TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XIV
Numero 623 del 17 giugno 2018
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LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
La trappola di Berlusconi... Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
La trappola di Berlusconi: flat tax e equità fiscale
O si restringe la forbice retributiva
o si mantiene la progressività delle aliquote

 Sono bastate le parole di Alberto Bagnai, che, mentre ne confermava l’immediata attuazione per le imprese, rinviava al 2020 la flat taxper le persone fisiche e sembrava sottintendere di volerla spostare alle calende greche,  facendo intanto sparire quel “per le famiglie” su cui insisteva Berlusconi, per scatenare il primo putiferio sul governo gialloverde. Si è fatto subito avanti Schifani per richiamare Salvini all’impegno preso con gli elettori, come se i 17 milioni che hanno votato Lega e Cinquestelle smaniassero dalla voglia di arricchire chi è già ricco per impoverire chi è già povero, poi Romano, quello che aveva minacciato un’opposizione durissima “fuori dal parlamento”, che con la sua insuperabile supponenza sentenziava che leghisti e pentastellati non si erano accorti che l’aliquota unica (al 24%) per le imprese c’è già, fingendo di non sapere che nel Contratto questa riguarda tutti i lavoratori autonomi, e a Romano si accodava una garrula giornalista che non faceva mistero della sua delusione per vedere allontanarsi con “l’unica cosa buona del programma gialloverde” la prospettiva di un suo personale vantaggio. 


Ho già scritto più volte che quella della flat taxper famiglie o persone fisiche che siano è un’idea sciagurata, specialmente per un Paese nel quale, grazie ai partiti (Pci, Pds, Ds, Pd) e sindacati, sono stati gonfiati a dismisura gli stipendi della nomenklatura centrale e periferica. Aggiungo che, per quello che si è potuto vedere nelle bozze e ascoltare dalle parole di Siri (il berlusconino annidato nella Lega), fra abolizione di deduzioni e detrazioni, agevolazioni per le famiglie numerose (quelle rom?) no tax areache appare e scompare come la fata morgana, disabili in casa e franchigie di 3000 euro forse sì o forse no, si è creato un pasticcio e alzato un gran polverone per coprire l’evidenza che  la fattibilità della riforma è legata alla determinazione di farne pagare i costi alla grande platea dei contribuenti con meno di 24000 euro lordi.

In campagna elettorale Salvini ha parlato molto poco e di sfuggita della flat taxmentre ha insistito sulla riduzione della pressione fiscale. Non è la stessa cosa, come non sono gli stessi gli obiettivi che si raggiungono detassando le partite Iva e i lavoratori dipendenti. Nel primo caso si interviene sul bacino dell’evasione fiscale con la speranza di ridurla e si dà più respiro ad artigiani, piccoli imprenditori e giovani che intraprendono una libera professione; nel secondo non ci può essere evasione fiscale perché l’Irpef è di fatto trattenuta alla fonte e lo scopo dichiarato è quello di incrementare i consumi. Ma se a trarne beneficio sono la esigua minoranza di superburocrati, giornalisti Rai o Mediaset come la ragazzotta delusa di cui sopra, gente dello spettacolo o giocatori di pallone che i loro soldi li spendono all’estero, i consumi non solo non levitano ma, al contrario, si contraggono  per l’aumento della povertà assoluta e relativa delle stragrande maggioranza dei contribuenti-consumatori.


Come spesso accade nel nostro Paese ci tocca assistere ad una miscela indigesta di furbizia, ignoranza, pressappochismo e improvvisazione. Se veramente si ha a cuore il bene degli italiani, la giustizia sociale e l’economia, cose che in questo caso possono andare perfettamente d’accordo, e non si sa come mettere in pratica queste buone intenzioni, si prenda pari pari il sistema fiscale di un Paese democratico e liberale come gli Stati Uniti, del quale tutto si può dire tranne che strozzi le imprese o predichi il pauperismo. Certo, personalmente preferirei un sistema svedese, ma non si può aver tutto. Che non ci vengano però proposti come modelli, l’ha fatto Berlusconi, la Russia o Hong Kong, per non dire dell’Ungheria.

