TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 672 del 14  luglio  2019
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L’invidia è il motore dell’umanità Stampa E-mail
Scritto da FABRIZIO MARIA BARBUTO Libero   

 Di lei ci si sente tutti vittime, mai colpevoli. Però...

L’invidia è il motore dell’umanità

È un sentimento da rivalutare: ci rende consapevoli

del fallimento e spinge a migliorarsi

 

L’invidia, sin dagli albori dell’umanità, è sulla bocca di tutti e nel cuore di nessuno, a quanto si vorrebbe far credere. Letterati e filosofi di ogni tempo hanno cercato di indagare origini e cause di questa miseria umana che, sotto un punto di vista puramente dottrinale, affascina, sotto quello diretto, repelle.

Il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer è così che si esprimeva: «Da qui nasce l’invidia: ogni rinuncia è alleviata dal sapere che anche gli altri soffrono della stessa rinuncia». Neppure il suo collega danese Kierkegaard ha resistito all’idea di esprimersi sull’argomento: «L’invidia è ammirazione segreta. Una persona piena di ammirazione che senta di non poter diventare felice abbandonandosi, sceglie di diventare invidiosa di ciò che ammira».

Le teorie più contemporanee sul tema sono invece affidate ai “grandi pensatori” di oggi, ossia agli utenti dei social network, sui cui profili figura sovente il sostantivo “invidia”, sapientemente incastonato nei più articolati status di denuncia a carico dei cattivi sentimenti altrui nei propri confronti. Perché è così: dell’invidia ci si sente tutti vittime, ma mai colpevoli.

Essa è uno stato d’animo riconducibile alla frustrazione ed al senso d’inferiorità, non c’è dunque da stupirsi che nessuno sia disposto a dichiararsi così fallace da esserne sopraffatto. Del resto è da tempo immemore che ci viene insegnato a diffidare di questo sentimento, identificato nella sfumatura umana più distruttiva, dall’era di Caino e Abele a quella di Dante Alighieri, il quale volle che gli invidiosi, nel suo Inferno, avessero le palpebre cucite col fil di ferro, in modo da trattenere la negatività dei loro sguardi e da punire quelle empie pupille che avevano goduto della vista del male altrui.

 

STIMOLO ALL’EVOLUZIONE

Molto cambierebbe se ci si concedesse la possibilità di rivalutare il valore sociale dell’invidia: essa costituisce infatti una rappresaglia della mente volta a destare, in chi ne sia preda, la consapevolezza del fallimento, può dunque fare da stimolo all’evoluzione dell’individuo mutandosi in voglia di riscatto. Se al contrario non ci si affranca dall’umiliazione di cui si rende causa, ecco che questo sentimento resta fedele all’idea che tutti hanno di esso: una miseria umana che cova in segreto l’annientamento dell’altro attraverso le più subdole strategie di discredito; prima fra tutte, il pettegolezzo e la calunnia.

Quando non si può gareggiare lealmente con il rivale che ha già raggiunto il traguardo nella maratona, lo si fa inciampare anche oltre la corsa, con la speranza che, nella caduta, gli si frantumi la medaglia che porta al collo. Il tutto non più allo scopo di vincere una gara le cui sorti sono già state definite, bensì per vedergli patire sensazioni simili alle proprie, come disonore e vergogna.

 


 

SPIRITO DI EMULAZIONE

L’invidia, a conti fatti, può contribuire a fare di chi la prova una persona migliore, destando in lui uno spirito di emulazione che lo conduca al raggiungimento dei traguardi sopiti, o peggiore, inducendolo a porre la disfatta dell’altro in vetta alla classifica delle sue priorità. Questo paventato stato d’animo potremmo definirlo come un bruco condannato a rimane tale vita natural durante, a meno che non trovi da sé il modo di riscoprire le risorse necessarie a volgersi in farfalla, sulla scia del confronto con coloro che han- no spiccato il volo prima di lui.

L’invidioso, anziché biasimato, andrebbe compatito, come testimonia un autorevole studio condotto da un team di scienziati giapponesi, l’invidia si rende infatti motivo di una profonda sofferenza ai danni del cervello, il quale, al manifestarsi della stessa, risponde aumentando l’attivazione della corteccia cingolata anteriore dorsale, stretta- mente legata all’elaborazione del dolore fisico.

 

LIVORE ACCECANTE

Dev’essere per questo che, l’invidioso cronico, fa talmente tanta difficoltà a familiarizzare con i suoi sentimenti da arrivare perfino ad astenersi dalla vita sociale, così da evitare a monte tutte le situazioni che lo assoggetterebbero ad un confronto dal quale potrebbe uscirne perdente. Oltre all’invidioso da “evitamento sociale”, vi è poi quello da “relazione adesiva”, ovvero colui il quale, per allontanare da sé l’influsso di un accecante livore che gli impedisce di convivere pacificamente con se stesso, cerca di sviluppare con l’antagonista un rapporto simbiotico, attaccandosi a lui a tal punto da condividere la sua stessa esistenza, così  da  fare suo,  per identificazione indiretta, ciò di cui l’altro è beneficiario.

Il vincente non è colui che allontana da sé l’invidia, bensì colui che se ne serve con dignità e rispetto di se stesso. È inutile negarlo: l’invidia rende tutti un po’ più verdi, tanto vale abbinare la nuance con qualcosa che faccia pendant, ad esempio con la speranza di volgerla da miseria in virtù.

  

FABRIZIO MARIA BARBUTO    Libero

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