TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XV
Numero 668 del 16 giugno  2019
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I giochi sono fatti e rien ne va plus Stampa E-mail
Scritto da BRUNO SPAGNOLETTI   
I GIOCHI SONO FATTI E RIEN NE VA PLUS

 E’ finalmente finita una delle campagne elettorali più noiose e surreali dal dopoguerra a oggi; una competizione autoreferenziale tra presunti Leader, vissuta più sui Talk Show, sui Social e sulle Piazze virtuali che sul rapporto diretto con gli elettori; un racconto condito con un menù in cui hanno brillato – tranne rare eccezioni - fake news, il nulla sotto vuoto spinto, tensione, allarmismo, odio e rancore razziale, bufale e propaganda virtuale.

Aveva ragione Vittorio Zucconi “ci hanno trattato come bambini di nove anni un po’ rincoglioniti” (salvando l’intelligenza e la vivacità dei bambini), raccontandoci di un Babbo Natale senza sacco tra promesse fasulle, scarsa memoria del passato, violenze e intimidazioni, colpevoli dimenticanze!

Stanotte sapremo se le tendenze dei sondaggi che hanno continuato a evidenziare “non vittorie”, saranno confermate dal voto degli Italiani; lunedì si aprirà una fase confusa, un caos che potrebbe far saltare alcune alleanze pre-elettorali e il cui esito non è scontato, mentre – nei prossimi giorni - sapremo, anche complice una brutta Legge Elettorale, nominativi, appartenenze degli eletti, nonché la nuova composizione del Parlamento.

Il 23 marzo verranno convocate le due nuove Camere per tentare i primi accordi e le votazioni per i Presidenti di Camera e Senato.

Quanto alla possibilità di formare un nuovo Governo coeso e stabile, ci vorrà più di qualche mese, a meno di qualche miracolo di San Gennaro non previsto e prevedibile.

Molti nostri politici se la sono presa con Junker per la semplice verità evidenziata, sul rischio che dalle elezioni “non esca un  Governo operativo con una maggioranza stabile e predefinita”; dove sta lo scandalo? D’altronde in giro per l’Europa ne abbiamo viste di ogni colore; le risoluzioni delle crisi post voto hanno avuto tali tempi biblici da non poterci neppure affidare allo “stellone europeo”: Belgio, Spagna, Olanda, Austria e….persino Germania (oltre sei mesi)!


E allora dove sta la differenza? Dove insiste l’anomalia italiana? Insiste e consiste in almeno quattro fondamentali ragioni (a mio modo di vedere):

1.   In questo scontro elettorale di sparate a salve, promesse, opere e omissioni è venuto completamente meno “il coraggio della responsabilità” collettiva della classe politica attorno a una griglia di valori universali condivisi, che costituiscono il cuore pulsante della nostra Costituzione Repubblicana; alcuni archè che dovrebbero rappresentare il collante non alienabile di una visione “minima” di valori per tutte le forze politiche in competizione…quasi a prescindere dalla loro collocazione a Sinistra, nel Centro Sinistra, nel Centro, nel Centro Destra e nella Destra costituzionale;

2.   Nella competizione appena terminata, è venuto meno “il senso della Verità”, a partire dalle condizioni reali del Paese, dalle poche risorse disponibili e spendibili e dall’urgenza di selezionare (e non moltiplicare) le misure di spesa pubblica verso i più deboli; dopo un mese di campagna elettorale spesa a raccontare promesse irrealizzabili, sono seguite due settimane di emergenze migranti e marce, di manifestazioni e contro-manifestazioni di gruppuscoli neofascisti e centri sociali e di tensioni di piazza come a Macerata, Piacenza, Bologna, Genova, Perugia, Napoli, Torino, Pisa; occasioni di scontro che fisiologicamente sono sempre un regalo meraviglioso alla destra che fa finta di predicare la priorità dell’ordine pubblico per rivendicare leggi liberticide e ricostruire un clima di tensione insopportabile. Film già visti, comprese le parole di chi come Laura Boldrini è convinta che sciogliere Forza Nuova e Casa Pound sia un’ottima idea per risolvere il problema, e non il detonatore che lo fa esplodere definitivamente, in un Paese che ha un debito pubblico al 132% e la disoccupazione all’11%. Viene in mente la lettera del 1973 di Pier Paolo Pasolini ad Alberto Moravia, dove parlava di “arma di distrazione di massa”, ma i nostri Soloni continuano a pontificare sul nulla ex- cathedra;

3.   Il rischio è che in una contesa elettorale in cui ai programmi non ci ha creduto nessuno, in cui le sfide e le fronde interne ai Partiti e alle Coalizioni hanno superato quelle tra le diverse forze politiche, in cui non c’è stato nemmeno uno straccio di dibattito televisivo tra Renzi, Berlusconi, Di Maio e Salvini, ricorrere a feticci e psicosi del passato fosse l’unico modo per polarizzare un po’ l’elettorato, per dare dei riferimenti identitari in assenza di proposte politiche. Eccolo il trucco che c’era e si vedeva pure lontano un miglio! Altro che attualità di fascismo e antifascismo!

