TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 673 del 21 luglio  2019
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Scritto da FULVIO SGUERSO   
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 Strano: le manifestazioni, le esibizioni, i rituali  e le professioni di fede neofascista e neonazista, fino a non molto tempo fa praticate in ambienti ristretti ai margini della società civile, o nelle curve degli ultrà negli stadi,  sono ormai entrate stabilmente con i loro vessilli, i loro simboli e i loro saluti romani nello spazio pubblico e mediatico del nostro Paese, nonostante la Costituzione vieti “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista” e la legge n. 645/1952 sanzioni chiunque promuova od organizzi sotto qualsiasi forma la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente la finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”, senza scandalizzare più di tanto, a quanto pare, l’opinione pubblica attuale, come sarebbe sicuramente  avvenuto, ad esempio, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.


Evidentemente i tempi sono cambiati se persino rappresentanti delle istituzioni democratiche non si peritano di partecipare a raduni dei reduci di Salò, come l’assessora all’istruzione della Regione Veneto, Elena Donazzan (Forza Italia), la stessa che ha definito “una goliardata” la spiaggia dichiaratamente fascista dotata anche di finte “camere a gas”, proprietà dell’imprenditore Gianni Scarpa,  indagato per apologia di fascismo; o come il sindaco grillino di Nettuno, Angelo Casto, che, il 2 novembre del 2016, ha voluto partecipare alla commemorazione dei combattenti della Rsi, nel cimitero militare a loro dedicato; o come il consigliere comunale genovese Sergio Antonino Gambino (Fratelli d’Italia), che ha partecipato, con tanto di fascia tricolore, alla commemorazione al cimitero di Staglieno dei caduti della Rsi, il 30 aprile scorso, insieme ai militanti neofascisti di Lealtà-Azione,  e si potrebbe continuare…Che Paese è mai questo? E’ quello descritto dal giornalista di Repubblica Paolo Berizzi, bergamasco,  nel suo libro Nazitalia. Viaggio in un Paese che si è riscoperto fascista , Badini & Castoldi, 2018, che ora vive sotto scorta a causa delle minacce ricevute. Perché sia chiaro “di che cosa stiamo parlando”, trascrivo  parte dell’intervista rilasciata a Marco Paloschi e pubblicata su “Bergamo News” del 25 aprile 2018: 


-      Che tipo di minacce ha subito?

-      Su internet per tanti anni . Ma ho sempre lasciato correre. Dal 2017 però questi episodi hanno iniziato a ripetersi con frequenza. Minacce di morte via web, striscioni esposti per strada e fuori da alcune redazioni, tra cui Bergamonews nel marzo scorso. Qualche giorno prima mi avevano inciso sulla carrozzeria dell’auto un crocifisso sul cofano, una svastica su una delle portiere e un simbolo delle SS su un’altra. Da lì è iniziata la tutela della polizia. Ma ci convivo in modo sereno. La mia famiglia, in particolare mia figlia di 12 anni, all’inizio era preoccupata. Ma ora ci siamo abituati.

-      Quali gruppi di estrema destra ci sono in bergamasca?

-      Questo fenomeno qui è meno diffuso rispetto ad altre città come Roma, Varese o in Veneto. A Bergamo è ridotto, ma non è che non sia presente. Abbiamo Casa Pound e Forza Nuova, che sono i due principali gruppi. Poi i Mab nazionalsocialisti, che sono gemellati con i neonazisti  Dora di Varese. Si rifanno a Hitler. Queste tre realtà hanno qualche decina di iscritti. E’ una presenza da non trascurare comunque. Sono pericolosi per il messaggio che portano avanti, perché spesso i ragazzi di oggi si lasciano  trascinare.

-      Di cosa parla in particolare il suo libro Nazitalia?

-      Si tratta di un viaggio nell’Italia che si è riscoperta fascista o che forse non ha mai smesso di esserlo. Per fascismo non intendo quello delle camicie nere o dei fez. E’ un fenomeno disomogeneo e quindi pericoloso. Si esprime con forme nuove rispetto a quello che ci ha raccontato la storia. Le idee sono le stesse, ma le forme completamente diverse. Il mio volume racconta con storie, retroscena e inchieste, la permeabilità del nostro Paese. Che per inerzia, senza accorgersi, ha assorbito, tollerato, accettato parole d’ordine e slogan che credevamo dimenticati. Abbiamo accettato ad esempio le ronde, che sono simbolo di una deriva regressiva. In nome di “prima gli italiani” questi gruppi fanno una guerra contro  il nuovo nemico che è lo straniero.


