TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XIV
Numero 640 del 11 novembre 2018
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LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
Così cambia il lessico, e il popolo, della sinistra Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Così cambia il lessico, e il popolo, della sinistra

Il ‘68 ha sdoganato la “parolaccia” e ha trasferito nei salotti e nelle stanze della politica  il linguaggio delle carceri e dei postriboli. Poco male, se stemperato con un minimo di ironia, perché ha contribuito a scuotere l’ipocrisia ingessata e sessuofobica ereditata dalla cultura borghese del diciannovesimo secolo. 


Non dire negro al negro e non impelagarsi nei concetti di Patria e Nazione

Conl’inizio del terzo millennio si è finito per esagerare in volgarità ma si è rinunciato alla trasgressione. Infatti, per un verso si sono riportati in auge atteggiamenti della peggiore tradizione anarchica, quella becera ubriacona e disfattista, attaccando i valori robusti cari a tutta la nostra tradizione letteraria, per un altro si sono imposti altri valori, languidi, evanescenti e privi di qualsivoglia radicamento,  ricostituendo un abito untuosamente ipocrita di nuove parole proibite (bisognerà cambiare nome alla scrittrice Ada Negri e alle carte da gioco Dal Negro perché il correttore automatico opportunamente aggiornato li rifiuta) e di aree semantiche sconvenienti. Le vittime più illustri di questo rinnovato bigottismo eversivo sono la parola e il concetto di patria, con il loro corollario di identità nazionale. Che è un concetto elementare, elementare come segno distintivo e tanto fortemente connotato da farne un valore. Eppure, per i cosiddetti intellettuali nei quali si è dissolta la sinistra,  identità e nazione sono concetti complessi, polisemici, problematici o addirittura vuoti e insopportabilmente retorici. La pensa così la democratica Falcone, che pare sia un avvocato (pardon: avvocata o avvocatessa) e come tale si presume abbia alle spalle studi classici, una certa consuetudine con i nostri autori  nonché, ovviamente, con la Costituzione. Che, all’articolo 52, richiama per l’appunto alla Patria imponendo ai cittadini il “sacro” dovere di difenderla. Ma forse i padri costituenti avevano in mente la patria universale, la Terra, il nostro pianeta, suscettibile di attacchi provenienti dall’iperspazio, e quando si riferivano ai cittadini guardavano a tutti i figli di mamma, non certo agli italiani, ci mancherebbe, che sono tali per caso.


Lotta di classe, quando mai?

La lotta di classe. Ecco un’altra espressione da espungere, che fa arrossire, mette a disagio, sconveniente e volgare; prima  si dava addosso all’interclassismo, una delle accuse rivolte alla vecchia Dc e ai partiti laici  nel dopoguerra, ai nemici della classe operaia, della quale i comunisti sarebbero stati l’avanguardia rivoluzionaria. Conservo ancora un’antologia filosofica curata negli anni Settanta da un mio vecchio collega  e edita da Zanichelli: vi si bollavano come traditrici le socialdemocrazie europee, in combutta con i nemici di classe dietro il paravento dell’interclassismo. Perché il Pci era il partito della “classe operaia”, un partito di lotta e di governo, dentro la democrazia borghese per contrastarla con le sue armi, ma anche fuori, per combatterla con armi vere; in parlamento ma soprattutto nelle piazze e, ai bei tempi, con canali sempre aperti verso i comandi del patto di Varsavia, l’antidoto alla Nato. Ora di classi sociali non si parla più: nel vocabolario della sinistra rimangono ancora un po’sfocate voci come lavoratori, donnegiovanipensionati, che nella bocca dei nuovi compagni, da Calenda a Boeri – non dico De Benedetti, tessera n.1 del Pd perché parla poco – suonano come una campana rotta. Del resto i “filosofi” di riferimento della sinistra, e in primis Cacciari, se nei loro giovanili anni sessantotteschi si trastullavano con capitalismo, profitto, classi dominanti e subalterne – lo faceva anche il già maturo Toni Negri – , crescendo – si fa per dire, meglio invecchiando – hanno cambiato spartito e rinnegato Marx  (“io marxista”, dicono, “ohibò, mai stato”) si sono messi a saccheggiare Nietzsche, Heidegger, Wittgenstein per poi precipitarsi su un Platone orecchiato e medioevalizzato e su Parmenide, che più che un filosofo è una suggestione o, a esser cattivi, un paio di frammenti dilatati come un elastico. Però pare che ci sia un pensiero cacciariano e qualcuno mi dice che vi risuona dentro lo spirito di Giovanni Gentile. Come ciò possa essere  fatico a capirlo, considerate le continue professioni di antifascismo del Nostro. Del quale, se esiste un pensiero, deve essere imperscrutabile, a tal punto sublime da risultare inattingibile all’inclito pubblico, o semplicemente arrotolato su se stesso come un serpe.  Insomma la povera sinistra e il povero Pd senza il Bignami del Capitale sono ormai come un cane decerebrato nei laboratori di ricerca americani degli anni Settanta: continuano a latrare ma non sanno più perché, contro chi o contro che cosa e finirà che la loro “falsa rabbia” si rivolgerà verso loro stessi fino a divorarsi.


