TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XIV
Numero 620 del 27 maggio 2018
Tel. 346 8046218
LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
Dendrofobia (di alberi, arbusti, alberelli... Stampa E-mail
Scritto da MILENA DEBENEDETTI   
 
Dendrofobia
(di alberi, arbusti, alberelli: c'è una spiegazione per tutto)

"È sempre più frequente la richiesta da parte di “proprietari” (anche se un essere vivente non si può possedere, al limite si riveste il ruolo di tutori) di alberi ad alto fusto, di eseguire interventi molto invasivi con forti riduzioni o drastiche capitozzature, motivate dal timore che l’albero sia troppo alto o che si muova eccessivamente durante i temporali o per la preoccupazione di arrecare danni a cose e persone a se stessi o a terzi. In quest’ultimo periodo sono stati eseguiti e approfonditi studi a riguardo che hanno portato alla luce una nuova forma di paura detta DENDROFOBIA.

È definita come una paura persistente, anormale e ingiustificata degli alberi. Chi patisce di questa condizione teme gli alberi e tutto ciò che è in relazione con loro: le foglie, i rami, ecc. Non è una fobia troppo conosciuta come tale, tuttavia è molto comune. I suoi sintomi principali (simili a tutti quelli delle fobie estreme) includono attacchi di panico acuti, difficoltà per respirare, sudorazione eccessiva, vertigini, nausee e vomiti, palpiti, afasia (difficoltà per parlare). A seconda del grado della fobia in ogni singolo individuo, questi sintomi possono essere più o meno marcati. La terapia consiste naturalmente nel affrontare i propri timori, che sono uno tra i più irrazionali, possono essere anche utili le discipline che regolano le energie interne del corpo umano. Nella maggior parte dei casi quelli che patiscono di dendrofobia non sono consapevoli di avere una fobia.”

(Fonte:  http://www.treedoctor.it/articoli/dendrofobia )


 

Ero convinta di fare una battuta sulla paura degli alberi.

E invece no, esiste davvero: questa paura, questa forma di fobia è documentata, come ho constatato dopo una breve ricerca. Si potrebbe argomentare quanto questo “male” ipotizzato e del tutto moderno abbia a che fare con la proiezione delle ansie quotidiane, di una civiltà sempre meno serena, quanto col distacco dalle nostre radici naturali e con l’alienazione urbana, persino di chi va magari a vivere in una casa con giardino, per poi guardare la natura con sospetto.  Ormai tutto può trasformarsi in fobia, persino l’oggetto più innocuo è fonte di ansie.

Solo con manifestazioni patologiche di questo genere si può spiegare la furia da boscaiolo canadese che anima tanti cittadini e si palesa in commenti feroci sui social, inneggianti felici al taglio degli ingombranti, fastidiosi, pericolosi alberi che infestano le distese di cemento.

Come tutte le fobie, non ci si ragiona direttamente, ma si può solo cercare con pazienza di scoprirne le cause e rimuoverle.  Penso che già un recupero del rapporto normale con la natura, città più vivibili, direttive meno schizofreniche, modi di vivere meno ansiogeni aiuterebbero. Così come leggi che tornassero a essere più rigorose e rispettose nei confronti del verde.

Nel caso degli amministratori pubblici, la questione è un po’ più complessa: sono essi stessi afflitti dalla patologia, o sono semplice specchio riflesso di cittadini elettori? Chissà se manifestano “attacchi di panico acuti, difficoltà per respirare, sudorazione eccessiva, vertigini, nausee e vomiti, palpiti, afasia”.

Io propendo per motivi più banali, diciamo terra terra.  Gli alberi sono percepiti come scocciature. Tipo un arredo urbano rovinato da eliminare, perché la manutenzione è troppo costosa.  Come il gazebo dei giardini di S. Michele. Né più e né meno.

A chi si lamenta del taglio di qualche pianta, si risponde sbuffando che ne saranno piantate altre.  “Più belle che pria”. Come se questo risolvesse la questione. E nella loro mentalità la risolve.

Di sicuro non li turba se finiamo in fondo alle classifiche di qualità di vita per l’ambiente, proprio a causa dello scarso e mal curato verde urbano.

Se queste affermazioni sono fatte in buona fede (e non c’è motivo di dubitarne) esprimono totale insensibilità, totale incomprensione.

C’è una sostanziale differenza fra una pianta adulta magari anche pluridecennale, e una piantina da vivaio.  Una bella differenza, di valore intrinseco. Non sono equivalenti, non sono confrontabili. È esattamente il contrario di quello che la mentalità dell’amministratore medio pensa, ossia che nuovo sia meglio che vecchio. Proprio il contrario, in questo caso.

