nostri” alleati ma prima di quella data quelli che avevano invaso la Sicilia erano i nostri nemici: lo capirebbe anche un bambino). Al nord, nella confusione e nello stordimento seguito alla recisione dei legami con i vertici dell’amministrazione civile e militare l’unica mossa decisa è quella del comandante della X Mas, Juno Valerio Borghese, che denuncia il tradimento e dichiara la propria volontà di continuare a combattere a fianco dei tedeschi. Un’anticipazione di quella che di lì a poco sarebbe stata la RSI.

Le istituzioni, la monarchia, il governo, gli alti comandi militari, insomma lo Stato, liquidato Mussolini e dissolto il fascismo, per salvarsi, non come istituzioni ma come persone in carne e ossa, con i loro beni, mogli, figli, amici e parenti, abbandonarono il Paese al suo destino scappando al sud “liberato” e, con l’avanzata delle truppe alleate bloccata sulla linea Gustav, il centro-nord finiva nelle mani dei tedeschi, che erano stati spediti in Italia per combattere al fianco di chi ora gli dichiarava guerra.  E per gli italiani esposti alle prevedibili ritorsioni di un esercito diventato di occupazione è stata una fortuna che Mussolini, liberato dalla prigionia sul Gran Sasso, si sia prestato, non si sa con quanto entusiasmo, a rinnovare l’alleanza con la Germania in attesa che gli eventi seguissero il loro corso inevitabile. 


I 600 giorni della repubblica sociale

Al di là di tutte le considerazioni che si possono fare, ritorno al fascismo delle origini, realizzazione del vecchio progetto repubblicano, volontà di salvare l’onore o tragico cupio dissolvi, la repubblica sociale ha in buona sostanza assolto la funzione di mettere al riparo la popolazione dalle ritorsioni tedesche. Ma  se nelle città le autorità civili italiane avevano qualche autonomia, sicuramente non minore di quella goduta dalle loro omologhe meridionali, e la vita poteva scorrere, bombardamenti a parte, in una relativa normalità, nelle campagne i tedeschi rastrellavano tranquillamente gli uomini in grado di lavorare per spedirli in Germania a colmare i vuoti lasciati  nelle fabbriche dai soldati al fronte mentre dal canto suo il neo costituito esercito repubblicano tentava di rimpinguarsi con la leva obbligatoria. Due buoni motivi per darsi alla macchia e contribuire ad affrettare la fine ormai segnata del terzo Reich e della repubblichetta mussoliniana voluta dal Führer. In questo quadro si inserisce il disegno comunista di riprendere il tentativo insurrezionale abortito nel biennio rosso, in barba agli accordi di Yalta che escludevano l’Italia, come la Grecia, dall’area di influenza russa. Una variante, diciamo un piano B, era quello di unire le forze del Pcd’I con quelle del partito fratello iugoslavo e di annettere il nord Italia alla federazione titina. Una prospettiva raccapricciante che avrebbe dovuto costare a chi l’aveva vagheggiata l’accusa di alto tradimento. Gli abbiamo dato la pensione.


Non c’è niente da festeggiare

Una storia triste, amara, senza né buoni né cattivi, con pochi sprazzi di umanità, qualche gesto eroico da una parte e dall’altra e tanta miseria. Una storia che fa riflettere sulla assurdità e la stupidità della guerra, sulle ragioni dell’odio, sulla linea sottile che separa il giusto dall’ingiusto, l’eroe dall’assassino, il patriota dal bandito. L’aprile del ’45 fu per il Veneto, la Lombardia, il Piemonte e soprattutto l’Emilia-Romagna il mese di una mattanza indegna di un Paese civile, una mattanza a lungo negata, con i familiari delle vittime intimoriti e costretti per anni al silenzio, come accaduto per le foibe. Per esorcizzarne il ricordo si è trasformato il lutto, la vergogna, lo stupro della civiltà, in una festa, nello sventolio delle bandiere, nella libertà ritrovata, si è preteso di farne la base della nostra democrazia.  Ma sulla menzogna, sulla retorica, sull’omertà non si costruisce niente di solido.

