TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XIV
Numero 627 del 15 luglio 2018
Tel. 346 8046218
LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
Perchè cresce la povertà Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
PERCHÉ CRESCE LA POVERTÁ
[Un po’ di luce sul nostro sudato denaro]

 In epoche protrattesi sino a non molto tempo addietro, la povertà era assimilata alla carestia, a sua volta dovuta a calamità naturali, epidemie, saccheggi di eserciti invasori ed altro ancora. Se i campi non producevano più, o ciò che producevano finiva in mani ostili, non c’era di che sfamarsi.

Ciò vale ancora nei Paesi più arretrati, o meglio non in grado di sopperire alle carestie per cause naturali, quale la siccità, o al saccheggio del proprio territorio (oggi assai meno ad opera di eserciti, bensì di multinazionali) ricorrendo al saccheggio dei raccolti di qualcun altro.

Se invece ci spostiamo nei Paesi più “avanzati”, le ragioni della povertà in costante crescita dobbiamo cercarle altrove. E forse qualcuno si stupirà che, nel ricercare le origini della povertà, non indichi i campi abbandonati o convertiti in aree fabbricabili, pur avendo questo fenomeno una parte non secondaria, vista l’estesa cementificazione del territorio fertile. Partirò invece da qualcosa di molto più astratto: il denaro. Cerchiamo di comprenderne l’intima natura, partendo da un nostro titolo di debito, come un assegno (o una cambiale), per poi raffrontarlo con una banconota.


 Ogni mio assegno è un mio debito, quindi lo segno al passivo

Se io tenessi un libro mastro delle mie entrate (attivo, credito) e uscite (passivo, debito), annoterei il mio assegno nel passivo, in quanto al suo incasso da parte del beneficiario, corrisponderà un ammanco nel mio conto corrente (la cosa è ben visualizzata anche nel mio conto corrente online, dove i bonifici verso terzi sono segnati in rosso; e in nero quelli ricevuti).

 Supponiamo invece, per assurdo, a fini esplicativi, che io avessi la facoltà di emettere un assegno trasferibile e senza data di scadenza. Chi lo riceve potrà usarlo per un proprio acquisto; e a sua volta il nuovo possessore potrà farne analogo uso per un successivo acquisto, e così via. In altri termini, questo mio strano assegno non potrà mai esser messo all’incasso presso la mia banca: avrebbe cioè corso “forzoso”, in quanto tutti sarebbero tenuti ad accettarlo e a riusarlo, come fosse una banconota sotto mentite spoglie.


Dollaro convertibile in oro: è un debito dello Stato, quindi va al passivo

Una banconota, appunto! Con la differenza della firma dell’emittente: la mia, per l’assegno, quella del governatore della banca centrale per la banconota.

C’è un’altra importante differenza: che io non metterei questo mio assegno al passivo (debito) sul mio libro mastro, bensì all’attivo (credito), in quanto la sua emissione è equivalsa ad un introito di pari importo da non specificata fonte; e grazie ad esso ho potuto appropriarmi di un bene o servizio di quello stesso valore. In realtà è il resto della comunità che me ne ha fatto dono “a sua insaputa”con l’atto stesso di considerarlo valido per la successiva serie di scambi commerciali. Questo, in pratica, è lo stesso meccanismo della moneta falsa, che comporta un vantaggio soltanto per colui che l’ha fraudolentemente stampata e messa in circolazione: per il falsario le sue banconote sono titoli di credito, non già di debito!

 
 Dollaro della Fed ed euro della BCE, non convertibili, non sono debiti di Fed e BCE; pertanto sono attivi, ma li si segna al passivo

In quale caso l’emissione di banconote non rientra nella suddetta descrizione, e quindi deve considerarsi legittima e non truffaldina?

La risposta è molto semplice: nel caso sia lo Stato ad emetterla. Lo Stato si avvarrà di una propria stamperia, ad es. l’Istituto Poligrafico, e apporrà la moneta emessa all’attivo, in quanto, avendo corso forzoso, nessuno può pretendere di farsela convertire in oro, argento o altri beni fruibili dalla banca centrale statale. Trattandosi di moneta apposta all’attivo nel bilancio dello Stato, il suo importo andrà annotato come entrata fiscale e concorrerà quindi ad alleggerire l’imposizione di tasse e tributi sui cittadini; mentre oggi, per pagare opere pubbliche dello stesso importo, deve, appunto, tassarci.


