SETTIMANALE anno XVII
n° 741 del 28 febbraio 2021
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L’UOMO AL BALCONE Racconto breve Stampa E-mail
Scritto da Massimo Bianco   
L’UOMO AL BALCONE
RACCONTO BREVE di
Massimo Bianco

(anche da una situazione in apparenza tranquilla può scatenarsi l’orrore, ma…)

 

Un uomo stava affacciato al balcone del secondo piano di una strada assai trafficata e osservava il caotico via vai d’auto, moto o autobus e l’intenso scorrere dei pedoni. Le ore scivolavano via una dietro l’altra, ma lui restava immobile notte e giorno su quel balcone, insonne.

L’uomo al balcone era depresso, viveva solo ed era disoccupato. In effetti era depresso proprio da quando era disoccupato, sostituito nelle vecchie mansioni da moderni macchinari e sconfitto nella sua ricerca d’una nuova occupazione dalla crisi economica, in quel periodo al suo apice. Aveva perciò perso l’equilibrio interiore e per giunta aveva cominciato a soffrire d’insonnia. Si girava e rigirava nel letto senza riuscire a dormire più di un paio d’ore e intorno alle cinque del mattino era già in piedi, più stanco di quando si era coricato.

Non sopportava né di star chiuso tra le mura di casa né d’uscire col rischio d’incontrare conoscenti a cui dover spiegare la propria triste situazione. Abbattuto com’era non desiderava frequentare né donne né amici. Inoltre aveva perso interesse verso qualsiasi svago, sport, cinema, internet, musica o lettura che fosse. Non aveva addirittura nemmeno più voglia di guardare la tv.

Così aveva preso l’abitudine, appena fatta colazione, di sistemare una sedia sul balcone, poggiare i gomiti sulla ringhiera e trascorrere lì le giornate, incurante perfino del sole, che sorgeva intorno alle nove da dietro l’edificio in diagonale e irraggiava la sua postazione durante le sette otto ore successive. Rientrava nel piccolo appartamento quasi solo per mangiare e dormire e usciva da casa appena due o tre volte la settimana, verso le 12,30, quando i negozi erano semivuoti, giusto il tempo per comprare lo stretto necessario dal panettiere e dal fruttivendolo all’angolo.

Si era installato sul poggiolo ad aprile, non appena il clima di quell’inverno particolarmente freddo e piovoso aveva cominciato a permetterlo, e non lo aveva più abbandonato. Vi restava anzi sempre più a lungo via via che la stagione estiva avanzava.

Nella mattinata e nel tardo pomeriggio le rondini si rincorrevano lungo la via, fornendogli un’ulteriore distrazione e anche i piccioni svolazzavano qua e là. A tratti ne studiava i movimenti con attenzione, lo sguardo perso in direzione dei tetti. Presto però finiva per riportare di nuovo gli occhi sulla strada, dove ad ogni ora c’era sempre qualcuno da seguire, un vivace ragazzino diretto a scuola, un’annoiata massaia occupata a fare la spesa, un barcollante nottambulo di ritorno da un qualche alcolico festino…

Appena alzato, a offrirgli distrazione c’era l’edicola di fronte, che apriva già verso le 5,30. L’obeso giornalaio sistemava le riviste in parte all’interno e in parte su cassette strategicamente piazzate sul marciapiede ai due lati dell’ingresso. L’uomo al balcone seguiva sia le sue mosse sia il passaggio di clienti. Di questi ultimi conosceva ormai le abitudini a memoria. Ad esempio, tutte le mattine feriali alle sei meno dieci un signore in completo grigio e cravatta a colori sempre vivaci percorreva tranquillo la via per poi attraversarla e fermarsi ad acquistare il quotidiano locale. Alle sei in punto una signora ben curata si soffermava a salutare l’edicolante. Trascorreva in chiacchiere i quattro o cinque minuti successivi, nell’attesa che il gestore del bar posizionato tre vetrine più avanti si decidesse finalmente a sollevare la saracinesca e ad aprire l’esercizio, quindi prendeva un periodico ogni volta diverso e, con quello sottobraccio, si recava a fare la prima colazione. Nei minuti immediatamente successivi un ragazzone in jeans e camicia a maniche corte passava trafelato e acquistava il roseo quotidiano sportivo al volo… eccetera, eccetera. E col procedere delle ore aumentavano le attività della movimentata arteria e di conseguenza pure il numero di passanti da analizzare.