Dalla rivoluzione permanente alla conservazione

Inutile dire che fra le cattive parole c’è la rivoluzione, quella, per intendersi, di Bandiera rossa, che fino a pochi anni fa risuonava alle feste dell’Unità. Ora è sostituita dall’eversione, naturalmente fascista. E guai azzardarsi a parlare di cambiamento: quello ci porta diritti nel baratro, fuori dall’euro, fuori dall’Europa, fuori dalla civiltà. I giochi sono fatti:  guai a chi si permette di cambiare le carte in tavola, mettere in discussione le regole, gli impegni presi con Bruxelles, le posizioni consolidate, i privilegi acquisiti. Quelli che ieri promettevano di cambiare tutto, che volevano “avanzare” ora vogliono solo “difendere”: difendere i “diritti” per non perdere le loro posizioni di potere. 

Il mangiapreti diventa  defensor fidei

Dal vocabolario dei compagni, e da quello degli eredi di Pannella, è sparito l’epiteto di clericale, leit motiv fra diciannovesimo e ventesimo secolo di anarchici, repubblicani, radicali, socialisti in tutte le varianti, particolarmente rabbioso nei comunisti dopo lo strappo di De Gasperi. Ora i compagni sono diventati baciapile, difensori dell’ortodossia bergogliana, guai toccare il Sommo Pontefice, attenti al verbo del giornale dei vescovi, e più ti sposti verso sinistra più si è restii ad accostare preti e pedofilia. Per rimanere in ambito semantico non solo non si è più anticlericali, avendo rimosso il clericale, ma anche laico non gode più di una buona reputazione. 

Dai lavoratori ai risparmiatori

I lavoratori sono stati sostituiti dai risparmiatori grazie anche al nuovo setting: non più piazze, comizi, urla dentro megafoni; al loro posto composte interviste televisive e ragionamenti (!?) invece di slogan nei talk show. Sostenibilità del debito, impennata dello spread, sfiducia dei mercati. Un lessico nuovo per un pubblico diverso, davanti al quale agitare lo spauracchio del futuro visto che non avrebbe senso soffiare sul fuoco del malcontento per il presente. Ma se il giovane senza lavoro che aspira ad uno stipendio quale che sia è in una situazione psicologica di attesa, come  il precario che sogna il posto fisso, chi il lavoro ce l’ha e non ce la fa a pagare le bollette, le rate del mutuo, la mensa del figlio e vive nel terrore di un imprevisto che gli capiti fra capo e collo, non ha nulla da aspettarsi dal futuro, lui è realizzato, non gli tocca nemmeno la speranza o la consolazione di chi percepisce come transitoria la propria condizione. Questo è l’operaio italiano, l’impiegato, il poliziotto, l’infermiere, l’insegnante. Con lui non funziona lo spauracchio dei mercati; lui non ha paura di perdere qualcosa: parafrasando Marx, lui  sa che può perdere soltanto la propria miseria: non possiede fondi, azioni, buoni del tesoro che lo spread o il crollo della borsa possano mettere a repentaglio.  E questa è ormai la maggioranza degli italiani, degli operai e di quello che un tempo era il ceto medio.


Pd e Forza Italia: un blocco d’ordine conservatore diviso solo sull’accoglienza

“Abbiamo sbagliato qualcosa nella comunicazione”, dicono i compagni. Se questo è il loro mea culpa si capisce come continuino ad affondare. Il loro elettorato virtuale è ormai lo stesso di quello di Forza Italia, la “casa dei moderati”, e almeno sotto il profilo sociale  c’è da credere che finiranno per convergere in una medesima forza politica. Quello che al momento li distingue è la patina di ipocrita buonismo che riveste il Pd, che rivela sul tema dei migranti la sua dipendenza diretta dalle lobby internazionali che hanno dato la stura all’invasione. A questa patina rinviano le altre novità lessicali della sinistra, dalla solidarietà al razzismo, passando attraverso l’accoglienza, l’integrazione, il multiculturalismo.  Su questo terreno scivolano quelle frange minoritarie della sinistra che hanno saputo sganciarsi dalla linea del partito. Fassina, per esempio, riconosce tranquillamente che l’azione di governo sulle pensioni e sul contrasto alla povertà è sacrosanta ed è assurdo contrastarla; ma quando si tratta di migranti perde anche lui il contatto con quella che potrebbe o dovrebbe essere la sua gente. Non capisce, non vuol capire, che c’è un fastidio crescente, un’insofferenza palese, un’esasperazione e una rabbia che rischia in ogni momento di traboccare contro rumeni, neri, nordafricani. E sono sentimenti che non risparmiano la maggioranza di quelli che continuano a votare per il Pd.  Tanto ha fatto la sinistra con la sua dissennata politica dell’accoglienza per servilismo verso i signori della finanza globale, verso le logge, verso il Vaticano, che ha infettato il popolo italiano con un morbo dal quale sembrava immune. E continua a non rendersi conto che mentre accusa la Lega di fomentare il razzismo il razzismo è già entrato in circolo nel corpo della nazione proprio per una sua precisa responsabilità. Come ai vertici della sinistra si sia potuto credere di poter impunemente far entrare centinaia di migliaia, anzi milioni, di persone senza lavoro, senza radici, destinate a costituire una comunità separata all’interno della comunità nazionale, è un mistero che né l’interesse né le pressioni esterne e interne riescono a giustificare. Forse è solo incoscienza e stupidità.