I grandi guadagni di artigiani, professionisti, bottegai, piccoli industriali fanno da contraltare ai negozi che chiudono, alla moltitudine di liberi professionisti che gettano la spugna, alle imprese che falliscono. È il mercato, bellezza! Oggi vanno per la maggiore i tatuisti, ieri le agenzie di viaggi, c’è la stagione dei restauratori di mobili e quella di chi monta le tende da sole, c’è stato il boom dei consulenti finanziari e quello degli immobiliaristi. E, fra di loro, qualcuno ha avuto più fortuna e chi meno. C’entra la bravura ma sono le imprevedibili fluttuazioni dei gusti, delle mode ed è in buona sostanza il caso che regge le sorti del lavoratore autonomo. È uno che rischia, se gli va male nessuno lo aiuta, perché dovremmo massacrarlo se ha avuto successo? È un peso per la società? Nelle chiacchiere da bar si tirano in ballo gli ingaggi dei giocatori: se si avesse un orizzonte meno ristretto si parlerebbe anche dei campioni di golf. Ma sono soldi di privati, non li paghiamo noi. Ben diverso è il caso di dirigenti pubblici, di funzionari rai, di grands commise manager di Stato e di aziende solo apparentemente private, a cominciare dalle banche. I loro emolumenti non dipendono dal mercato, dal gioco della domanda e dell’offerta, ma sono uno strumento nelle mani della politica e del sistema, che si tiene buoni i vertici militari, la magistratura, la stampa e occupa tutte le posizioni strategiche con i propri emissari. Tutti questi hanno goduto della complicità dei sindacati, i cui vertici fanno parte della medesima nomenklatura, e si sono messi al riparo dalla progressività delle aliquote gonfiando a dismisura i propri emolumenti. È a questi, che sono poi i principali e diretti responsabili del collasso economico culturale, morale e politico dell’Italia, che dovremmo offrire su un piatto d’argento la flat tax? Sarebbe questo il populismo di rito gialloverde? 


Se all’interno della Lega e dei Cinquestelle fanno fatica a entrare nel merito della questione si interroghino almeno sul perché su questo punto l’opposizione dei salotti e dell’establishmentè così morbida e dalle parti dei forzisti si faccia tanta pressione, fino al limite del ricatto, su Salvini. Se non si riesce da soli a vedere qual è il cammino si abbia almeno l’accortezza di imboccare la strada opposta a quella indicata dagli avversari.

Come i Cinquestelle hanno capito che la realizzazione del reddito di cittadinanza è subordinata ad una completa riorganizzazione dei centri per l’impiego, che ora non servono a nulla se non a garantire uno stipendio a chi, si fa per dire, ci “lavora”, così i leghisti dovranno capire che non dico la flat taxma anche il semplice abbattimento dell’aliquota massima, che è poi appena al 43%, avrà senso solo dopo una drastica revisione dei livelli retributivi nella pubblica amministrazione. Perché non sono gli stipendi scandalosi dei nostri parlamentari il cuore del problema, quelli sono solo l’architrave di un edificio costruito nel tempo dal regime clerico-comunista sulla falsariga del castello che dominava i popoli del contado e dei borghi, una nuova versione dell’aristocrazia che della vecchia non ha né il decoro né i riferimenti valoriali. 


Le forze populiste devono abbattere quell’edificio e con esso le nomenklature che ospita. Il modo migliore per neutralizzarle non è lo spoil system, col quale si rimescola all’interno dello stesso barattolo, ma togliendo loro potere e privilegi, primo fra tutti il denaro. La loro è la boria dei servi dei potenti, dei servitori zelanti e dei cani da guardia del sistema; vanno ricondotte alle loro funzioni e obbligate a riconoscere che il loro padrone sono i cittadini 

Membri grandi e piccoli della nomenKlatura devono capire che sono al servizio del cittadino. Per loro altro che flat tax, per loro fine delle indennità di posizione, dei premi, degli straordinari (che, trattandosi di dirigenti, sono un non senso)

 

  Pier Franco Lisorini

 Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

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