Osservava tutte queste persone e, domandandosi quale potesse essere la loro vita, si trovava senza quasi accorgersene a fantasticare sulle loro esistenze e a chiedersi quanto sarebbe stata diversa la sua, di vita, se in un qualsiasi momento passato si fosse legato a qualcuno di costoro. Il più delle volte, pensava, in fondo è solo il caso a farci fare conoscenza con l’uno anziché con l’altro e non sempre il caso è magnanimo. Ragionava così perché, frustrato com’era per alcune vecchie scelte errate, gli era venuta un’autentica ossessione per i cosiddetti bivi dell’esistenza. Per cui prendeva in considerazione, a turno, alcuni momenti topici del suo passato e cercava d’immaginare cosa gli sarebbe potuto accadere se avesse o non avesse fatto tot o se non avesse mai incontrato Tizio o Caio e avesse piuttosto fatto amicizia con Sempronio o Pincopallino…

E naturalmente l’uomo al balcone conosceva anche gli orari degli abitanti del palazzo di fronte, a partire dai dirimpettai: secondo piano, quinta, sesta e settima finestra da sinistra. Si trattava di una coppia sulla tarda quarantina. Lui era un impiegato alle poste, massiccio, stempiato e con folte sopraciglia, lei una bidella alle scuole medie inferiori, secca, avvizzita e occhialuta e ambedue erano tanto irritabili quanto svogliati. In estate le finestre di quell’appartamento restavano aperte tutta la notte e alle sette meno dieci se ne sentiva suonare la sveglia. Trascorrevano però sempre diversi minuti prima che i due trovassero la forza d’alzarsi e mettersi in movimento. Poi, mentre l’uomo si recava in bagno, la donna preparava la prima colazione per entrambi.

Insomma, osservare tutti questi sprazzi di esistenze altrui era diventata la sua ragione di vita. Era un comportamento malato, lo sentiva, ma non poteva farci nulla.

Tra parentesi numerosi residenti della zona avevano finito per notare la costante presenza dell’uomo al balcone e alcuni di costoro, dopo l’iniziale moto di curiosità, avevano pure cominciato a infastidirsene. In particolare era soprattutto la bidella a sentirsi spiata. Aveva la spiacevole sensazione che il vicino se ne stesse sul terrazzino espressamente per lei e, benché non avesse dopotutto nulla da nascondere e costui non l’importunasse in alcuna maniera, non ne sopportava la presenza e iniziava addirittura ad odiarlo. In più di un’occasione, in genere quando era già nervosa per via di uno dei suoi abituali litigi col consorte, gli aveva vanamente inveito contro. Per farla contenta il marito un paio di volte era anche andato a citofonare al dirimpettaio per lamentarsi, senza peraltro che questi si prendesse il disturbo di rispondere, per cui si era dovuto accontentare d’urlare da sotto, insultandolo e maledicendolo. Verso metà giugno la donna aveva perfino chiamato la polizia, ma ovviamente dopo averla ascoltata l’addetto di turno le aveva spiegato di non poter intervenire. Dopo tutto quell’uomo non dava fastidio a nessuno e, come specificò testualmente il funzionario interpellato, “a patto di mantenersi entro i limiti della decenza, ciascuno sul poggiolo di casa propria è libero di fare ciò che vuole.”

Peraltro l’uomo al balcone trovava così piacevole starsene stravaccato sulla sua comoda sedia di tela a godersi il dolce sole primaverile e la ventilata frescura serale, da essere del tutto impermeabile alle lamentele altrui. In effetti neppure la pioggia lo disturbava, almeno finché non si trasformava in un tale diluvio da costringerlo a trovare provvisorio rifugio dietro la finestra della cucina.

