TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XIV
Numero 636 del 14 ottobre 2018
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LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
Lettura di un'immagine: Le cattive madri Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   

LETTURA DI UN’ IMMAGINE 4

“Le cattive madri” (1894)
Olio su tela, Kunsthistorisches Museum, Vienna, di Giovanni Segantini (Arco, Trento, 1858 – sullo Schafberg, Engadina, 1899)

Quando Segantini dipinse questo quadro aveva trentasei anni (morirà cinque anni dopo sul monte Schafberg, di peritonite improvvisa, mentre stava dipingendo all’aperto). Dopo aver assimilato e attraversato con splendidi risultati il naturalismo lombardo dei suoi maestri Mosè Bianchi e Tranquillo Cremona  adottò la tecnica divisionista e, infine, approdò alla poetica del  simbolismo internazionale che caratterizzò la sua ultima stagione creativa influenzata dalla filosofia di Schopenhauer e dalla lettura di Nietzsche, in sintonia con il decadentismo estremo dei Secessionisti viennesi.

Il paesaggio desolato che vediamo ne Le cattive madri si direbbe, infatti, più  lunare che terrestre: quel manto nevoso non ha  niente di “veristico” o di “bozzettistico” nella sua bianchezza incontaminata, e nemmeno la cerchia  delle montagne petrose e deserte che chiudono l’orizzonte di quella landa  inospitale e ghiacciata in cui i pochi alberi scheletrici e contorti sembrano usciti dalla dantesca selva infernale dei suicidi piuttosto che dal paesaggio dipinto da un impressionista o da un macchiaiolo.

In questo quadro la natura appare, se così si può dire, del tutto innaturale, trasfigurata in una visione allegorico-simbolica che, nell’intenzione dell’artista trentino, rappresentasse il destino delle cattive madri, cioè di quelle madri snaturate che rifiutano la missione generatrice che la natura stessa ha affidato alla donna. “Amai e rispettai sempre la donna in qualunque condizione essa sia, purché abbia viscere di madre”, in questa confessione sentiamo tutta la nostalgia di Segantini per la madre, scomparsa ancora giovane, quando lui aveva sette anni. La mancanza della figura materna nella sua vita di artista inquieto che nella sua giovinezza da bohemien conobbe anche il carcere e il riformatorio, spiega la presenza ricorrente del tema della maternità in quasi tutta l’opera del pittore, dall’iniziale verismo al periodo divisionista a quello simbolista. 

Le cattive madri  fa parte di un ciclo ispirato dal poemetto allora  inedito di Luigi Illica (famoso librettista di Puccini, Mascagni, Catalani, Giordano…) intitolato Nirvana  i cui ultimi versi sono dedicati alle “lussuriose” condannate a vagare in una tormenta silenziosa “in vallea livida per ghiacci eterni / dove non ramo inverda o fiore sbocci”; nel paesaggio irreale del quadro scorgiamo una donna nuda dalla cintola in su con i lunghi capelli rossi impigliati ai rami secchi di un albero nodoso e ritorto che campeggia solitario in primo piano, stagliandosi come un orrido arabesco sul bianco della neve e del cielo.  Tuttavia, osservando attentamente verso il seno destro della “cattiva madre” il cui corpo s’incurva e si contorce al pari dell’albero che la tiene prigioniera, vediamo spuntare la testolina di un bimbo intento a succhiare al seno di quella madre che sembra ormai perduta in un’altra dimensione. Malgrado l’apparenza, però, quell’albero non è del tutto morto, se da un suo ramo ancora sboccia il fiore di una vita,  e forse nemmeno la donna è morta, se accetta di allattare il suo bambino. Segantini lascia nell’ambiguità il destino di quella madre, nella speranza che riesca a liberarsi dai rami dell’albero infernale e a scegliere di tornare a essere fonte di vita non più di morte (come d’altronde suggerisce la stessa perfezione stilistica di questo capolavoro: la grande arte, anche quando tratta temi tragici, è sempre un inno alla vita). 

 FULVIO SGUERSO 

 

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