4.   La criticità più acuta dello scontro elettorale era ben a monte di tutto! Il problema era proprio che non c’era nessuna elaborazione culturale, nessuna comunità politica, dietro nessuna delle liste che si presentavano al voto, né dietro a ciascun programma elettorale, buono o cattivo, realizzabile o meno che fosse. Nessuno che sia stato in grado di dare voce alla questione generazionale o meridionale, o a chi ha perso il lavoro per colpa di un algoritmo, alla desertificazione economica di alcune aree del Paese (ad es. Macerata, Savona) o alla moderna questione dello scivolamento nella povertà relativa anche per Chi ha un reddito da lavoro o da pensione. Così come nessuno, al pari, è stato in grado di indicare un orizzonte cui tendere - l'Europa politica, un nuovo modello economico fondato sulla conoscenza - e un mezzo per arrivarci, dalla scuola alla nuova manifattura, dalla sanità all'economia verde. Ciò che manca è causa di ciò che rimane, inevitabilmente. E se tutto ciò che rimane è una pantomima del ’45 e del ’68, vuol dire che manca davvero tutto. Comunque vada stanotte, è da qui che bisogna ripartire.


Ma il problema dei problemi, resta la selezione dei Gruppi Dirigenti, del Personale politico e la qualità delle leadership, persino a livello Paese; i Profili intellettuali, politici, culturali non sono neppure lontanamente paragonabili alle Personalità dell’inizio della 2° Repubblica e, tantomeno, della Prima!

Manifestazioni di Piazza che si sono contate sulle dita di una mano, comparsate televisive senza contraddittorio e concordate ex ante, bacheche sui Social somiglianti a TV Sorrisi e Canzoni per socializzare le partecipazioni alle reti televisive, cene e apericene a livello industriale: non è un caso che l’ultimo duello televisivo tra Leader risalga a 12 anni fa (era il 2006) tra Prodi e Berlusconi; mentre in tutta Europa si sono moltiplicate le occasioni di confronto e scontro pubblico tra i Leader sia per la Brexit, sia per le elezioni francesi, olandesi e tedesche (per non parlare del voto americano).

Di che cosa hanno avuto paura i leader italiani, compresi i nuovissimi competitor dei Cinque Stelle, (con l’eccezione di Dibba) che certo non dovrebbero temere la sfida a viso aperto, ne’in piazza ne' in televisione? Perché sono risultati così arroccati, e quindi hanno dato vita a una campagna così noiosa, dove ognuno si è limitato a parlare alla sua tifoseria ? Viene quasi il dubbio che avessero paura di vincere! Oppure il loro segreto pensiero era non perdere, e quindi evitare il rischio di un comizio semivuoto o di una battuta fulminante in diretta? La risposta sta nell’insicurezza di queste leadership, che peraltro ci tengono ad apparire assertive e pugnaci! C’è da riflettere.

In un recentissimo libro, Luciano Fontana, Direttore del Corriere della Sera, “Un Paese senza leader; storie, protagonisti e retroscena di una classe politica in crisi” (Longanesi), impreziosito da una raccolta di vignette inedite di Giannelli, ci offre qualche spunto di riflessione critica, quando racconta l’altra faccia della medaglia: quella di un Paese che ha tanti capitani di ventura, ma nessun vero leader.

Chi riesce a emergere – dice Fontana - si trova presto in balia del fuoco incrociato dei compagni di partito, prima ancora degli avversari. Il suo destino dipende da tutto, fuorché dagli elettori che gli hanno dato fiducia. Oggi ogni forza politica ha un suo volto, ma un vero leader, spiega, non è “un’etichetta” di partito, è “una persona che ha una visione”. Ecco, appunto, la mancata visione oltre la tattica e la congiuntura, è la criticità dell’attuale ciclo politico del Paese.

Dopo la fine dei partiti storici, a destra è nato un partito proprietario, basato sulla personalità di Berlusconi, che ha optato per una selezione della classe dirigente su base aziendale. Dall’altra i partiti nati dalle ceneri del Pci e della Dc non sono mai riusciti a costruire una formazione democratico - progressista che fosse unificante nei volti e nei valori: tanti leader, uno contro l’altro, ognuno pronto a far durare il meno possibile le figure emergenti.