Verso fine giugno aveva però iniziato a far caldo, molto caldo, con temperature di gran lunga oltre i 30 gradi e un elevato tasso d’umidità ad accrescere la sofferenza, tanto che in tv parlavano di temperature percepite prossime o persino superiori ai 40°. Già intorno alle dieci del mattino il sole prendeva a picchiare assai duro e ben presto il pover’uomo non riusciva più a seguire lucidamente le attività circostanti e si perdeva in silenziosi vaneggiamenti e strane allucinazioni. Guardava le rondini e gli sembravano crescere di dimensioni. In un ultimo barlume di lucidità cercava di rassicurare se stesso: accadeva perché non si trattava di rondini come comunemente si crede, ma dei più grandi e in effetti più diffusi rondoni.

Continuando però a guardare tali uccelli volare frenetici e felici sui tetti, finiva per convincersi che fossero davvero troppo grandi e non potessero essere neppure rondoni. Corvi, forse? Gabbiani? Aironi, magari?! No, erano nientemeno che pterodattili dalle lunghe e strette mascelle dentate e le membrane alate da pipistrello. E nella sua mente pure i colombi venivano sostituiti da orribili dimorfodonti, inconfondibili con quel loro strano testone dal tozzo becco tipo pulcinella di mare. Sì, ne era certo, intorno alla sua casa volavano proprio quelle due specie di pterosauri, riemerse chissà come dalle pieghe del tempo.

Inoltre il cielo assumeva poco alla volta un’anomala tinta giallastra e i palazzi di fronte non gli parevano più costruzioni umane, ma semmai brulle e possenti montagne calcaree, fittamente erose e bucherellate dal lento e incessante lavorio degli elementi. Ai suoi occhi si era trasformata perfino la via. Gli pareva, infatti, un lungo e stretto canyon formato da un remoto fiume ormai prosciugato e percorso da mandrie di pleistocenici gliptodonti multicolore.

Ma era davvero possibile tutto ciò? Ogni tanto ritornava alla realtà, comprendeva l’assurdità di tali sensazioni e si riscuoteva. Allora i giurassici rettili volanti tornavano a prendere le sembianze di normali uccelli, le rocciose e riarse pareti di fronte ridivenivano gli edifici della sua città, i pleistocenici mammiferi dal carapace corazzato chiamati gliptodonti recuperavano l’autentico aspetto d’automobili e per un poco l’uomo tornava a preoccuparsi di se stesso.

Ciò nonostante non poteva fare a meno di rimanere affacciato tutto il giorno. Mangiava e beveva troppo poco, dimagrendo e disidratandosi. Gli mancava ormai la forza di reagire. E nessuno più lo cercava, neppure i parenti più stretti, fatto questo di cui ogni tanto si rammaricava. Tuttavia, preso com’era da quell’alienante esistenza, dimenticava ben presto il problema.

E intanto non c’erano mai nuvole in cielo. Ogni giorno i raggi solari cadevano a picco, immutabili, intollerabili. Pur evitando il più possibile i lati assolati e le ore intorno allo zenit, i passanti non facevano che tergersi il sudore e il personaggio eternamente intento a guardarli dal poggiolo del secondo piano era sempre più scombussolato, sporco e trasandato.

Si era ormai giunti in pieno luglio senza che la calura accennasse a diminuire e promettendo anzi di perdurare ancora molto a lungo, quando giù in strada, sotto l’appartamento di fianco al suo, l’osservatore notò un operaio intento ad installare due divieti di sosta. Di cosa si trattava? Ne fu incuriosito. Andare a vedere? Nella sua confusione crescente non sapeva più se quello fosse giorno di spesa oppure no. Verificò allora la situazione del frigo e lo trovò desolatamente vuoto. Doveva evidentemente essere già parecchio che non usciva a far compere. E in effetti il suo stomaco, si accorse, brontolava furiosamente. Da quanto tempo dunque digiunava? Sì, occorreva proprio fare la spesa.

Guardò quindi il calendario. Segnava ancora il 28 giugno. Ma da quando aveva smesso d’aggiornarlo? Che giorno si era fatto nel frattempo? Avesse almeno posseduto un orologio con datario. Forse avrebbe potuto scoprire la data esatta attraverso il telefono, se solo si fosse ricordato come si faceva… ma in fondo non aveva importanza. Per intanto si accontentò di costatare l’ora: erano le 11 e 30.

