TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XIV
Numero 645 del 16 dicembre 2018
Tel. 346 8046218
LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA 
Marina Abramovic a Firenze Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   
MARINA ABRAMOVIC A FIRENZE

 E’ aperta dal 21 di settembre a Palazzo Strozzi e durerà fino al 20 gennaio 2019 la mostra Marina Abramovic. The Cleaner  (La pulitrice). Pulitrice di che cosa? A questa domanda l’artista ormai settantaduenne, nata a Belgrado ma naturalizzata statunitense, celebre per le sue performance estreme e autolesionistiche, ha risposto così alla giornalista (Manuela Gandini su la Stampa di giovedì 20 settembre 2018) che l’ha intervistata in occasione di questa retrospettiva che comprende cinquant’anni di attività, dalle prime pitture su tela alle installazioni e alle performance “terapeutiche”, ricostruite dal vivo tramite performer, attori e danzatori appositamente selezionati e formati: “La pulizia fisica, emozionale e mentale è quella che dovremmo praticare astenendoci a volte dal mangiare, dal parlare e facendo esercizi fisici e psichici per raggiungere lo stato di purezza del corpo e dell’anima. La mostra è il prodotto di questa pulizia”.

Essere puliti dentro ci permette anche, eventualmente, di esibirci nudi in pubblico senza imbarazzo e senza vergogna: c’è forse qualcosa di vergognoso nel nostro corpo?  Adamo ed Eva non si vergognavano di aggirarsi nudi nel Paradiso terrestre prima che Eva gustasse (si fa per dire) il frutto proibito. Ecco, le performance di Marina Abramovic intendono liberare se stessa e il pubblico dai falsi pudori, dalla paure, dalle reticenze e dalla schiavitù delle convenzioni sociali che costringono le nostre esperienze in ambiti ristretti e non concepiscono gesti che non siano finalizzati al piacere o al guadagno. L’artista interprete della  “Performance art” invece non ha altro fine che esprimere la propria libertà creativa e quindi può offrire l’esempio di una vita aperta a sempre nuove esperienze, anche alle più estreme, come quelle che vanno al di là dell’arte stessa: “L’artista deve avere una responsabilità sociale molto più grande di quella che ha attualmente. Credo che l’arte debba servire l’umanità. Prima serviva la chiesa, il papa, l’aristocrazia. Ora serve l’industria e gli elementi materiali, ma deve diventare più sociale e spirituale. Deve andare in profondità nella collettività. Il mio lavoro non è limitato al mondo dell’arte, à molto più esteso…”. Si pensi, ad esempio, a Rhythm 0 (1974) presso lo Studio Morra di Napoli in cui Marina dispone settantadue oggetti su un tavolo coperto da una tovaglia bianca in una stanza suddivisi in oggetti di piacere come una piuma, una bottiglia, un paio di scarpe, ecc; oggetti di dolore: una frusta, catene, martelli, ecc. , e oggetti di morte: lamette e una pistola carica. Al pubblico vennero date le seguenti istruzioni: ‘Sul tavolo ci sono 72 oggetti che potete usare su di me come meglio credete: io mi assumo la totale responsabilità per sei ore. Alcuni di questi oggetti danno piacere, altri dolore’- Dopo qualche perplessità, pudore  e ritegno iniziali, una parte del pubblico si scatena: il vestito di Marina viene tagliato con le lamette, che vengono poi fatte scorrere sulla nuda pelle dell’artista. Alcuni le succhiano il sangue dalle ferite e tentano un approccio sessuale violento; altri la difendono formando una barriera protettiva.

Il punto estremo, che ha determinato anche la fine della performance per l’intervento degli spettatori a protezione dell’artista,  è raggiunto quando  nelle mani di Marina qualcuno mette la pistola carica, appoggiata al petto e puntata verso il collo, con un dito sul grilletto. O a The Lovers. The Great Waik Wall (1988): quando, dopo dodici anni intensamente vissuti, l’ amore tra Marina e l’artista  tedesco Ulay volge al tramonto, i due amanti decidono di partire a piedi dagli estremi opposti della Grande Muraglia cinese per incontrarsi a metà strada e dirsi addio. O a Balkan Baroque (1997): l’artista serboamericana ha pulito per tre giorni un mucchio di ossa di animali con una spugna. Evidente allegoria contro gli orrori della guerra nei Balcani, che le ha fatto vincere il Leone d’Oro alla Biennale veneziana di quell’anno. O alla famosa performance del 2010 al Moma di New York intitolata Artist is present: Marina rimane per tre mesi seduta sette ore al giorno a capo di un tavolo rettangolare senza bere, senza mangiare, senza mai alzarsi nemmeno per andare in bagno, mentre gli spettatori, a turno, si siedono all’altro capo del tavolo per fissarla e farsi fissare negli occhi. Dalla registrazione video vediamo che molti si commuovono fino alle lacrime. La performance finisce quando (a sorpresa?) si presenta Ulay e a commuoversi fino alle lacrime questa volta sono entrambi gli artisti. Un’idea fissa della Abramovic è quella che l’arte deve essere per tutti e che tutti possano essere o diventare artisti: “Ciascuno – prosegue Marina nell’intervista citata – ha veramente bisogno di sentirsi parte di qualche cosa. Oggi è essenziale.

