TRUCIOLI SAVONESI
Settimanale Anno XIV
Numero 607 del 25 Febbraio 2018
Tel. 346 8046218
LA RASSEGNA STAMPA DELLA SETTIMANA
Votiamo, per l’amor di Dio (e dell’Italia)! Stampa E-mail
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Votiamo, per l’amor di Dio (e dell’Italia)!
Se non ci può essere entusiasmo
ci sia almeno rabbia e non rassegnazione

 Più li ascolti e più forte è la tentazione di pensare alle proprie cose, vivere la propria vita con la consapevolezza che più di tanto non ci possono nuocere, chiunque essi siano, gli uomini e le donne che oggi si accapigliano per un posto in lista e un collegio sicuro, e stracciare la tessera elettorale. Non c’è in tutto il governo, in tutta la maggioranza, una sola faccia che ispiri fiducia e simpatia, una sola voce che risuoni nitida e pulita, un solo gesto mosso da amore per la Patria. Gente grigia, meschina, chiusa nelle stanze del potere e della bassa politica, impigliata nella ragnatela di interessi, complicità, ricatti incrociati intessuta dalla Chiesa, dalle logge, dalla finanza globale.

Il problema è che se ti volti verso gli altri, verso l’opposizione, vedi le stesse facce, gli stessi gesti, risuonano le stesse voci. Sono intercambiabili, e le transumanze lo hanno ampiamente dimostrato, tutti uguali, tutti partecipi dello stesso sistema. Il riesumato Berlusconi è lo specchio fedele della putredine della politica italiana: niente entusiasmo, nessun ideale, niente per cui scaldarsi. È come assistere ad una partita di calcio sapendo che tutti i giocatori sono stati comprati, che è tutto finto. E quelli che ora si accapigliano per prenderne il posto minacciano di non essere migliori, non potendo essere peggiori.

Gli italiani stanno soffocando in un’aria mefitica, hanno un bisogno disperato di aria fresca, di pulizia, di verità. Fra preti immondi che coprono africani spacciatori per tutelare i loro miserabili affari, governanti che hanno istituzionalizzato il “bonus”, che rinnova la sportula con cui a Roma ci si accattivava la simpatia dei pezzenti, magistrati in fregola per un posto in parlamento, ministri che coprono le malefatte dei banchieri, vecchie cariatidi che sventolano la bandiera di un’Europa che ci ha affossato, non c’è un partito, un giornale, un leader che interpreti in modo coerente e nitido il disgusto dell’uomo della strada. Non è certo Di Maio, che manca di intelligenza, di lucidità e dello slancio visionario degli uomini che guidano il cambiamento. Né lo è Salvini, incapace di svolgere e articolare i suoi slogan e scivolato stupidamente sulla flat tax.


I leader politici italiani, escluso forse il primo Berlusconi, non hanno idee proprie, ripetono semplificandole idee di altri, raccolte di terza mano, senza saperne cogliere i presupposti e le implicazioni e, di conseguenza, senza essere in grado di spiegarle ed elaborarle. Accade così che per ribattere alle obiezioni debbono conoscerle in anticipo, rivolgersi ai propri collaboratori, imparare le risposte. D’altronde sono, nella loro generalità, persone entrate in politica per morivi contingenti: l’ambiente, le frequentazioni, una consonanza generica di atteggiamenti se non di pregiudizi, il desiderio di socializzare. Non c’è quasi mai traccia di una visione del mondo, di letture mirate, di una maturazione “ideologica”, di anni di riflessione, di confronto, di discussioni, e soprattutto non c’è traccia di ideali. Sono persone semplici, nel senso peggiore del termine, schematiche, poco inclini all’introspezione, per lo più provenienti da ambienti culturalmente poveri, inconsapevoli della propria limitatezza e incapaci di vedere oltre il proprio orizzonte.