Un’ora dopo, sceso a effettuare i soliti acquisti, verificò che i cartelli annunciavano un trasloco. Poi, una volta rientrato in casa, si preparò un frugale pasto freddo che consumò in pochi minuti, svuotò un bottiglino d’acqua e subito si rimise in osservazione.

Il sole però picchiava e picchiava. Faceva caldo, tanto caldo, perfino di notte. Ormai faticava a capire cosa stesse combinando la gente giù in strada. Si sentiva troppo intontito. Ogni tanto si sorprendeva perfino a parlare da solo. Non sentiva più lo scorrere del tempo…

…E all’improvviso si svegliò. Ma da quanto tempo giaceva lì addormentato? Minuti? Ore? Giorni? Quando era stato buio l’ultima volta? Cercava di rammentarsene… Era mai stato buio?

Caldo. Si sentiva soffocare e pativa il caldo. C’era proprio una afa terribile e aveva la gola riarsa. Sete, sì, ecco, aveva sete, niente fame ma tanta, tantissima sete.

Caracollò fino al frigo, dove contò una mezza dozzina di bottigliette, bene. Ne prese una, bella fresca di minerale gassata, e bevve due lunghe sorsate, poi automaticamente tornò alla sua postazione.

Un giovane imberrettato stava entrando nell’edicola di fronte. Un bambino sui quattro o cinque anni parlava ad alta voce, a chiunque volesse sentire, da un poggiolo del primo piano. In un momento di pausa del traffico automobilistico capì pure cosa andava dicendo. Raccontava al mondo intero d’avere indosso scarpe da donna, di sicuro appartenenti alla madre, e le indicava tutto soddisfatto. Una donna in carne con cortissimi capelli biondi stava ferma davanti alla fila d’auto parcheggiate parlando tranquilla al telefonino. Un tizio dall’aria stanca e mesta passò lentamente lungo il marciapiede, seguito poco dopo da un altro, più arzillo. Una giovane con un foulard procedette in direzione opposta spingendo una carrozzina.

L’imberrettato uscì dall’edicola e svoltò a destra. La bionda in carne intanto si stava arrabbiando e alzava la voce. Gliptodonti barrenti si alternavano ora alle auto strombazzanti e carapaci vuoti a quelle parcheggiate. Due dimorfodonti svolazzarono nei pressi per poi atterrare sul davanzale di una finestra con la tapparella abbassata, da dove presero a fissare l’accaldato disoccupato coi loro crudeli occhi privi di palpebre. Dio che caldo. Insopportabile…

…La bionda al telefono non c’era più, si era allontanata senza che l’osservatore se ne avvedesse. In un qualche momento indefinito il bimbo era a sua volta rientrato in casa e non si scorgeva. Un giovane barbuto passò con in mano una borsetta di plastica della spesa. Faceva caldo, sempre più caldo. Nel bottiglino era rimasta un po’ d’acqua e l’uomo al balcone la svuotò di getto. Notte? Giorno? Confusione, c’era solo confusione nella sua testa. Oh Dio che caldo…

…Intanto nell’appartamento a fianco era iniziato il trasloco. La mobilia più ingombrante, cucina, divano, credenza, scendeva un pezzo alla volta, dalla casa giù in strada, guadagnandosi l’attenzione dell’osservatore… Poi più nulla. In un qualche momento imprecisato gli addetti dovevano aver sospeso le operazioni perché non si vedeva più nessuno. Tuttavia l’automezzo con la scala era ancora parcheggiato lì sotto.

Infine un vociare concitato ridestò la sua attenzione. Marito e moglie dell’appartamento di fronte, cioè l’impiegato postale e la bidella, litigavano gesticolando in maniera scomposta. Stette a guardarli, contento del diversivo.

Dopo un apparente scambio d’insulti, la bidella raccolse un massiccio oggetto oblungo dal tavolo e lo brandì, agitandolo minacciosamente. Per tutta risposta l’impiegato le si avventò contro con un ringhio. I due lottarono strettamente avvinghiati per alcuni secondi, come una tigre dai denti a sciabola e la sua preistorica preda, poi il marito strappò l’oggetto di mano alla moglie e glielo spaccò sulla testa.

La poveretta si accasciò a terra e, dopo qualche attimo d’esitazione, il marito (la tigre?) si accovacciò per vedere cosa le fosse accaduto, quindi sollevò il braccio armato… per finirla (per divorarla?). Si trattava dunque di un classico dramma della giungla?