Se si pensa che Silvio Berlusconi, ineleggibile e senza diritti politici di voto, sia ancora il leader maximo, il dominus indiscusso e il regista assoluto dell’alleanza appiccicaticcia del Centro Destra, dopo aver spiaggiato tutti i delfini, si comprende la deriva a cui siamo arrivati, dopo aver rimosso, come d’incanto, il disastro del 2011 con il suo ultimo Governo e con l’identica alleanza con la quale oggi spergiura di salvare il Paese! Ma in che Paese viviamo? Ne abbiamo di memoria storica?

Appare sempre più chiaro che a tutt’oggi non esista un candidato alla leadership diverso da Berlusconi e che, assai difficilmente Forza Italia sopravvivrà al Cavaliere.

Berlusconi è stato sicuramente un leader per il suo rapporto con gli elettori, la capacità di formare un partito inesistente e farlo affermare sulla scena politica per venticinque anni. Quando lui farà un passo indietro, il centrodestra dovrà fare una traversata nel deserto.

La pretesa di Salvini di “subentro” è ridicola e la sua ambizione a fare il Presidente del Consiglio con il 15/16% dei voti, quasi farsesca, come la sceneggiata dell’irreale giuramento sul Vangelo e sulla Costituzione e l’uso improprio dei sacri testi, declinati a mera propaganda politica.

D’altronde è facile ironizzare, visto che la stessa ultima pubblicazione dell’aspirante guida della Coalizione di centro-destra, uscita nel maggio del 2016 per Rizzoli, quasi a voler anticipare gli sberleffi linguistici, si intitolava proprio “Il Vangelo secondo Matteo”. Con sottotitolo però, per specificare che non si tratta di una conversione radicale improvvisa, “Follia e coraggio per cambiare il paese”. E, infatti, sono ovviamente tanti anche gli esponenti direttamente impegnati nel mondo politico o della varie parti sociali, interrelati alla cultura cattolica, a replicargli; come il sindacalista Marco Bentivogli, che scrive: “…Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare, ebbi sete e non mi deste da bere. Fui forestiero e non mi accoglieste…”; “Matteo su quale Vangelo hai giurato? Sai che Gesù era un migrante mediorientale?”.

Come ha scritto Giuseppe Turani fanno sorridere le sue apparizione tv con alle sue spalle, una fila di ragazzotte vestite di verde che inalberano cartelli con su “Salvini premier”, le sue insistenze e le sue comparsate nelle manifestazioni di Partito che inneggiano a “Salvini Premier”! Che dire? Bisognerebbe spiegargli……che senza Forza Italia (cioè Berlusconi) non andrebbe proprio da nessuna parte! Anzi, non avrebbe nemmeno i Governatori di Lombardia e Veneto. Andrebbe, al massimo, in giro per la Val Brembana a infastidire pacifici cittadini nelle osterie, e basta! Ma lui non demorde: “Sarò premier”! Maroni e Zaia sorridono sornioni !Vedremo!

Lasciamo correre le pretese del “sarò Premier” della Giorgia Meloni, perché si tratta di un caso “clinico” più che politico, da studiare nelle Università del Cairo e di Alessandria d’Egitto.


Persino il Movimento 5Stelle, che pur incarna il populismo allo stato puro, non ha preferenze ideologiche di destra o sinistra, (perché inclusivo degli esclusi contro l’establishment) vive qualche contraddizione di troppo nel rapporto con la leadership, sino ad affermare l’esaltazione del non-leader: uno vale uno, i capi sono solo i portavoce del popolo. Alla fine, però, c’è sempre “uno più eguale degli altri”, come nella “ fattoria degli animali” di Orwell. Ci sarà anche la democrazia della rete, ma tutte le decisioni sono in mano a un Comitato molto ristretto, formato prima da Beppe Grillo e Casaleggio padre, ora dal figlio e da Di Maio, che è stato nominato capo politico del movimento senza avere alle spalle una leadership conquistata sul campo.

Tutto ciò premesso andrebbe pur riconosciuto – invece di insistere sulla solfa delle competenze e della congiuntivite acuta – che, negli ultimi mesi, Chi è stato scelto come leader (Di Maio) abbia tentato di imporre al movimento un cambiamento epocale non sempre riuscito (al netto delle ultime parossistiche vicende dei cosiddetti rimborsi e della scelta dei Candidati nei Collegi Uninominali, non proprio fortunata).