 Tutto ciò non è casuale ma è la diretta conseguenza della crisi della politica e dei partiti. La politica ha perso ogni attrattiva etica, culturale, filosofica, non riesce più a coinvolgere e appassionare. E senza partecipazione, la strada è libera per i mediocri, per quelli che la natura aveva destinato a far numero. Giornalisti e opinionisti ci ricordano quotidianamente la fuga dei cervelli dalle nostre università verso lidi più accoglienti. Ma c’è un’altra e più grave fuga di cervelli, quella dalla politica. I giovani, e gli adulti, più colti e più intelligenti sono del tutto estranei ai partiti, i quali, del resto, non fanno nulla per attirarli. Un circolo vizioso che porta ad un progressivo impoverimento. Qualche anno fa, capitato per ingenuità nella sede di An, suggerivo di creare gruppi di studio, di incoraggiare la partecipazione di studenti e insegnanti, e ce ne sono, insofferenti del predominio della sinistra nei collegi e nelle assemblee studentesche ma privi di riferimento e mi sono bruscamente reso conto di come siano cambiate le cose rispetto alla mia esperienza di studente liceale e universitario. Allora non era solo il partito comunista a fare proselitismo e cercare di attrarre i giovani più promettenti: c’era la Fuci con un’organizzazione capillare ma c’erano anche i liberali, nelle due correnti di destra e di sinistra, c’era la fiamma missina, non ancora demonizzata negli ambienti scolastici. Ora è cambiato tutto. I militanti guardano con sospetto i nuovi venuti; la consapevolezza che, com’è successo con la Lega e i Cinquestelle, possa uscire dalle urne un exploit capace di spedire il signor Nessuno in parlamento ha reso tutti speranzosi e guardinghi.


Se Salvini è legato a doppio nodo con Berlusconi e fra i leghisti c’è una grande confusione di idee, dall’altra parte un aspirante premier come Di Maio sbanda di qua e di là e se ne esce con affermazioni deliranti, come quando ha accusato Berlusconi di aver bombardato la Libia e fatto fuori Gheddafi. Diciamo che Berlusconi, all’epoca, ha avuto paura di fare la stessa fine del suo amico e alleato. Al ragazzo non serve solo un manuale di geografia o un libro di grammatica: ha bisogno di qualcuno che gli dia lezioni di storia. Non faccio sconti né alla Lega né ai Cinquestelle: non vedo programmi organici e lineari, non vedo la determinazione che il momento richiede, non vedo gente capace di volare alto.


Umoristico l’approccio al dramma del lavoro e della disoccupazione. Nessuno, all’opposizione, va oltre lo slogan “meno tasse più consumi più posti di lavoro”. Che l’incremento dei consumi porti automaticamente all’aumento dei posti di lavoro è una sciocchezza: al massimo può determinare qualche assunzione in più nei grandi magazzini, a meno che quell’incremento non si orienti prevalentemente sul commercio on line. La verità è che l’attività manifatturiera in settori chiave come l’abbigliamento e la tecnologia è tutta concentrata in estremo oriente, col Bangladesh che comincia a insidiare la supremazia cinese, lasciando le briciole a Tunisia, Turchia e Albania. I più prestigiosi marchi italiani ed europei sono solo specchietti per le allodole: le grandi aziende hanno la testa nei paradisi fiscali e le braccia nel terzo mondo. Tutti lo sanno e nessuno lo dice. D’altronde molti generi di grande consumo non avrebbero più mercato se dovessero sostenere costi di produzione commisurati ai livelli salariali italiani e europei; una risposta a questo problema è nella qualità del prodotto, sia per la materia prima sia per il controllo e l’accuratezza della manifattura. Ma chi dovrebbe competere grazie alla qualità con in prodotti a basso costo e senza nome importati si serve della medesima mano d’opera di questi ultimi, preferisce far pagare semplicemente il brand, il marchio non più di fabbrica, investire nella sua tutela. Insomma le grandi case vendono merce contraffatta come fanno gli africani con la merce esposta sui marciapiedi delle nostre strade. Altre strade per impedire la delocalizzazione del lavoro sono sgravi fiscali per le aziende che si servono di mano d’opera italiana, l’abbattimento del costo del lavoro, un controllo serrato sul made in Italy, e contestualmente l’aumento generalizzato delle retribuzioni e degli stipendi bassi e medi con simultanea compressione di quelli alti, che sono nella loro generalità ingiustificatamente alti, in maniera tale che l’aumento della capacità di acquisto riguardi la grande massa della popolazione non più costretta a orientarsi verso la paccottiglia a buon mercato: una minoranza di ricchi non serve a nulla, anzi, impoverisce l’economia nazionale perché tende a investire e consumare oltre confine.