Dollaro dello Stato (emesso da JFK): va segnato all'attivo perchè non costituisce un debito verso nessuno

Si noti che, fintanto che la moneta pubblica recava la dicitura “pagabile a vista al portatore”, e quindi quest’ultimo poteva richiederne –almeno in teoria- la conversione in oro o argento, l’emissione di moneta veniva correttamente apposta al passivo nel bilancio statale, in quanto era richiesta l’esistenza di un sottostante, a garanzia della sua convertibilità in beni concreti. Le riserve auree degli Stati sono sorte proprio a tale scopo, anche se soltanto a titolo simbolico, dato che la loro entità è ormai una minima frazione del monte valutario circolante.

Il paradosso è che lo Stato si è ritirato da tempo dalla sua funzione di creatore di moneta, avendola ceduta, per gradi e all’insaputa della popolazione, a banchieri privati, che, pur svolgendo la sola funzione tipografica, si sono associati in una Banca Centrale privata (da noi la BCE, la Federal Reserve negli USA, e così via), la quale s’è accaparrata tutte le prerogative dello Stato, in primis quella di appostare la moneta emessa non già all’attivo nei suoi bilanci, bensì al passivo, sorvolando sul suo corso forzoso e commettendo così un reiterato, macroscopico falso in bilancio.

La differenza è cruciale, in quanto, così facendo, la BCE pretende che lo Stato si riconosca debitore verso di essa di tutta la moneta emessa mediante la cessione di Buoni del Tesoro. Non solo, ma pretende pure un interesse! Si tratta quindi di un colossale scippo di moneta pubblica da parte di un clan di banchieri privati, che la registrano come un proprio passivo, che tale sarebbe solo nel caso in cui chiunque potesse farsi convertire tale moneta in oro. La convertibilità è sparita da un pezzo, ma i banchieri si comportano con lo Stato come se fosse ancora in vigore o come se la loro moneta fosse coperta.


300 euro falsi: non sono un debito del falsario, quindi vanno segnati al suo attivo 

Ergo, lo sbandierato debito pubblico nasce da un falso in bilancio. Pretenderne la restituzione, anche parziale, come impone il fiscal compact, equivarrebbe ad un insostenibile drenaggio di liquidità dal sistema: deflazione. Non è un caso se gli Stati paghino “solo” gli interessi, ma non il capitale fittiziamente “prestato”, rinnovando il prestito ad ogni scadenza dei titoli di Stato, includendo alla bisogna gli interessi che non è riuscito a pagare, nonostante le tosature fiscali.

Quando poi si passa alle banche commerciali, emittenti di oltre il 95% della moneta circolante (scritturale), la situazione è analoga, se si escludono dalla subdola denominazione di attivo in passivo i modesti fondi di riserva presso la banca centrale, che il regolamento interbancario impone per i requisiti di patrimonialità delle banche stesse (tacendo qui dei dubbi, avanzati da più parti, che tali requisiti vengano di fatto rispettati e non aggirati). Si noti che l’appostazione a passivo del denaro emesso dalla BCE e dalle banche commerciali serve a pareggiare il bilancio all’atto del suo rimborso (voce all’attivo), rendendolo così esentasse.

 
Strade in dissesto e anziani indigenti: tra i tanti esiti di una deflazione coatta 

In conclusione, essendo la totalità del denaro circolante emessa a debito dello Stato e della società verso le banche emittenti, centrale e commerciali, con l’ulteriore aggravio di un interesse, ne discende che le cicliche crisi che affliggono la società sono artefatte e responsabili del suo depauperamento, a vantaggio solo degli “eletti”che dispongono del privilegio della creazione monetaria. Restituire allo Stato questa prerogativa significherebbe azzerarne il presunto debito e smascherare l’infamia della crescente imposizione di tasse e balzelli per sopperire al salasso della cupola bancaria nei confronti dello Stato (debito pubblico), nonché di famiglie e imprese (debito privato).

Quando sentiamo i soloni di Bruxelles ripetere, con eco sui nostri media, dell’indifferibilità del taglio del debito pubblico e della riduzione del deficit, fino al pareggio di bilancio, possibili grazie ad un aumento del Pil, ignorano artatamente che l’una cosa esclude l’altra, in quanto il Pil aumenta se entra denaro, cioè investimenti, pubblici e privati, nel sistema, e non se gliene si toglie. E non si chiedono come mai il debito pubblico, nonostante le cure da cavallo da Monti in poi, continui a crescere. Visto che i conti dello Stato sono sempre in avanzo primario, non sarà che detta crescita sia primariamente dovuta all’accumularsi degli interessi, che, al ritmo di ca. € 70 miliardi l’anno, con tendenza al rialzo, troncano ogni speranza, non solo di crescita, ma anche solo di non decrescita? 

Marco Giacinto Pellifroni   015/04/2018

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