Luigi Di Maio, infatti, ha scelto di tentare la trasformazione dei 5stelle da movimento protestatario e anti-sistema, (mediaticamente assai riuscita la presentazione preventiva della cosiddetta Lista dei Ministri, al netto sull’insistenza su “eccellenze” che non vedo) a soggetto di proposta e di governo.

Il nuovo Capo Politico si è voluto accreditare come così ragionevole e motivato ad andare al governo, da essere disponibile a fare alleanze, a mettere da parte le proposte più intransigenti, come il superamento dell’euro via referendum (peraltro costituzionalmente impraticabile) e ammorbidire i toni maggiormente populisti del linguaggio e delle misure da assumere.

Un cambiamento, questo, che Grillo capisce e per certi versi approva, consapevole com’è del fatto che la stagione del “vaffa” era irrimediabilmente destinata a esaurirsi, (come ha dovuto confessare mercoledi scorso), ma di cui non vuole essere protagonista.

Il suo è cinico fatalismo: sa che in un modo – continuare a sbandierare il vessillo dell’anti-politica – o nell’altro, cambiar pelle e diventare un partito vero, i 5stelle così come si sono venuti configurando fin qui sono destinati a morire e preferisce che il boia sia qualcun altro.

Nel libro di Fontana una vignetta di Giannelli, fotografa con grande efficacia le faide interne alla sinistra italiana…una vignetta in cui tutti i leader del centro sinistra sono fotografati frontalmente, abbracciati. Visti da dietro, ognuno ha in mano una pistola, un pugnale, un fucile, un cappio e si prepara al fuoco amico.


Parliamoci chiaro: sono stato “renziano” convinto sin dentro il midollo senza mai mandare il cervello all’ammasso e non me ne pento; perché ancora consapevole che la sua originaria proposta, fosse l’unica spendibile per traguardare l’innovazione riformista e moderna del PD, cambiare questo nostro Paese immobile, stratificato, senza ascensori sociali, consociativo e compromissorio nel suo dna; L’originario progetto di Matteo Renzi  – come ha scritto Angelo Panebianco – è stato l’unico che avrebbe potuto far risalire la china alla politica e provare a reggere la sfida contro la mala pianta dei poteri burocratici che bloccano e ingolfano lo sviluppo del Paese; o, come ha osservato Turani, l’unico che ha tentato di strappare e stressare dopo decenni di accomodamenti consociativi, almeno sino alle elezioni europee del famoso 41 per cento!

Prendo atto che il Progetto e la Giovane Risorsa di Matteo hanno sostanzialmente fallito per un mix di cause e concause che attengono le priorità d’intervento, un’attitudine volta più al comando che alla guida, la selezione di un cerchio magico più prono che competente (a volte imbarazzante), la dilazione del rinnovamento territoriale del PD con la politica dello Struzzo, un carattere troppo arrogante, borioso e supponente, un metodo di direzione non abbastanza inclusivo..

La delusione è stata ancor più cocente cogliendo le diverse fasi della mancata “rivoluzione” renziana: l’azzeramento top down delle relazioni con i corpi intermedi della società civile complessa, il racconto ossessivo delle misure assunte e la narrazione della fuoruscita dalla crisi senza trovare riscontro nelle condizioni materiali del suo popolo e del ceto medio, la personalizzazione dello scontro sul Referendum, la mancata uscita di scena per un congruo tempo sabbatico dopo il 4 dicembre e l’errore ultimo di non aver fatto un passo indietro nella proposta del PD per la Presidenza del Consiglio!

Avesse avuto il coraggio di indicare come nuovo Presidente del Consiglio del PD una rosa comprendente i nomi di Gentiloni, Calenda e Minniti…..forse i risultati di questa notte sarebbero stati migliori per il PD e per il Paese!

Il Paese ha bisogno di prendere fiato dalle prove di forza cui è stato sottoposto in questi anni; Gentiloni – come afferma Giacchetti (che non le manda a dire) – sarebbe complementare senza essere surrettiziamente competitivo, capace di tranquillizzare dopo gli stress-test imposti da Renzi; e lo dice anche Calenda “Gentiloni ha la capacità di affrontare problemi complessi senza trasformarli ogni volta in una questione muscolare tra sé e il Paese”.

La mia impressione è che Matteo Renzi – anche per colpe non sue – è vissuto dal Paese come “non più credibile” a prescindere e che stia salendo progressivamente una particolare “idiosincrasia” verso la sua persona e il suo operato, quasi per moto spontaneo e non contrastabile simile alla pretesa di “fermare l’acqua con le mani”! Cosi la penso e cosi la dico, a costo di diventare ancora più antipatico e anomalo!

   BRUNO SPAGNOLETTI

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