di Massimo Bianco
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XVI
Numero 688 del 8 dicembre  2019
Tel. 346 8046218
Nec spe nec metu Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
NEC SPE NEC METU
(Terza parte del commento a Nichilismo bifronte)
(Prima parte)                 (Seconda parte)

 All’inizio del terzo elzeviro di questa specie di trittico sul tema del nichilismo bifronte, Girard fa riferimento a un articolo di monsignor Gianfranco Ravasi in cui il teologo e biblista lombardo metteva in rapporto antitetico la mancanza di speranza dello stoico con la speranza salvifica del cristiano, e ricorda come quell’articolo continui ancora a interpellarlo, a provocarlo, a esigere, in un certo senso, una risposta come non fossero passati quasi dieci  anni dalla pubblicazione di quel domenicale del “Sole-24 ore”, e ricorda anche come avesse “contribuito fortemente ad orientare la stesura (ma ispirata ‘più allo stoicismo che alla promessa cristiana’),  del suo MONOS: liberare la morte dalla paura. Viaggio ai dintorni del nichilismo e dell’eterno, Rubbettino, 2015”.


Monsignor Gianfranco Ravasi

Da allora, Girard non ha mai smesso di pensare alla differenza tra l’etica senza speranza degli stoici e la speranza contro ogni speranza dei cristiani, tanto che, in questo elzeviro, riprende “il tema per mettere in rilievo la portata grandiosa dell’impianto generato dalla speranza,  collegandolo tuttavia, per così dire ‘in negativo’, a quella sorta di ‘suo esaurimento’ che stiamo per l’appunto vivendo oggi”, cioè in un’epoca post-metafisica, o postmoderna, caratterizzata dal relativismo e dalla mancanza di fini e ideali condivisi; mancanza che ben  si addice, d’altra parte, alla “psicologia debole intrinseca ad un’epoca nichilistica”. Ora, prima di proseguire nella lettura-commento di questo  elzeviro, sarà opportuno chiarire il concetto di “psicologia debole” su cui  insiste Girard fin dal 1999, con il volume intitolato, appunto, Psicologia debole , (Tirrenia Stampatori, Torino), e che ritroviamo anche nel secondo capitolo del presente volume dedicato  ancora alla “Psicologia debole”.  Ho trovato una definizione di questo concetto in  un suo articolo successivo al volume del 1999 sullo stesso tema, reperibile in Rete, senza data ma anteriore così a Monos come a Letteralismo religioso delle masse, terrorismo e migrazioni ( Mimesis, 2017), dove ricompare insieme al “soggetto rappresentativo” (altra espressione girardiana ricorrente per indicare un nuovo soggetto non più ‘di coscienza’ e singolo ma collettivo e plurale).


Vediamo: “L’aggettivo ’debole’ della psicologia debole tende a conferire l’idea del concentrarsi su qualcosa che fluisce nel suo continuo divenire, e che non può essere facilmente fermato per un tentativo di descrizione, e nemmeno di calcolo; si riferisce quindi ad un tipo di psicologia che non può fondarsi sull’idea di una psiche pensata come oggetto, o considerata come ‘corpo esteso’ “. Per la psicologia “forte” invece è come se il tempo fosse abolito e la psiche rimanesse sempre uguale a sé, quasi si trattasse di una sostanza immutabile. Non sfuggirà al lettore non estraneo all’attuale discorso filosofico la parentela della psicologia debole di Girard con il Pensiero debole (Feltrinelli, 1983) di Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, per i quali non esiste la Verità assoluta e oggettiva ma esistono tante verità relative e soggettive. In Monos viene specificato che “La prospettiva che la psicologia debole adotta nel pensare a uno psichismo mobile e tendenzialmente inafferrabile si colloca entro un modulo romantico di pensiero, in un’apertura verso ambiti che vanno oltre quanto la ragione discorsiva controlla. In particolare l’inconscio collettivo di Jung tende a sottrarre il perno concettuale su cui ruota il ragionamento scientifico forte che è il principio di sostanza e di non contraddizione, perché toglie l’essere umano dal centro dell’attenzione, in quanto lo considera maggiormente nel suo ‘diviso’ e nel suo ‘molteplice’, nel momento in cui si apre a una dimensione più collettiva e partecipata”. (Nel leggere questo passo di Monos mi  è venuto fatto di pensare al testo base dell’antipsichiatria di Ronald Laing L’io divisodell’ormai lontanissimo 1955; ma non divaghiamo più del necessario, ci sarà modo, spero,  di parlarne in un’altra occasione).