Ah no, un momento… che zibaldone aveva in testa… era ben altro, purtroppo… il dirimpettaio… aveva assassinato la moglie… Possibile, possibile? Oh no, no… certo doveva aver sognato pure quello, non poteva credere che… eppure… oh Dio.

L’uomo al balcone era rimasto a fissare la scena come ipnotizzato e stava ancora guardando, quando l’impiegato postale si rimise in piedi, stravolto e, voltatosi, s’accorse d’essere osservato. Dalla sua espressione si capì benissimo quale pensiero gli dovette passare per la mente in quel momento: come ho potuto dimenticare la sua costante presenza?

Trascorsero i minuti. O erano ore o addirittura giorni? Il caldo continuava, imperterrito, immutabile e il disoccupato rimase immobile sul balcone, in preda alla sua depressiva apaticità. Nemmeno quel tragico evento era dunque riuscito a scuoterlo a sufficienza da farlo tornare in sé.

Intanto nella casa di fronte c’era un continuo via vai di gente. Infermieri e portantini, agenti di polizia e persone varie, di certo parenti e amici della coppia. E ogni tanto l’impiegato postale, apparendo dietro a una delle finestre, si soffermava a fissare il dirimpettaio con preoccupata intensità. Più tardi andò anche a suonargli insistentemente al citofono, ma come al solito l’uomo rimase affacciato, imperterrito, alla balaustra, così come poco dopo lasciò squillare pure il telefono col medesimo esito: nessuna risposta da parte sua.

Trascorso altro tempo, il sole tramontò e si fece buio e silenzio. O erano la vista e l’udito a calare, incolpevoli vittime del suo stordimento? Sia come sia in seguito il disoccupato riprese a seguire le attività altrui o forse semplicemente tornò la luce dell’alba, portando con sé l’abituale intenso traffico, fino a quando il sole non tornò a scendere sotto l’orizzonte. Ma nella sua mente il palazzo di fronte e la strada sottostante si trasformavano sempre più stabilmente in rupe calcarea e canyon, mentre rondini e colombi riassumevamo le sembianze di pterodattili e dimorfodonti…

…Un colpo secco contro la ringhiera risvegliò all’improvviso l’uomo al balcone. Aprì gli occhi e scosse la testa, frastornato nella scarsa luce dell’imbrunire. Cosa accadeva ancora? Qualcosa toccava la ringhiera. Gli occorse qualche istante per decifrare l’evento: qualcuno aveva mandato a sbattere contro il suo balcone la scala usata per il trasloco. Si rizzò incerto in piedi e si vide apparire davanti una dentatura aperta in un ghigno deforme e… un pugno che stringeva qualcosa. Un pugnale forse? Chi lo stava aggredendo, dunque?

Per un attimo gli era parso di riconoscere il volto del dirimpettaio, ma la sua mentre era troppo confusa. No, decise infine, sbarrando gli occhi terrorizzato nel momento dell’identificazione. Aveva dinanzi a sé uno smilodonte! Dopo aver divorato la vicina, ora la terribile e famelica tigre dai denti a sciabola ce l’aveva con lui, lo voleva sbranare. Le sporgenti zanne crudeli, inizialmente da lui scambiate per pugnali, sporgevano dalla bocca della fiera e tentavano di addentarlo al collo.

“Tu sia maledetta, belva crudele, io mi difenderò con tutte le mie forze e tu non mi dilanierai.”

E ciò detto si trovò a lottare, tanto disperato quanto incosciente, contro il nemico forte e feroce, venendosi a trovare stretto a lui nella mortale lotta corpo a corpo, finché il suo urlo terrorizzato e un tonfo violento non spezzarono la quiete della sera.

