TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 677 del 22 settembre  2019
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La lingua del futuro Stampa E-mail
Scritto da GIANLUCA VENEZIANI Libero   

LA LINGUA DEL FUTURO

Gemiti, fremiti e grugniti sostituiranno le parole

Divertimento, rabbia, gioia, desiderio: per esprimere le emozioni useremo solo i suoni. Il vantaggio? Ci capiremo meglio

 

Aaaah arrrg, uaaah ehmm mmm. Finiremo per parlare così quando vorremo dire alla nostra partner: «Capisco, sei arrabbiata, ne sono sorpreso ma dubito che tu mi abbia mai veramente desiderato». Converrete: è un linguaggio essenziale, forse un po’ troppo ermetico, ma con un minimo di studio e la pratica quotidiana diventerà uno strumento fondamentale per la serenità della vostra vita di coppia e non solo. A ogni segnale vocale, a ogni gemito, fremito, singulto, mugugno o sussurro, saprete immediatamente cosa e come rispondere al partner, avendo imparato a riconoscere questa sorta di cartografia sonora dell’anima, di codice morse dei sentimenti umani.

A tal fine vi potrete aiutare con la prima mappa interattiva delle emozioni messa a punto dai ricercatori dell’Università di Berkeley, che hanno raccolto le emissioni vocali non verbali di decine di persone (provenienti da Usa, Kenya, India ecc.), suddividendole in 24 macro-categorie, con tutti i versi e i suoni che produciamo per esprimere divertimento, rabbia, soggezione, confusione, disprezzo, contentezza, desiderio ecc... Ne viene fuori una sorta di lessico primordiale, di vocabolario elementare che però si presta a diventare anche la lingua del futuro, rapida, semplice e immediatamente comprensibile, a prescindere dal luogo e dal tempo.

 

L’INTIMITÀ

In tal modo, sapendo padroneggiare questo idioma fatto di puro suono, si eviterà uno dei rischi maggiori della conversazione umana, ossia l’incomprensione. Quando, ad esempio, in intimità col vostro partner, lo sentirete pronunciare un «mmmm», capirete subito che lui ha desiderio, e quando quello proromperà in un «aaaaa», avrete la conferma dell’avvenuto godimento. Se poi davanti a quello pronuncerete un «uuuuuh!», gli comunicherete che vi ha sorpreso positivamente, mentre l’«uhmmm» alluderà indiscutibilmente alla vostra delusione per il suo comportamento. E ancora: «eeeh?» servirà a dirgli che non lo avete capito, «ah!» a riconoscere che almeno stavolta almeno stavolta ha fatto qualcosa di interessante e «ooooh!» a fargli sapere che è veramente adorabile. Quando sarete imbarazzati dal suo modo di fare, potrete limitarvi a un «ohmm», mentre se vi farà proprio uscire dai gangheri procedete pure con un «arrrg». Grazie a questi segnali anche le discussioni più burrascose non si protrarranno mai troppo, perché si risolveranno o con un «piuuuf» di sollievo per l’avvenuta riappacificazione o con un «eeeak» di disgusto per la persona che credevate di amare.

Naturalmente il metodo funziona alla grande nei rapporti a due, ma può tornare utile anche nelle comunicazioni tra popoli e lingue diverse. Il lessico sonoro permette di ottemperare alle differenze di vocabolario, di sintassi, di pronuncia delle parole tipiche del linguaggio verbale. E così non dovrete più ricorrere all’inglese, a traduttori, interpreti e mediatori culturali né al linguaggio dei segni e dei gesti, che cambiano a seconda delle culture, per comprendere una persona che non parla la vostra lingua. 

Potrete disporre di un codice universale, di un vero esperanto fatto di versi, interiezioni, vocali ripetute, denti digrignati o bocche spalancate a produrre suoni gutturali e grida più o meno acute.

 

MELODIA ARMONIOSA

L’aspetto interessante è che queste «parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche e suon di man con elle», come le definiva Dante, non stanno più a rappresentare la confusione sonora dell’Inferno, ma viceversa diventano strumento di una melodia armoniosa da tutti riconoscibile. Dalla Torre di Babele fatta di lingue diverse e parole incomprensibili si passa insomma alla Pentecoste del futuro, in cui lo Spirito Santo offre a tutti il dono di capire e farsi capire attraverso versi di gioia, di tristezza, di soddisfazione o di dolore.

Da un lato, questa deriva vocale basata sui versi è figlia della tecnologia, ossia è la conseguenza sonora del linguaggio degli emoticon, dove basta una faccina triste, sorridente, arrabbiata per comunicare un intero mondo emotivo. Dall’altro lato, quest’abitudine a gorgheggiare sillabe e a biascicare consonanti è una sorta di richiamo alla ferinità, un ritorno alla condizione animale e alla comunicazione pre-verbale o non-verbale: con la constatazione singolare per cui, stando sempre ai ricercatori di Berkeley che hanno raccolto oltre 2mila manifestazioni sonore per esprimere stati d’animo, noi esseri umani facciamo molti più versi rispetto alle bestie. Il gatto farà pure «miao», il cane «bau», ma l’essere umano, alla pari del coccodrillo, come fa? Fa in mille modi diversi.

E soprattutto questa ricerca dimostra come, per comunicare le emozioni intime e mettere a nudo quel tessuto sentimentale che abita l’essere umano e connota i nostri momenti più significativi – dall’amore al pianto, dall’euforia al dolore della perdita fino all’eccitazione e allo scampato pericolo – le parole sono superflue, diventano orpelli inutili e dannosi. In quei momenti è bene che il silenzio venga riempito solo da piccoli accenni sonori, quasi a evocare l’intera spartitura musicale dell’anima. No, l’Emozione non ha Parole ma ha una Voce in versi.

 

GIANLUCA VENEZIANI    Libero

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