GLI AFORISMI DI MAURO COSMAI
TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 660 del 21 aprile  2019
Tel. 346 8046218
Cinema:The Hurt locker Stampa E-mail
Scritto da BIAGIO GIORDANO   
RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
The Hurt locker

 The Hurt locker (essere feriti in un esplosione o scatola del dolore con dentro i contenuti personali di un militare morto per una esplosione). Film di guerra del 2008 diretto da Kathryn Bigelow, sceneggiatura di Mark Boal giornalista in Iraq e la stessa Bigelow, cast Jeremy Renner (sergente Will James), Antony Mackie (sergente Sanborn), Ralph Fiennes (capo squadra). 

Produzione USA, durata 130 minuti. 

Vincitore di sei premi Oscar: per miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior sonoro, miglior montaggio sonoro, miglior regia, miglior film. 

Il film è incentrato su un gruppo di artificieri e sminatori dell'esercito statunitense in missione in Iraq durante la guerra tra Stati Uniti e Iraq (2003-2011).

Il gruppo di artificieri, specializzato nel neutralizzare ogni tipo di ordigno esplosivo e nel prevenire attacchi di kamikaze, si avventura in una delle  città irachene più colpite dalla guerra, il sergente Will James è il caposquadra di una unità formata dal sergente Sanborn e dal soldato Eldridge, squadra che prima era comandata dal sergente Thompson  morto in seguito all'esplosione di un ordigno iracheno. 

Film originale che fa del documentario ricostruito  sui luoghi dei fatti storici, la sua arma migliore. La ricchezza dei particolari emotivi nelle scene di combattimento, (circoscritte e ampliate nei dettagli fino al limite dell'assurdo) la suspense di guerra costruita sempre a regola d'arte, il messaggio sulle psicopatologie rilasciate dai conflitti armati sui soldati (ad esempio Will James arriva al punto di preferire la guerra alla moglie giovane con il figlio appena nato), le assurdità di numerose azioni militari poste alla deriva del senso per scoppi improvvisi di delirio nei soldati, fanno di questo film un prototipo di lusso di un genere nuovo che sa unire la ricostruzione documentaria dettata da un giornalista testimone dei fatti raccontati con la fiction culturale, quest'ultima orchestrata dalla  regista in modo geniale, la quale immagina, deducendo da parole ben riportate dal giornalista Boal, l'intensità dei drammi avvenuti in un certo tempo e in certi luoghi in Iraq, trovando la lingua fotografia giusta per dare loro risalto. 

      Biagio Giordano  

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