Una pianta adulta e pluridecennale rappresenta in tutti i sensi un VALORE.  Sia valore non percepibile, ma spesso inestimabile, in termini di filtro antinquinamento, di microcosmo urbano, preservazione di equilibri naturali, nido e rifugio di piccoli animali, sia valore materiale del bene in sé. Perciò se sommiamo il valore dell’albero, il costo del taglio e della sostituzione con una nuova essenza, è evidente che la perdita per la comunità è ragguardevole, e non andrebbe affrontata a cuor leggero.

Ohimè, anche in questi casi tutto questo confligge con la mentalità dell’amministratore medio, che vede sempre con estremo favore la possibilità di distribuire appalti ed esibire opere pubbliche. Se poi è per sostituire il bello con il brutto, l’utile con l’inutile, meglio ancora, si sente del tutto appagato e sente di aver svolto con soddisfazione il proprio ruolo.

Da tutto quanto sopra, dal fatto che insensibilità genera insensibilità, trascuratezza genera trascuratezza, constatiamo spesso che, se la manutenzione del verde era costo e scocciatura per l’esistente, non lo è meno per il rimpiazzo.  Le nuove piante quasi certamente non saranno piantumate a regola d’arte, non riceveranno cure adeguate, saranno asfittiche o ben presto da sostituire.

Il bello è che, essendo il concetto matematico di somma algebrica sconosciuto ai nostri amministratori, che sanno fare solo le somme col più, ogni volta si vanteranno dei nuovi alberi come nuovo verde in città, dimenticando di sottrarre quanti alberi presunti “malati” e giustiziati senza pietà vanno a sostituire, quante essenze piantumate e subito seccate o vandalizzate vanno a rimpiazzare, quanto spesso si piantano arbusti o si piazzano vasi stentati al posto di maestose chiome. Si scoprirebbe che la somma finale ha sempre il segno meno.  Sempre.

Ossia, soldi pubblici in fumo.


Chinotto

Poche risorse per la manutenzione e la cura, rischio di caduta di alberi trascurati e conseguenti richieste danni… tagliamo, e via, si fa prima.

Alberi tagliati nel corso di blitz fulminei. Condannati a morte senza avvocati difensori e senza appello. Provvidenziali sentenze di malattie vere o presunte si trovano sempre. Al più, prima si tagliano le radici e poi si dice, ovviamente, che non sono più stabili. E a fronte del ricatto del rischio di cadute, chi si sente di prendersi la responsabilità?

Se agissimo nello stesso modo con i pali, che pure di tanto in tanto crollano, non avremmo cavi elettrici o telefonici, non avremmo lampioni o segnaletica stradale.

Ma no: il problema sono gli alberi.

Quante ne abbiamo viste, in questi anni… L’odio per il pitosforo fu il primo sintomo di dendrofobia.  Di siepi e alberi non se ne è salvato uno. Le malattie hanno sterminato i pochi rimasti.

Nel corso di ristrutturazioni di giardini, architetti di scuola de Chirico, ovvero desolazione e vuoto e assenza di vita, sentenziarono che nulla doveva ostruire la vista.  Le recenti manie sulla “sicurezza” hanno fatto il resto. Così una volta tanto che anticipavamo pratiche originali di architettura “verde”: la barriera resistente di una siepe alta un paio di metri, che ripara in modo naturale dal vento, siamo rapidamente tornati nei ranghi di squallidi modernismi.

Niente del tutto. Oppure nuove basse siepi di altro tipo al posto delle vecchie, che ora ingialliscono asfittiche circondate da erbacce.


 
 Prolungamento

Abbiamo avuto i chinotti conficcati nel cemento in vasi di plastica, e se ne annunciano altri.  Sarebbe da aprire una parentesi: che senso ha piantate tutti questi alberi da frutta in città? Nessuno. Uno o due possono essere simbolici, ma interi filari sono inutili, poco rigogliosi come verde, i frutti contaminati dallo smog e non edibili cadono spiaccicandosi e fanno sporco… Insomma, uno spreco assurdo e velleitario.

Abbiamo avuto piante di rovere che nel vivaio di provenienza dovevano abitare nel braccio della morte, più condannate di Spelacchio.

Poi è iniziata l’epopea dei pini: con le loro enormi radici sempre più in superficie, come volessero sradicarsi e andarsene da Savona sulle loro gambe. E dategli torto.