E voglio concludere sui valori dell’antifascismo dei quali i comunisti si ritengono depositari. La guerra è stata una porcheria e oltretutto l’Italia, che aveva completato la sua unificazione, aveva annesso l’Albania, si era conquistata un posto al sole ed esercitava un’egemonia incontrastata nel mediterraneo con la Grecia e la Spagna in condizione di vassallaggio, da un conflitto e un probabile rimescolamento di carte aveva solo da perdere. Ma senza la guerra i signori comunisti si sarebbero dovuti accingere a rivedere la loro posizione verso il fascismo quando si trovarono  sul punto di dover tornare in patria col capo cosparso di cenere per rendere  omaggio al Duce, amico e alleato del compagno Stalin (e non mi riferisco solo  ai mesi di vigenza del patto Molotov-von Ribbentrop). Senza la guerra, e la disfatta, i comunisti e la sinistra sarebbero evaporati e non ci troveremmo ora a fare i conti con le macerie che hanno lasciato.


Le ragioni di chi si è trovato dall’una o dall’altra parte

Il contadino, l’operaio o il sarto che per non cadere nelle mani di chi lo voleva strappare alla propria  terra e alla propria famiglia per mandarlo a combattere una guerra persa o a lavorare come uno schiavo in una Germania devastata  si rifugiarono in montagna e difesero la loro libertà con le armi vanno per questo condannati?  Lo studente, l’operaio, l’artigiano, l’ufficiale, l’insegnante imbevuti di valori risorgimentali e di amore per la patria, convinti che il re avesse tradito o forse anche illusi che dai laboratori tedeschi dovesse uscire un’arma micidiale capace di capovolgere le sorti del conflitto, che scelsero di continuare a combattere per la patria violata vanno per questo condannati? Tanti ragazzi dell’una e dell’altra parte scelsero di sacrificare la vita per l’Italia; tanti, dell’una e dell’altra parte, approfittarono della situazione di anomia per dare libero sfogo alle pulsioni più abiette. Poi c’è il fascista che intendeva vendere cara la pelle, il partigiano che voleva abbattere lo Stato borghese, e ci sono soprattutto i milioni di uomini e donne intimoriti dai tedeschi, dagli americani, dai fascisti e dai partigiani, stanchi di avere paura, di avere fame, delle sirene, del coprifuoco, dell’odore della morte. 

Poi l’epilogo. L’ultima resistenza sognata e non realizzata, il progetto fallito di un finale nibelungico nel ridotto della Valtellina, qualche cecchino che continua a sparare, il camion che porta a Milano i corpi del Duce e della povera Claretta, lo sconcio di piazzale Loreto.

Una storia amara che lasciò in chi l’aveva vissuta il desiderio di dimenticare, un senso ingiustificato di colpa, di inadeguatezza, di vergogna di cui ho avvertito i segni nella mia famiglia, uno zio ufficiale di marina al sud, un cugino di mia madre partigiano, un altro guardia repubblicana, mio padre reduce dalle campagne d’Africa che non sapeva più a chi aveva giurato fedeltà; tutti segnati dal marchio della sconfitta. Perché con tutto il castello di menzogne costruito dai compagni e dai loro complici c’è una sola triste verità: l’Italia, come la Germania, come il Giappone non ha perso solo la guerra, è stata umiliata, denudata, stuprata. Non c’è nulla da celebrare; non ci sono ricorrenze da festeggiare. Se si vuol far festa ci si stringa intorno alla nostra identità, che sia il tributo di pietà e di riconoscenza ai nostri morti in tutte le guerre, che sia il rito antico del risveglio della primavera, che sia il mito della nostra nascita, il natale di Roma. E si lasci perdere il ricordo di giorni che per molti furono solo quelli di un’immonda mattanza.

 

 Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione

 

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