Settimanale Anno XVI
Numero 721 del 13 settembre 2020
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Poesia nel dialetto Stampa E-mail
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   

Poesia nel dialetto

 Non stiamo a fare tante distinzioni tra lingua, dialetto, parlata, gergo o cos’altro vi piaccia. Qui parlo delle parole e del modo di concatenarle che ho sempre da sempre sentito nelle mie valli (mie nel senso che sono io di loro pertinenza).

Ma prima, una premessa: cos’è la poesia? Ecco, adesso che ho posto questa domanda ci vorrebbero dieci tomi per dare definizioni filosofiche, etiche, linguistiche, ortografiche, metriche, storiche e anche qui quant’altro possa venire a mente ai fautori della tassonomia.


Cos’è la poesia lo sapete tutti. Se non lo sapete: fatti vostri. Peggio per voi. Se pensate di vivere bene ugualmente senza poesia, ancora meglio: vuol dire che non vi cambia la vita comunque, che non vi riguarda. Ma, spiacente di deludervi, la poesia vi riguarda, ci riguarda sempre.

Ogni volta che mettiamo assieme delle parole ricercando una certa grazia, un accenno di bellezza, in qualche modo di armonia, allora stiamo facendo ANCHE poesia. Naturalmente questo non vuol dire automaticamente che sia bella o significativa o che sia indispensabile tramandarla ai posteri. Lo strumento al quale più spesso si ricorre in poesia è la metafora. Ho letto poesie talmente piene di “come” da farmi venire la nausea. L’abilità del poeta è (tra l’altro) anche quella di far metafore senza scriverle, solo evocarle, come gli spiritisti farlocchi dei primi del secolo passato facevano nelle sedute dove sollevavano il tavolo col piede.

E dunque torno a bomba al mio linguaggio, quello casalingo. Mi dico: c’è poesia nel dialetto? Orpo se c’è! Come in tutti i linguaggi umani. C’è il bisogno di rappresentare una cosa con un'altra, di portare un esempio, un paradigma, un riferimento per far comprendere dimensione e impressione di un fenomeno, di un oggetto, di una cosa complessa come una persona. La poesia che si trova dentro il dialetto non è codificata, non è regolata da parametri stilistici o metrici. Non è pubblicata o (salvo rari casi) raccolta in silloge. È selvatica, anarchica e indisciplinata, talvolta dissacrante. Si limita ad un motto, sovente di spirito. Tanto che la poesia contenuta nel dialetto è limitrofa alla freddura o addirittura (raro) alla barzelletta.


Un paio di esempi: per dire che una persona non è arzilla, e che pur non essendo malata è dimessa, macilenta, poco adatta a reggere gli sforzi fisici, dirai che è “ansrìa”, che letteralmente vuol dire: “Innestata”, con riferimento all’innesto (o marza) infilato sulla possente pianta da frutto. La marza, soprattutto appena messa, non manifesta grande vigorosità, e anzi la si guarda con muta speranza, nell’attesa che metta fuori germogli vigorosi, promessa di una fruttificazione doviziosa. Ma niente: talvolta la marza resta lì. Estroflette un piccolo bocciolo e ti dà l’impressione che abbia, già così, dato fondo a tutte le sue energie. L’innesto è debole, non riuscirà a portare avanti il suo compito. Non riuscirà a figliare fiori e frutti. Così dell’uomo (della donna) “ansrì”: deboluccio e sterile. In attesa di sorprenderci.

Altre metafore riguardano i tempo: “Il cielo è fatto a pane, se non piove oggi, piove domani” (sempre in dialetto), riferito alla ordinata comparsa in cielo di file di nuvolette disposte ortogonalmente. Ma cosa c’entra il pane? Beh, non lo sappiamo più (o quasi) ma le micche venivano disposte, prima dell’infornata, con precisa regolarità sul piano, in modo da occupare per bene tutto lo spazio disponibile. La versione italiana è: “Cielo a pecorelle, acqua a catinelle”, ma le pecore messe in ordine, a quel modo, può averle viste solo un professore di pedagogia aduso ai libri e ai papiri in genere, ma ignorante come una bestia sulle questioni ovine (dacché le ovine in parola in tutti i modi si dispongono, ma mai ordinatamente).


“Intré cumme ‘na sappa” è anzi un po’ misterioso. Letteralmente vuol dire goffo, impacciato, inetto come una zappa. Dove “Intrè” potrebbe legarsi al significato antico dell’aggettivo intrante : capace, abile, giusto, logico (G. Petracco Sicardi, dizionario etimologico ligure, ed. Dell’Orso, Torino 2002), e dunque verrebbe da tradurre: ‘adatto come una zappa’, o forse, meglio, ‘multitasking come una zappa’, ove tutti sanno che la zappa, ancorché utensile greve e approssimativo, ha molti usi diversi oltre a quelli di cavare o insolcare l’acqua irrigua, estirpare, delimitare, puntellare, tagliare radici, effettuare un controllo demografico sulle talpe, corroborare ragionamenti di alta filosofia con vicini litigiosi. Per dirne qualcuno.


E infine la metafora più squisitamente poetica che troviamo nel nostro appenninico vernacolo. Anche questa è riferita ad un fenomeno meteorologico. Tanto in autunno che in primavera (ma può capitare anche in piena estate) l’aria gravida d’umidità se ne parte dal Tirreno e vien su dal Cadibona a tutta birra. Giunta nell’Alta Valle Bormida si ritrova al cospetto di un aria continentale, magari qualche rimasuglio di tramontana, e se la sposa. Le due arie (orrore! Una unione civile tra due generi femminili, e pure fertile!) figliano subito una pioggerellina leggera leggera, di quelle che al Vate adoprava per farsi bagnare le vestimenta, pure leggiere. In Valle, almeno un tempo, causava borbottio del contado, che pensava al fieno appena falciato subito ammollato da quelle gocce inutili, perché non tolgono la sete alla terra, non impinguano i fiumi e le fonti. Solo inumidiscono, rendono insalubre, predispongono alla muffa e alla marcescenza.

Eppure lo stesso contado ha trovato modo di far poesia su questo fenomeno tanto inconcludente. Al cospetto delle prime goccioline il valbormidese (di una certa età) esclama: “L’è maren cu bœtta”, cioè: “È il vento di mare che germoglia”. Frase quanto mai delicatamente lirica. Quelle goccioline così inutili diventano un germoglio, una promessa di qualcosa che deve ancora venire. Negli anni queste goccioline nebbiose, questo umido consistente, è diventato un po’ roba di casa, una specie di marchio, di esclusiva territoriale. In Riviera avranno sole, spiagge affollate e pedalò. Noi dell’Appennino si ha boschi, funghi, caprioli e una nebbia che ti bagna fin nell’ossa. Ma abbiamo avuto il buon gusto di dargli un nome poetico, così siamo stati più bravi dei superbi genovesi e della loro muta maccàia.

   ALESSANDRO MARENCO

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