Pini di via Boito

Pochi lo ricordano, ma prima dei pini in darsena di cui si celebra il triste funerale in questi giorni, prima di quelli di corso Tardy e Benech, furono i pini di via Boito, di fronte alla CGIL.  Tagliati senza pietà e senza proteste, e sostituiti con vasetti.  Erano quasi l’unico verde autentico in zona matitino, escluse le erbette sui garage. Via tutto.  

Via Boito dopo il taglio dei pini

Sarebbe bastato liberare le radici affioranti, senza tagliarle, e farle respirare, erano in un cortile, non su una strada.

Ma no, si sarebbero sacrificati due o tre sacrosanti parcheggi. Sacrilegio e abominio. Non sia mai.

Si è detto, una perizia che accerti malattia e pericolosità si trova sempre, e a quel punto anche i privati possono tagliare senza alcun problema e senza grosse spese ulteriori.  Figurarsi un privato di tutto riguardo come il sindacato.

Che ha anche il privilegio della discrezione.

E a proposito di discrezione e riguardo, chiariamo un punto: in questi giorni giustamente si “celebra” il voto bipartisan con cui il PD si è unito al centrodestra per il taglio dei pini in darsena. Con tanto di polemica Ravera-Battaglia. Formalmente ha ragione l’esponente PD, ma solo formalmente, nel senso che i pini a fronte di perizia potevano esser tagliati comunque anche senza la variante.  Però, anche se non sta scritto da nessuna parte in chiaro nella delibera, è evidente che il taglio dei pini sia collegato all'ampliamento, è quello che fornisce l'interesse, il pretesto, e nel dubbio, bisognava votare contro per togliere tentazioni. Non siamo nati ieri, si può anche aggrapparsi ai cavilli ma la realtà è un'altra: la volontà di risparmiarli non c’è mai stata. Da quando ha iniziato a sollevarsi il selciato, (anche qui, non trattandosi di strada carrabile, riparabilissimo), tutti, Autorità Portuale in primis, li avevano già condannati, partendo dal solito taglio di radici propedeutico.  Se non ricordo male, uno era già stato tagliato tempo fa.

Pini tagliati in darsena

In compenso, se il verde trascurato ha causato i problemi dei pini, ecco esplodere, da giardini privati e pubblici, la triste moria delle palme. Non vi è stata altrettanta sollecitudine, nell’imporre ai privati di curare o tagliare le piante malate, quanto nel concedere di segare via pini sanissimi.

Triste. Come sempre più triste e grigia, del resto, è questa città.

L’unico verde rigoglioso, degno di Central Park, lo vediamo sui disegni dei progetti, brillanti rendering, che cercano di rendere accattivanti le imponenti palazzate delle speculazioni edilizie, sfumando contorni, alleggerendo in prospettiva, dimenticando piani e aggiunte successive, inserendo figurine umane stilizzate e felici per definizione.

Sono circondati da alberi imponenti.  Che bello. Peccato che a conti fatti troveremo lastricati immensi e qualche erbetta spelacchiata, sopra i box sotterranei. E nulla più.

Come si dice, l’immagine ha il solo scopo di presentare il prodotto. Sono lontani i tempi in cui si pretendevano veri giardini, ogni volta che si concedeva una licenza edilizia importante.

Tempi, peraltro, durati poco, che io sappia.

Siamo ovviamente in controtendenza con i luoghi più evoluti. Il verde urbano è sempre più considerato, se ne comprende l’importanza, al punto che vediamo immagini di grattacieli con bellissime terrazze e giardini pensili rigogliosi che quasi ricoprono le facciate.

Giardini pensili

Noi, al massimo, prenderemmo spunto per finto verde, per specchietti per allodole, pretesti, mai un vero intento innovativo. Per lo più Savona è ancora ferma alle squallide palazzate sovietiche che troveranno sempre meno acquirenti, al netto di speculazioni bancarie e beni merce destinati a svalutarsi, svalutando i nostri stessi risparmi e facendo fallire banche compiacenti.  Deprimente fanalino di coda, provinciali oltre ogni provincialismo. Ci siamo abituati, e a volte viene il triste pensiero che ci meritiamo di invecchiare acidamente, ci meritiamo l’esodo delle intelligenze e dei giovani, ci meritiamo chi ci amministra. Ci meritiamo la moria e il taglio del verde. Perché il verde è vita, è respiro, è anima, è speranza. Tutto quello che noi stentiamo a ricordare e a pretendere. Chi ha sterilizzato da sé il senso della natura che ci circonda, ha inaridito la sua stessa esistenza.

 Milena Debenedetti  Consigliera del Movimento 5 stelle

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