Se sul lavoro Berlusconi, Salvini o Di Maio non vanno oltre una generica dichiarazione d’intenti, sulle banche è anche peggio, Vuoi per impreparazione, vuoi per calcolo, vuoi per non pestare qualche piede importante, l’opposizione, come la stampa non allineata, sfiora appena il marcio del sistema, evita il bersaglio grosso, si concentra sui dettagli, sul pettegolezzo, attacca la Boschi e si ferma lì. Non si sente una parola seria sulla mancanza di una politica monetaria, si farfuglia senza convinzione di euro sì euro no, ci si erge a paladini dei risparmiatori truffati ma si è palesemente incapaci di capire che quello è solo l’epifenomeno di un sistema che la politica non prova nemmeno a tentare di governare, anche perché ne è essa stessa espressione.


E quindi? Il 4 marzo meglio rimanere a casa con un buon libro o, in alternativa, programmare una gita fuori porta per cogliere un anticipo di primavera? Se la politica si riduce a un rimescolamento nella miseria umana che se ne è impadronita non ci sono dubbi: alla larga dai seggi. Ma è anche vero che è quello che quella miseria umana spera che accada per perpetuarsi. Intanto, nonostante le speranze nascoste di Berlusconi, e di tanti altri dalle sue parti, se la sinistra viene spazzata via il sistema rischierà grosso. Perché grillini e leghisti saranno anche sprovveduti ma, specialmente i primi, non sono ancora invischiati nella ragnatela che vede in cattiva compagnia forzisti, piddini e le loro appendici; non a caso vengono ormai accomunati nella demonizzazione dalla stampa e dalla televisione di regime. E proprio il livore contro i “fascioleghisti” e i populisti è la cartina di tornasole che ci conforta, perché rivela che lì c’è del metallo buono, non ancora intaccato dalla ruggine del sistema. Se effettivamente ci sono delle forze politiche di cui l’establishment ha paura c’è ancora spazio per la speranza. Il Paese sta letteralmente sprofondando; se non ci liberiamo da chi lo ha sabotato e continua a sabotarlo non ci resta che rassegnarci all’idea che l’Italia è solo una periferia malata dell’Europa. La rivoluzione risanatrice di cui avremmo bisogno e che tanti ormai si augurano è pura utopia, anche perché le rivoluzioni non si aspettano o si auspicano ma si fanno e, d’altronde, le vere rivoluzioni non sono quelle violente, che non portano a niente di buono, soprattutto nell’immediato. Quello che serve è intanto uno scossone attraverso il voto che elimini chirurgicamente tutto il marcio dal corpo del Paese, corrispondente politicamente alla sinistra e a buona parte del centrodestra. Ciò che ne resta saprà rigenerarsi, nonostante tutti i limiti dei nuovi venuti. E che dei vecchi non ne rimanga nemmeno uno.

Quindi saranno anche sprovveduti, impreparati, pasticcioni ma se sono il bersaglio di Renzi, di Berlusconi, dei vertici delle nostre povere istituzioni, della sinistra dei salotti e delle cooperative, dei centri sociali, di Bruxelles e della grande stampa non abbiamo esitazioni: votiamoli, perché sono loro la nostra speranza.

    Pier Franco Lisorini

 Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione

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