La società ti indirizza su tutto. Cosa devi mangiare, cosa devi indossare, cosa devi comprare. Devi ritrovare la tua essenza. Il mio lavoro è fatto per dare a tutti la possibilità di esperire questo spazio. La comunità artistica è piccola mentre l’arte deve essere per tutti, tutti devono avere la possibilità di partecipare”. Giusto, ma partecipare a che cosa? Basta fissare negli occhi per qualche minuto Marina Abramovic per diventare artisti? Non sarà una favola, sia pur raccontata con le migliori intenzioni,  quella dell’arte per tutti? Sarà una favola per altri, non per lei: “Occorre un apprendimento semplice. Io posso parlare del mio lavoro allo stesso modo con lo spazzino e con il presidente della repubblica, usando lo stesso linguaggio”. Che è fondamentalmente il linguaggio del corpo, degli oggetti usati e, al limite, della vita stessa. Ad esempio, nel 2002. Marina ha costruito presso la Sean Gallery di New York un ambiente domestico stile Grande Fratello con pareti trasparenti in cui ha vissuto per dodici giorni in totale monastico silenzio e senza mangiare. Il pubblico la vedeva mentre dormiva o meditava o, siccome il corpo ha le sue esigenze, anche quando usufruiva del bagno. E’ qui evidente la volontà di abolire del tutto il dualismo pubblico-privato, esterno-interno e, tendenzialmente, visibile-invisibile (o dicibile-indicibile). E’ come se l’artista ci dicesse: vedete, io non ho niente da nascondere, mi espongo senza timore ai vostri sguardi comprensivi o incomprensivi, ai vostri giudizi o pre-giudizi, alle vostre critiche e alla vostra curiosità. Ma voi, sapreste fare altrettanto? Che cosa ve lo impedisce? Ecco una domanda a cui varrebbe la pena rispondere.

Personalmente non credo che l’esibizione totale del nostro corpo e della nostra vita privata a un pubblico indifferenziato e anonimo abbia, di per sé. un valore estetico: il bello dell’arte, come quello della natura,  ha in sé qualcosa di misterioso, di indicibile e di inesprimibile che, se per ipotesi fosse  completamente svelato, annullerebbe in un istante tutti i nostri desideri e la nostra volontà di sapere o scoprire la verità su noi stessi e sul mondo in cui viviamo spesso come ciechi e sordi. Quando non ci fosse più niente da sapere o da scoprire a che cosa servirebbe vivere ancora? Certo è che We are all in the same boat , noi siamo tutti sulla stessa barca. E’ la frase del manifesto realizzato dalla Abramovic per la storica  Barcolana annuale di Trieste e che, per  precipitare dai cieli dell’arte contemporanea alle miserie della politica italiana di oggi, non è per niente piaciuta al vicesindaco leghista triestino che vi ha visto un’allusione alla tormentata vicenda della nave “Diciotti”. La Abramovic chiarisce, rispondendo anche su questo all’intervistatrice della Stampa, che “Innanzitutto ho fatto questo lavoro molto prima che venisse bloccata la barca con i rifugiati. Non aveva niente a che fare con i fatti. Il contesto ha fatto coincidere queste due cose. E’ incredibile come una frase possa generare il pandemonio. Gli italiani sono emigrati in America, l’intero pianeta si sta muovendo. Dovremmo ricordarci che noi siamo tutti sulla stessa barca. Quella della frase è l’idea di un piccolo pianeta blu perso nel grande spazio nero e noi siamo quel pianeta e se tu vedi questa immagine sei nel giusto contesto”. Marina Abramovic ci invita all’ umiltà: memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris.

FULVIO SGUERSO 

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