E, a proposito di stupidità e di ignoranza

“Ci impegniano perché quella scritta che accomuna le camicie nere ai caduti delle forze armate venga rimossa”.  Così in una nota del Pd Liguria. E per carità di patria, e per rispetto di chi mi ospita, non riporto le parole dei rappresentanti di Anpi, Arci, Verdi (esistono ancora?), di consiglieri comunali e, ahimè, di una povera anima pentastellata, Poi, quando quattro teppisti da loro aizzati divelgono la lapide, si dissociano, non è questo che volevamo e via lagnando.

Per sentirsi vivi i compagni hanno bisogno di una periodica iniezione di antifascismo. Questa volta, duole dirlo, è toccato proprio a Savona e sono in tanti che si sono coperti di ridicolo. Nella lapide posta per ricordare i caduti nella seconda guerra mondiale sono, fra gli altri, menzionati i reparti delle  Camicie nere. Nati da una costola della MVSN erano un corpo di volontari inquadrato nel regio esercito durante la guerra con uno status proprio, mostrine e gradi diversi, il fascio al posto delle stellette e una catena di comando che faceva capo al Presidente del Consiglio invece che al re.  Venne impegnato soprattutto in Africa (da non confondere con i volontari del battaglione Giovani fascisti, in grigioverde e con le stellette, distintisi nella battaglia di Bir el-Gobie) e nella campagna di  Russia, dove i suoi effettivi furono praticamente annientati. Sciolto alla fine del 43 non ebbe niente a che fare con la RSI e con la resistenza. Bene, quei ragazzi che combatterono per la Patria – 90 medaglie d’oro – nel biennio 1919-21 quando  rossi e neri si scannavano fra di loro e le squadracce fasciste distribuivano manganellate e olio di ricino non erano ancora nati;  ma i compagni hanno le idee confuse e l’espressione ‘camicie nere’ fa scattare un riflesso condizionato. Non sto a ricordare che prima  del 25 luglio o, se vogliamo, prima che la guerra prendesse una piega deludente, il 99,99% degli italiani erano fieramente fascisti,  anche nelle città medaglie d’oro della resistenza, e consideravano un grande onore poter indossare la camicia nera; mi chiedo però dove il compagno ha trovato notizia di case del popolo da bruciare negli anni Quaranta, quando le case del popolo – case del fascio si chiamavano - e i circolini erano tutti emanazione del regime.  Crassa ignoranza, della quale è partecipe anche l’esponente grillino, a riprova del fatto che il movimento, se non vuol diventare la zavorra della coalizione, deve fare un po’ di pulizia,  una sorta diKulturkampf al suo interno, o cambiando le persone o indirizzandole verso qualche percorso di studi accelerato. 


Ma non è solo ignoranza. È anche e soprattutto mancanza di pietà. Posso capire chi si sente cittadino del mondo e guarda con diffidenza al patriottismo ma quest’odio sconsiderato di fronte alla morte no, non è tollerabile; non è possibile andare su una lapide col nastro adesivo per coprire il ricordo di giovani vite spezzate. E, se mi fosse possibile, vorrei chiedere a quel signore che prima ha sottratto alla vista il nome nefando e poi ha coperto la lapide con un sacco e agli altri che gli hanno fatto corona se  per suggellare la damnatio memoriae di quei ragazzi non sarebbe il caso di confinarne le spoglie anonime in un luogo dove ripetere gli orrendi rituali di piazzale Loreto. L’antichità  ha offerto spesso lo spettacolo di un’umanità feroce e ottusa. Il progresso e la civiltà sono purtroppo una pia illusione, niente cambia, evidentemente, come diceva Rimbaud: “Le monde marche! Pourquoi ne tournerait-il pas?”.

  Pier Franco Lisorini

    Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

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