 

…Ah il dolore, non posso muovermi… dove sono? Cos’è questo duro pavimento che mi accoglie? E cosa oscura il cielo? Nubi, forse? No, il cielo è sereno… sono invece… pterosauri. Dimorfodonti in volo circolare e radente come avvoltoi in attesa del pasto e sono io, sì, io, il pasto di cui sono in attesa…e mentre i soliti tozzi gliptodonti aggirano il mio corpo disteso e inerte al suolo, i famelici rettili volanti planano sempre più bassi… strano però, non vivevano gli uni e gli altri in epoche diverse?… Piccioni, sono forse soltanto piccioni? …Ah che male…Perché sento tanto dolore? Cosa mi è successo? …E che caos nella mia testa. La vista si annebbia…e non vedo più gli esseri alati, chiunque essi siano. Perché?… Ah, ora capisco, sono stati scacciati dalla tigre dai denti a sciabola, attirata dal buon pasto… cioè da me… oh no, tigre maledetta, perché mi perseguiti?

Tuum… tuum… tuum. Ma che succede ora? Il terreno d’improvviso rimbomba…ed ecco spuntare uno spaventoso mostro… lo riconosco, è un colossale Paraceratherio, il più grande mammifero terrestre mai esistito, immenso nei suoi nove metri di lunghezza, sei d’altezza al garrese e le sue quindici tonnellate di peso… mi schiaccerà, oddio, farà poltiglia di me sotto le sue zampe possenti, ponendo fine alle mie sofferenze, ecco, eccolo arrivarmi, indifferente, addosso…

 

L’uomo al balcone si risvegliò in un letto. Aprì gli occhi, frastornato.

“Ma dove... cosa è successo? Dove mi trovo?”

Perché quello non era il suo letto! Si trovava in un luogo estraneo. Si guardò convulsamente intorno, ma il movimento gli causò un acuto un dolore alla spalla destra e si accorse d’averla immobilizzata. La sua spalla era ingessata, mentre il braccio sinistro era collegato ad un catetere.

Una giovane donna in bianco si sporse verso di lui.

“Stia tranquillo signor Pastorino. È in ospedale e io sono la sua infermiera. È stato vittima d’un brutto incidente, si è fratturato una spalla e quattro costole e ha avuto una commozione cerebrale, ma ora comincia a star meglio. È stato molto fortunato. Lo sa? Con un simile volo sarebbe potuto morire. È un vero miracolo che abbia subito così pochi danni.”

“Cos’è successo? …Non ricordo… Aspetti, aspetti un momento, ma sì… sono stato aggredito, mi ascolti, era… una tigre dai denti a sciabola?”

“Non si agiti signor Pastorino, forse è meglio se le faccio un’altra bella iniezione per farla dormire.”

“No, no, aspetti, ok, ho avuto un momento di confusione, ovviamente, ma… il mio vicino, il signor Bertolacci, ecco ora ricordo, è stato lui. Mi ha aggredito. Ha cercato d’uccidermi.”

“Ma no, cosa dice? Deve anzi ringraziarlo per come le è stato d’aiuto. L’ha subito soccorsa e poi è salito insieme con lei in ambulanza e ha spiegato agli addetti la situazione.”

“Ma davvero? E cosa sarebbe successo, dunque?” Chiese Pastorino, sordamente irritato.

“Lei è caduto dal balcone di casa sua.” Spiegò con pazienza l’infermiera.

“Caduto?” Ripeté lui, perplesso.

“Proprio così. A quanto pare dopo aver preso servizio, gli addetti ad un trasloco sono andati a far colazione lasciando imprudentemente il motore del camion acceso e un passante chissà come deve avere inavvertitamente azionato la scala e quando il montacarichi ha urtato il suo terrazzino lei ha perso l’equilibrio ed è caduto giù…”

“Urtato dal montacarichi, dice!” – La sua irritazione emerse improvvisa – “Ma le pare possibile una simile assurdità? Qualcuno avrà approfittato della scala per aggredirmi, piuttosto.”

“Suvvia signor Pastorino, l’incidente è stato fuori del comune, certo, però pensare addirittura a un tentato omicidio è irragionevole. È la spossatezza a farla parlare così. Sa che l’abbiamo trovata spaventosamente debole e disidratato e sono tre giorni che la nutriamo a suon di fleboclisi?”

“Tre giorni?”

“Sì caro. È stato ricoverato qui tre giorni fa e si è già svegliato due volte prima d’ora, si ricorda?”

“No, a dire il vero no.”