-      Ci sono riferimenti a Bergamo?

-      Sì, ce ne sono alcuni. Come il corteo di Forza nuova del 2009 con il fondatore Roberto Fiore e don Giulio Tam, prete nero ora scomunicato. Sfilavano per l’apertura della loro sede con caschi bastoni e facendo il saluto romano. Fu una giornata di scontri violenti con i centri sociali che manifestavano dal fronte opposto. Io c’ero e mi colpì in particolare la presenza di questo prete, proprio in una città cattolica come la nostra.

-      Tratta anche la politica attuale nel libro?

-      Certo, in particolare di “fascioleghismo”. Si tratta di un esperimento creato da Matteo Salvini che con la Lega ha prima appoggiato e poi  ha preso i voti dell’estrema destra. Lui ha sempre minimizzato l’estremismo nero. Anzi, lo ha caldeggiato. Salvini ha trasformato il partito, lo ha aperto all’ultradestra, che ad esempio Bossi aveva sempre ripudiato. In questo modo ha raccolto quei consensi che gli hanno permesso di trionfare alle ultime elezioni del 4 marzo.

-   Perché nel 2018 è ancora importante parlare di questi temi?

-      Perché da un po’di tempo i fascisti hanno rialzato la testa e il braccio destro a loro tanto caro. Sono alla ricerca di una legittimazione da parte dell’opinione pubblica e mischiando beneficenza e violenza sono riusciti a riaffermare le proprie idee sia nella piazza che sul web. Spesso in questi anni si è banalizzato e molti hanno fatto finta di non vedere. Anche a sinistra, come Renzi che dopo la tentata strage di Macerata non ha preso una posizione netta. Questo è molto pericoloso perché offre  occasioni a queste formazioni di riuscire a occupare spazi e a entrare nel discorso pubblico.

 

Questo il quadro delineato da Paolo Berizzi, dal quale emergono chiare e nette anche le responsabilità di una sinistra che è tale solo di nome (anzi, per Renzi, nemmeno di nome). Ora è vero che la storia non si fa con i “se” ma come non pensare che se la cosiddetta sinistra non avesse abdicato alla sua originaria vocazione di difesa delle classi subalterne ai potentati economico-finanziari nazionali e internazionali; se almeno avesse dato prova di agire nell’esclusivo interesse del bene comune e non solo della propria parte; se si fosse battuta strenuamente per l’abolizione degli odiosi privilegi della ”casta”; se avesse proposto e approvato norme di legge contro le scandalose liquidazioni e pensioni d’oro dei supermanager di Stato e abolito i vitalizi anche agli ex parlamentari (oltre ad aver prima dimezzato il loro numero e i loro stipendi); se non avesse abbandonato le periferie metropolitane al degrado, allo spaccio, all’abusivismo e alla guerra tra poveri e, infine, se non fosse diventata anch’essa “casta” lontana dal “popolo sovrano”, forse ora non saremmo costretti a subire le provocazioni dei neofascisti e il loro radicamento nel territorio e nelle amministrazioni locali.

Niente di più sbagliato che reagire con la violenza a quelle provocazioni, i lacrimogeni e gli assalti alle loro sedi da parte degli antagonisti e sedicenti antifascisti non fanno che portare acqua al loro mulino; il neofascismo va combattuto sul piano politico e culturale. Quanto poi a smascherare la malafede di chi afferma che il fascismo è morto e sepolto, basti l’opuscolo di Umberto Eco su Il fascismo eterno, ripubblicato da La nave di Teseo, nel 2017: “Ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l’ Ur-Fascismo’, o il ‘fascismo eterno’. L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: ‘Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!’ Ahimè, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo”. E soprattutto in quella parte del mondo e in quel tempo in cui, volenti o nolenti, ci troviamo a vivere.

    FULVIO SGUERSO 

 

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