 

La psicologia debole ritorna in Letteralismo religioso delle masse nell’ ultimo paragrafo  intitolato ”Soggetto rappresentativo e psicologia debole” del primo capitolo, dove si tratta del terrorismo e dei paradigmi conoscitivi: “Infine è opportuno soffermarsi sulla nuova figura soggettuale che mi sembra aver soppiantato quella che chiamo ‘di coscienza’ , fondamentalmente centrata sul ‘credere’. Da decenni ormai adotto nei miei libri l’espressione ‘soggetto rappresentativo’ per marcare un peculiare ‘accorgersi’, una sorta di risveglio a una realtà improvvida che mi pare viva oggi tra le pieghe della più consueta rappresentazione del mondo di noi tutti. Il soggetto è rappresentativo perché si rappresenta, o appunto si accorge,  che la struttura metafisico-duale delle cose si rende evanescente perché i più consueti paradigmi logici centrati sull’ ‘esclusione dell’opposto’ sono variamente saltati, mentre epocalmente vi s’intrufolano il vacuo, il molle, l’insicuro. La realizzazione progressiva dei vaticini nicciani. La psicologia debole interpreta questa emergenza conoscitiva che variamente si riverbera sul costume, evidenziando un nichilismo che toglie i paletti alle sicurezze di un tempo, le quali, appunto nel ‘suo accorgersi’, il soggetto rappresentativo tende oggi a riconoscere come effimere, mentre il soggetto di coscienza se ne corrobora nel suo ‘credere’, sentendosene protetto”.


Jean Baudrillard

Tornando all’articolo di monsignor Ravasi, Girard osserva come nell’etica cristiana la  speranza è sempre più forte del timore, in quanto è proprio grazie alla speranza fondata sulla Parola di Cristo che possiamo vincere ogni timore e soprattutto la paura della morte. Nondimeno questa certezza incrollabile, secondo Girard, non tiene conto dell’ evoluzione storica “secondo la quale ‘pensano e parlano le epoche’. Perché l’atteggiamento che si regge invece sul divenire storico orienta a credere che l’etica tenda a ‘sciogliersi’ e che ciò comporti una perdita collettiva di quei fini inscritti appunto nelle istanze redentrici del cristianesimo, il quale è stato in Occidente il portatore storico di quella stessa metafisica che gradualmente si spegne confluendo appunto nel nichilismo”. E’ il grande tema del “tramonto dell’ Occidente” e della riduzione di ogni valore al potere, al denaro e alla tecnologia. Girard non cita Spengler ma Weber e ancora Heidegger riguardo alla questione della tecnica: oggi ci troviamo in un “invaso capitalistico che – dopo la clamorosa smentita del marxismo ‘realizzato’ nel Novecento – ‘si assottiglia’ progressivamente perdendo il due della metafisica e risolvendosi nell’ unicum del denaro come metafora grandiosa di un materialismo realizzato”. Ma, come se tutto questo non bastasse, viviamo in un’epoca in cui a “dirigere il traffico della vita” non è più la religione ma la tecnica - la cui funzione originaria era il dominio e la umanizzazione  della natura - e oggi è divenuta da mezzo fine essa medesima, tanto che  “ingloba dunque - chiosa Girard -  l’azione dell’essere umano sottraendogli i fini, e quindi puranco la speranza intesa come ontologia e costituzione sostantiva dell’umano. Sono fini in qualche modo eredi della metafisica valoriale che si è eclissata all’orizzonte, fini-valori non più sentiti come tali ma da molti avvertiti  ‘come da rivedere, da rinnovare’ “ . Ma è possibile vivere solo per il denaro, la produzione, il consumo, il dominio, lo sfruttamento della natura, il loisir  e la guerra senza più nessuna speranza di felicità terrestre o celeste? Possibile che il nichilismo debba per forza avere l’ultima parola? Ci accontenteremo “di quei fini che il nichilismo invece assicura: quelli di massiccio ordine variamente consumistico che la società presente spasmodicamente prospetta. Se mai, come è stato sottolineato da Jean Baudrillard, anche i bisogni vengono costruiti ad un ritmo superiore a quello della possibilità della loro soddisfazione, ciò provoca un’insoddisfazione perenne, o una ‘depauperizzazione psicologica’ “. Dunque il paradiso promesso dalla civiltà della tecnica e della produzione e dei consumi a getto continuo assomiglia sempre più di giorno in giorno a un inferno o a una gabbia dorata. I vecchi dei sono fuggiti, i nuovi non sono dei ma idoli di carta pesta; Dio è morto e, a quanto pare, non è ancora risorto. E allora? “Allora, riprendendo i termini del discorso da cui siamo partiti in questo elzeviro, ci sembra di notare – dalla stessa diatriba latente in Vaticano spesso maldestramente smentita – che il tormentato stato complessivo dell’iter segnalato testé, dalla metafisica al nichilismo ‘bifronte’, segnali il tentativo di un recupero di speranza che, forse persino nei termini della ‘vita eterna di un’anima immortale’, sta subendo scossoni di portata epocale, per una cultura cattolica in sommovimento eccezionale ormai da più decenni, anche se palesatisi in gran parte solo con il papato Bergoglio”. D’altronde, se in principio era la gioia, perché non dovrebbe esserci anche alla fine? Eh sì, pare proprio che la speranza in una vita oltre la vita sia dura a morire.

   FULVIO SGUERSO

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