di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 685 del 17 novembre  2019
Tel. 346 8046218
Turbocapitalismo di fantasia e... Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Turbocapitalismo di fantasia
e concreta superburocrazia
Chi c’è davvero dietro la globalizzazione

 Il simpatico filosofetto ospite fisso di salotti televisivi e no che strizza l’occhio a destra e a quel poco che rimane di sinistra è convinto che la globalizzazione, l’attacco alle identità nazionali, il controllo e la guida dei flussi migratorie la massificazione siano marxianamente frutto del capitalismo nella sua versione aggiornata di “turbo capitalismo”. Simpatia personale a parte, questa tesi mi sembra una grossa sciocchezza.


Diego Fusaro

La caratteristica più saliente dei tempi in cui viviamo è piuttosto l’emarginazione politica e culturale dei ceti produttori di beni e servizi, operai, imprenditori, ricercatori, medici, insegnanti, alla quale fa riscontro la diffusione di una ricchezza completamente indipendente dalla produzione e dall’economia materiale. Ne consegue che le vecchie classi sociali basate sulla produzione non hanno più senso, così come non hanno più senso partiti che rappresentano interessi diversi o contrapposti nel suo ambito. Sotto questo aspetto tutti i partiti sono interclassisti e lo sono più marcatamente e scopertamente le nuove forze politiche: i Cinquestelle, la Lega salviniana e Fratelli d’Italia. Diversa e ambigua la posizione del Pd, che pretende ancora di “difendere i lavoratori” che lo hanno ormai abbandonato dopo averne scoperto la vera natura di strumento delle lobby.  


 

Ma c’è ora una nuova e più forte contrapposizione sociale, che è anche la cartina di tornasole che permette di capire il senso della politica, la convergenza fra vecchia destra e vecchia sinistra, la naturale alleanza e il comune linguaggio di Forza Italia e del Pd. È la contrapposizione fra ceti produttivi, i soli produttori di autentica ricchezza, e ceti parassitari che utilizzando la leva della politica di quella ricchezza si sono appropriati. Il fenomeno non è solo italiano ma riguarda tutto l’Occidente. Il nucleo di quei ceti parassitari è una superburocrazia sovranazionale, che ha il suo covo e il suo baluardo nelle Nazioni Unite e nelle sue diramazioni, si prolunga nell’Unione europea e ha costruito un asse di ferro con la finanza globale e l’economia virtuale. Naturale, anzi inevitabile, la convergenza con le logge massoniche e il Vaticano perché, oltre i comuni interessi materiali, forniscono una visione del mondo eterea, ecumenica, librata nell’iperuranio. Una visione in cui si cerca di costringere, finora inutilmente, l’islamismo e dalla quale l’ebraismo, col suo radicamento in Israele, sembra ora sottrarsi dopo esserne stato ispiratore e partecipe. 

Una superburocrazia che non è solo una casta - sarebbe più facile affrontarla e sconfiggerla - ma un sistema   organizzato e articolato, un mare nel quale nuotano squali e minuscoli piraña, tutti intenti a depredare le risorse del pianeta e a vivere sulle spalle dei produttori. Questa superburocrazia si è saldamente impadronita dell’informazione, dei mezzi di comunicazione di massa, compreso l’intrattenimento, dalla musica leggera al cinema al teatro e, per il loro tramite, della politica da cui è stata generata. Il partito democratico in America, Macron in Francia, il Pd in Italia ne sono i docili strumenti.  Un sistema ni cui vertici nostrani sono rappresentati da direttori di giornali, editorialisti, grands  commis di Stato ma che comprende buona parte del cosiddetto terzo settore, a cominciare dagli affaristi delle Ong, dal mondo opaco della cooperazione e da quelli che hanno trovato la strada giusta per infilarsi in qualche ramo dell’Unesco, della Fao e, per i più ambiziosi, in un gruppo di lavoro dell’Ocse. 

Tutta questa gente, anche quando non vive a Parigi o non tiene casa a New York, si sente a buon diritto cittadina del mondo e se ha perso il sentimento di appartenenza alla propria terra ne ha in compenso acquisito un altro, fortissimo, alla propria casta e al proprio status. Vede il mondo dall’alto, sia che stia già comodamente seduta sulle poltrone di prima fila sia che si sia tenacemente attaccata a uno strapuntino. Parla inglese e, come Mario Draghi, incespica un po’ quando è costretta a tornare all’idioma natio. 