“Me l’aspettavo, ora va meglio, però, si vede, ma non avrebbe dovuto trascorrere tante ore al sole e per giunta a digiuno. Ha avuto un colpo di calore e anche per questo ha perso l’equilibrio ed è caduto in strada. L’eccessiva debolezza l’ha portata anche delirare a lungo, sa? E nel sonno parlava appunto di tigri dai denti a sciabola e di, boh, un paracero non so cosa che voleva schiacciarla.”

“Un paraceratherio, forse. Un tempo m’interessavo di mammiferi estinti, ma che centra?”

“Nel delirio l’avrà forse confuso con l’autobus che stava arrivando quando lei è finito sull’asfalto. Ha frenato appena in tempo, sa? Un secondo ancora e di lei rimaneva solo una marmellata.”

“Capisco. E cos’altro dicevo nel delirio?”

“Ce l’aveva soprattutto col suo vicino, poveretto. A volte sosteneva appunto che l’aveva aggredito, altre volte che aveva ucciso la moglie.” Rispose l’infermiera, sorridendo al ricordo.

“La moglie, ah già, Dio mio che casino ho in testa, non ricordo cosa è successo… aspetti… in effetti qualcosa devo aver visto… ma sì, certo, ho visto…”

“Avrà assistito al tragico incidente domestico occorso alla moglie del signor Bertolacci e ne è rimasto sconvolto.” Lo interruppe l’infermiera.

“Incidente?” Ripeté di nuovo Pastorino, rimasto una seconda volta perplesso.

“Sì, poverina, quattro giorni fa è caduta da una scala mentre puliva il lampadario del soggiorno ed è morta sul colpo. Adesso basta parlare, però. Lei non deve stancarsi troppo. Facciamo così, le do una bella pillola, così dorme ancora qualche ora… da bravo, su, non faccia storie, ha davvero bisogno di riposo, si fidi di un’esperta. Ora le prendo un bicchiere d’acqua… ecco, mandi giù. Vedrà che quando si risveglierà starà già meglio e non penserà più a tutte queste brutte cose.”

L’infermiera uscì dalla stanza e l’uomo al balcone, cioè il signor Pastorino, rimase, sempre più scombussolato, a meditare sugli eventi trascorsi.

Un incidente?Possibile? Beh, tigri dai denti a sciabola e paraceratheri di certo non ce ne potevano essere e tanto meno rettili volanti. Davvero tutto quel sole e quel gran caldo mi devono aver fatto male. Possibile però che mi sia sognato anche il delitto? Potevo essere così sconvolto da scambiare una caduta per un omicidio? E davvero io stesso sono soltanto precipitato dal balcone? Non mi sembra possibile, sembrava…aah… così reale, ma tutto mi si confonde… sì, dev’essere così, un colpo di sole… aah… la mia povera testa, io non so… non…

E il signor Pastorino si addormentò.

Poco dopo il dirimpettaio giunse a chiedere notizie. Sembrava eccessivamente teso e nervoso, ma l’infermiera ne diede la responsabilità a una sincera preoccupazione per la salute del conoscente.

“Buon giorno signor Bertolacci… il suo vicino sta meglio, sì, si è appena addormentato. Non si è, però, del tutto ripreso dal delirio notturno, credeva che lei volesse ucciderlo, si figuri… ma certo che non prestiamo fede a simili sciocchezze, è ovvio, conosciamo bene i brutti scherzi che può giocare l’inconscio. Peraltro già poco fa se ne ricordava in modo assai meno nitido che in precedenza. Quando si sarà del tutto ripreso non penserà più a queste sciocchezze, glielo assicuro.”

Bertolacci ringraziò l’infermiera e si allontanò, visibilmente sollevato.

Massimo Bianco (21/7/’10)

P.S. oltre a questo racconto e agli altri due reperibili entrando dalla home page nello spazio chiamato “ARTICOLI PER AUTORI” e digitando il mio nome e cognome, nell’archivio di Trucioli ne sono presenti alcuni altri intitolati:

FESTA MEDIOEVALE A VILLA CAMBIASO

SAVONA 2037

QUESTIONE DI FEELING

STAGIONE DI CACCIA

TRAFFICO IN CITTA’

Tutti, facilmente recuperabili attraverso GOOGLE digitando Massimo Bianco racconto e il titolo del racconto stesso. Buona estate a tutti.

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