È da questa gente nemica delle diversità ma fiera della propria diversità, senza altri confini che quelli che circoscrivono i propri privilegi, che proviene l’ideologia della cultura globale, anglofona, tutta risolta nel presente, giustamente sospettosa nei confronti della tradizione storica e letteraria. Perché non basta espungere il Vate - ci aveva già pensato la sinistra d’antanricordo un inqualificabile professore di letteratura per il quale il sublime Gabriele era solo un “nano erotomane”; bisogna fare piazza pulita di tutta, dico tuttala nostra storia, di tutto il nostro passato, anche quello relativamente recente. Uomini diversi fra di loro come Bettino Craxi, grande cultore di storia del Risorgimento, Pertini o il mio conterraneo Ciampi avevano in comune l’amor di Patria e il senso dello Stato, quello che oggi sarebbe tacciato come sovranismo. Ma gli Autori sui quali essi si erano formati, gli stessi sui quali si è formata la mia generazione e che, almeno in teoria, dovrebbero formare le generazioni future, sono incompatibili con quella ideologia, sono tutti ferri vecchi, roba d’antiquariato che non ha più niente da dire o da insegnare. Ci mancherebbe altro che i nostri giovanetti si infiammassero recitando nel carducciano Comune rustico “e voi se l’unno o se lo slavo invade eccovi, o figli, l’aste ecco le spade” o immedesimandosi nella voglia di “procombere” per l’Italia di Leopardi adolescente o prendessero troppo sul serio la perentoria affermazione del mite Manzoni su quell’ “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor” terribilmente identitaria e  in odore di razzismo e xenofobia. 

Roba vecchia, dicono storcendo il naso, che va contestualizzata, nel senso che va messa in un loculo e sigillata. Roba pedagogicamente pericolosa, da destinare al massimo, con i debiti strumenti critici, sotto una guida attenta e dopo un vaglio rigoroso, agli studenti più grandi, giusto per cultura o meglio erudizione. Per educarli ci vuole ben altro: Erasmus, non il filosofo ma il progetto, l’intercultura, intesa come superamento delle culture non incontro e confronto fra culture, e tanta musica nelle cuffie, ben ritmata, buona per distruggere sinapsi, che frastorni un po’, soprattutto se accompagnata da qualche canna. 


Intendiamoci. Chi, per qualunque motivo, studio, lavoro, stile di vita, non ha una residenza stabile nel proprio Paese sviluppa un atteggiamento cosmopolita, da “cittadino del mondo”, e non sorprende se il suo legame con la madre patria tende ad allentarsi. Non sempre è così: qualche volta la lontananza alimenta la nostalgia, come ci ricorda il Poeta, nostalgia di quella Patria che è “madre benigna e pia” per l’altro Nostro grande che si vorrebbe rimuovere. Non è così per la superburocrazia apolide e tutto il mondo che le ruota intorno, che prova solo fastidio, altro che nostalgia, per il limes e i suoi lari. Questa gramigna infestante che la politica ha lasciato dietro di sé non si nutre più del consenso ma succhia la linfa delle istituzioni sulle quali è cresciuta. Nasce dalla politica, vale a dire dalla volontà popolare ma per continuare ad esistere deve mettersi al riparo dalla volubilità della politica e del consenso, quantomeno dalla politica non irretita nel sistema che ha al suo vertice quelle istituzioni. Ma la politica è il territorio, sono le persone, i loro umori, le loro speranze e la loro rabbia e dal territorio, dalle persone, bisogna allontanarsi più che si può, bisogna spogliare il territorio di qualsiasi connotazione, bisogna fare delle persone delle entità astratte, bisogna eliminare l’aristotelico principium individuationis, uniformare, appiattire e all’occorrenza mischiare e sostituire.

Per la superburocrazia è una questione di vita o di morte perché la Nazione, la volontà popolare, quella sintesi felice di spirito collettivo e individualismo nella quale rivive la tradizione classica, sono incompatibili con l’esistenza di un centro direzionale, di un “piano di sopra” in cui si decidono le sorti di masse anonime; il popolo vuol sapere a chi ha affidato la propria guida e lo vuol vedere al lavoro  perché il popolo non è né un gregge di pecore né una massa anonima e indistinta ma un insieme attivo di individui consapevoli e in grado di esercitare un controllo continuo sulla guida che si è liberamente scelto. Per questo popolo consapevole e intelligente, che è la vera novità del nostro tempo, gli organismi sovranazionali, a cominciare dalle Nazioni unite, non sono investiti di alcuna sacralità: devono dimostrare giorno per giorno la loro utilità e la loro rappresentatività. Altrimenti tutti a casa, quelli che vi sono imboscati. 

 Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione

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